Recensione “3%” Stagione 1: E’ intelligente, ma non si applica…

Il 25 novembre 2016, su Netflix, viene pubblicata la prima stagione della serie TV brasiliana 3%. Reboot di una web serie del 2011, prodotta e caricata su YouTube da Pedro Aguilera, 3% conta quattro stagioni totali. La serie non è doppiata in Italiano ed è disponibile in originale in portoghese brasiliano.

La trama:

La serie è ambientata in un futuro distopico che vede la società spaccata in due parti. Da un lato c’è l‘Offshore, l’eden, un’isola idilliaca caratterizzata da tecnologie avanzate e benessere per ogni suo abitante. Dall’altro l’Entroterra, dove il 97% della popolazione vive, o meglio sopravvive, nella miseria, tra malattie e violenza. La sostanziale differenza tra questo contesto e quelli di altre società distopiche (come quelle di “Snowpiercer o “Hunger Games) è l’esistenza del “Processo”, il meccanismo di selezioni attraverso il quale, ogni anno, al compimento del ventesimo anno di età, i ragazzi dell’Entroterra hanno l’occasione di entrare a far parte di quel 3% che vive nell’Offshore. C’è una sola occasione a disposizione per superare il processo; niente paracadute, nessuna seconda possibilità. Il Processo non rappresenta solo la speranza di una vita migliore per ogni ragazzo dell’Entroterra, ma è venduto come l’unico metodo giusto per la sopravvivenza della società. I partecipanti devono superare una serie di test psicologici, fisici, mostrare doti di leadership, attitudine al lavoro in gruppo e lucidità nei momenti di pressione. Con il progredire della trama emergono tutte le falle più evidenti di questo Processo apparentemente perfetto: corruzione, inganni, violenza, assenza di meritocrazia. Grandi piccoli mali che si celano dietro un sistema di per sé immorale. Queste le ragioni che spingono molti abitanti dell’Entroterra ad unirsi al gruppo organizzato della “Causa”, un movimento di insorti che mira a rovesciare il sistema per rendere accessibili a tutti le risorse dell’Offshore.

I personaggi:

I personaggi di 3% sono indubbiamente ben scritti. Tridimensionali, sfaccettati, immediatamente riconoscibili. Ognuno di essi vanta una backstory approfondita e si distingue per caratteristiche fisiche e psicologiche. La serie non individua un unico protagonista, cosa che rende le vicende più interessanti e ansiogene, dato che chiunque può essere eliminato. Michele è una ragazza coraggiosa, impulsiva, mossa da un’irrefrenabile sete di vendetta per la morte di suo fratello; fa parte dei ragazzi che la Causa infiltra ogni anno nel Processo per poter poi godere di spie nell’Offshore. Nel corso del Processo si macchia di crimini imperdonabili con cui deve riuscire a convivere e la scoperta di una verità a lei inizialmente celata la porterà a mettere in discussione tutte le sue certezze. Fernando è un disabile che crede ciecamente nel sogno del padre di vederlo entrare a far parte dell’Offshore e che, episodio dopo episodio, muterà la sua visione del Processo fino a stravolgerla completamente. Rafael è un cinico disposto a tutto per passare i vari test ed entrare nell’Offshore. Joana è reduce da un passato tragico e il processo, per lei, rappresenta una via di fuga per eludere la taglia che ha sulla testa. Il personaggio più interessante è indubbiamente Ezequiel, il leader del Processo, il grande architetto che crede fino in fondo nella giustizia insita nella sua creature. Interpretato magistralmente da Joao Miguel, Ezequiel è un leader freddo, inflessibile, la cui vita è segnata da un recente passato terribilmente oscuro. La sua evoluzione è davvero ben scritta, perché riesce a risultare credibile senza snaturare i tratti principali del personaggio. Il risultato è un insieme ben amalgamato di soggetti molto diversi che, nel complesso, funzionano.

Cenni tecnici e rimpianti:

Passiamo al comparto tecnico: 3% non è una serie che spicca dal punto di vista registico. Il montaggio frenetico e i movimenti di macchina bruschi vorrebbero essere dei virtuosismi, ma non fanno altro che rendere meno chiare determinate sequenze. La fotografia è quasi assente e gli effetti visivi non brillano. Diciamolo, la serie non ha grandi colpe su questo. La sensazione è che quanto fatto, sia stato realizzato con risorse irrisorie. Forse doveva essere proprio Netflix a credere un po’ di più nella sua creatura. Le implicazioni filosofiche della serie funzionano, l’idea è interessante e con un budget più alto il risultato poteva essere migliore. Gli interpreti non si distinguono per prove attoriali indimenticabili e solo Joao Miguel (Ezequiel) e Rodolfo Valente (Rafael) riescono ad emergere dal gregge. Nel complesso la recitazione è nella media: senza infamia e senza lode. Il risultato finale di 3% è quasi la metafora della serie stessa. Netflix è l’Offshore e forse avrebbe dovuto credere maggiormente negli sceneggiatori.

La filosofia del “Processo”:

L’aspetto più riuscito della serie è per distacco la filosofia che si cela dietro il Processo. Il meccanismo aureo che dovrebbe definire l’assetto della società si propone come strumento giusto e imparziale, ma al di là delle evidenti ingiustizie e delle disparità che proliferano al suo interno, sono proprio le sue fondamenta ad essere immorali e quanto mai distanti da un concetto di società sana e funzionante. L’idea di una generale possibilità di accesso ai privilegi dell’Offshore, e quindi di una sostanziale equità alla base delle selezioni, serve solo a mascherare la reale finalità del Processo stesso, vale a dire la creazione di un’élite, una classe di privilegiati che gode di ogni genere di beneficio e che non ne condivide i vantaggi. Il 97% della popolazione vive in condizioni disumane e non può bastare l’idea che chi non supera il processo non sia degno nemmeno delle necessità essenziali per la sopravvivenza per sostenere un sistema del genere. Alla fine del Processo, tutti i partecipanti che sono riusciti a superare i test devono compiere un Rito di Purificazione come ultima prova per accedere definitivamente all’Offshore, che consiste in una sterilizzazione. Nell’Offshore è proibito procreare, dato che l’unico criterio di identificazione di un cittadino dell’Offshore è il “merito” e il merito non è ereditario. Ulteriore dimostrazione di una società profondamente sbagliata che fa di “3%” una serie distopica a tutti gli effetti.

Conclusioni:

La prima stagione di 3% intrattiene, tra alti e bassi, senza mai raggiungere picchi di tensione indimenticabili. I personaggi sono ben scritti e la filosofia del Processo costituisce l’elemento più interessante di una stagione che non manca di difetti. Il comparto tecnico è quello che è e, salvo qualche piacevole eccezione, il livello recitativo è nella media. Il ritmo lento potrebbe scoraggiare molti telespettatori, mentre il tema dei test e delle prove da superare può attirare una buona fetta di pubblico. Nel complesso una serie senza infamia e senza lode, che forse avrebbe meritato maggiore cura in fase di produzione.

Voto: 6,5

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