Alice in Borderland: la recensione del survival game giapponese di Netflix.

Tra le serie che hanno beneficiato del successo di Squid Game e che hanno cavalcato l’onda di interesse sorta intorno alle produzioni asiatiche è tornata di moda (o forse lo è diventata per la prima volta), negli ultimi tempi, “Alice in Borderland“, diretta da Shinsuke Sato. Questa serie giapponese di otto episodi, tratta dall’omonimo manga, riunisce in sè fantascienza, distopia, survival game e drama in un prodotto che riesce ad essere interessante nonostante si abbia in più di un’occasione la sensazione di già visto.

Cenni tecnici e ambientazione:

Il prodotto è oggettivamente di alta qualità. Si tratta di una serie girata davvero bene e quasi priva di difetti nel reparto tecnico. L’ambientazione funziona e riesce ad essere molto credibile nonostante si tratti di un mondo assurdo e dai connotati fantascientifici; lo spettatore si trova immerso in questa realtà terrificante e allo stesso tempo attraente. Le sequenze iniziali girate in una Tokyo deserta sono davvero impressionanti ed esprimono perfettamente la desolazione del contesto in cui si svolgono i gochi.

Gioca o muori:

In comune con la più blasonata Squid Game c’è il tema dei giochi mortali, ma le somiglianze finiscono quasi del tutto qui. In “Alice in Borderland” i partecipanti si ritrovano casualmente all’interno del gioco e sono costretti a prendervi parte. Perché? Perché i giochi allungano il visto dei concorrenti, allo scadere del quale, sopraggiunge inevitabilmente la morte. La serie è piena di punti interrogativi e la sensazione è che i vari concorrenti siano stati catapultati in una sorta di Tokyo parallela in cui il 99% della popolazione è scomparso.
La natura dei giochi sembra avere gli stessi principi di base di Squid Game: vinci o muori. Esistono 4 tipologie di giochi, associate al seme delle carte da Poker al quale corrispondono: Quadri giochi di ingegno, Cuori giochi di sentimenti, Picche giochi di forza e Fiori giochi in squadra. Poco da dire: la maggior parte delle sfide funziona ed è interessante. I primi tre episodi in particolare si dimostrano estremamente efficaci e gli basta poco per creare sufficiente tensione ed ansia. La sensazione è che dietro questi giochi al massacro si nasconda il tentativo degli sceneggiatori di indagare sulla natura umana e sul comportamento delle persone in situazioni estreme che mettono a rischio la loro stessa sopravvivenza. Ciò che è giusto e ciò che è necessario confliggono e si intrecciano ripetutamente in ognuno dei giochi, tutti caratterizzati da una crudeltà e da una sorta di cinica ironia che non possono non colpire lo spettatore. La violenza è presente in ogni episodio e anche se non raggiunge la fredda brutalità di Squid Game, possiamo segnalare alcune scena davvero impressionanti. La serie subisce un importante calo di tensione nella parte centrale, quando emerge prepotentemente la storyline della “Spiaggia”. La sensazione è che questa linea narrativa, più riflessiva e meno concitata della precedente, sia scritta in maniera approssimativa e allo stesso tempo inutilmente lunga, distogliendo l’attenzione dal fulcro della serie, nonché vero interesse degli spettatori: i giochi. Il tutto appare slegato e sembra quasi venga posto in essere un cambio totale di genere; decisamente destabilizzante.
La natura dei giochi viene man mano alla luce, ma il colpo di scena finale non convince: non è né talmente ovvio da essere insospettabile, né talmente nascosto da stupirci. Insapore e incolore. Il cliffhanger finale in ogni caso è sufficiente per destare nuovamente l’interesse dello spettatore.

I personaggi: Anime o Serie Tv?

I personaggi non sono indimenticabili. È un gioco di sopravvivenza ed è difficile non empatizzare, ma allo stesso tempo non si nota una caratterizzazione vera e propria che non sia quella del protagonista. Quest’ultimo, Arisu, è un ragazzo appassionato di videogiochi, che non è ancora riuscito a fare nulla della sua vita dopo aver lasciato l’università (per l’indignazione della sua famiglia). La sua evoluzione è senza dubbio la più interessante della serie: Arisu si ritrova catapultato in un mondo che lo valorizza e mette in risalto le sue capacità. Il suo intuito (sviluppato grazie alla sua abilità di videogiocatore) si rivela fondamentale durante i giochi e in più di un’ occasione gli consente di salvare la vita ai suoi amici di infanzia e a se stesso. L’episodio 3 rappresenta un’ulteriore svolta nel percorso del personaggio, costretto a prendere una decisione impossibile che lo condizionerà fino alla fine della serie, portandolo a dubitare di se stesso e a svalutare la sua vita. Gli altri personaggi non sono caratterizzati altrettanto bene e, per la maggior parte, appaiono delle macchiette caricaturali; a dirla tutta, sembrano usciti da un anime e sono parecchio stereotipati.

Il coraggio di cambiare in corso d’opera (spoiler):

La serie si dimostra anche estremamente crudele nei confronti dei personaggi principali. Non mancano morti importanti e davvero brutali. Probabilmente l’episodio più scioccante è il terzo, che vede letteralmente decimato quasi l’intero cast principale della prima parte di stagione. Gli amici di Arisu muoiono malissimo, in un gioco bastardo come pochi altri e muoiono permettendo al protagonista di sopravvivere. Questo comporta un rinnovamento di massa del nucleo di protagonisti in corso d’opera. Mossa senza dubbio coraggiosa da parte degli sceneggiatori, che però non riescono a mantenere alto il livello nella seconda metà della narrazione.

Conclusioni:

Alice in Borderland, nonostante non spicchi per originalità, è senza dubbio un prodotto fresco, godibile e particolarmente versato per il binge watching. Il sistema delle varie escape room funziona ed è anche l’elemento che mantiene alto l’interesse dello spettatore. Questa dipendenza della serie dai suoi stessi giochi è anche il suo punto debole ed emerge nella seconda metà, quando il sistema dei vari livelli viene a mancare per gran parte del tempo. I personaggi appaiono un po’ stereotipati, al netto di una recitazione a tratti fin troppo caricata. Apprezzabile il comparto tecnico e le ambientazioni, mentre le implicazioni morali e i temi più profondi vengono solo sfiorati dagli sceneggiatori, impedendo alla storia di raggiungere lo stesso spessore di Squid Game.

Voto: 7.

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