American Fiction – l’ipocrisia del politicamente corretto

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Fresco fresco di Oscar alla miglior sceneggiatura non originale, il film di Cord Jefferson spazza via i soliti stereotipi razzisti creati, però, proprio dai cosiddetti “antirazzisti”…

American Fiction è una commedia brillante costruita su una strepitosa sceneggiatura che le dona una solida struttura narrativa e dialoghi brillanti (trailer). Infatti è proprio “brillante” la parola giusta per descrivere questo film, anche se a tratti l’opera di Jefferson assume tratti dolceamari e riflessivi.

Per Cord Jefferson (già noto al pubblico per aver scritto la sceneggiatura di The Good Place, Watchmen e Station Eleven) dobbiamo ricordare che questo è il suo esordio alla regia. American Fiction è l’adattamento cinematografico di Cancellazione, libro scritto dal professore statunitense Percival Everett nel 2001. La distribuzione è targata Amazon Prime Video, mentre la produzione è dello stesso Jefferson, di Everett e di Rian Johnson, regista di Glass Onion – Knives Out (2022).

Il protagonista Thelonious ‘Monk’ Ellison è interpretato da Jeffrey Wright, impegnato recentemente nell’ultimo lavoro di Wes Anderson: Asteroid City. Il cast include anche Tracee Ellis Ross, Erika Alexander, Leslie Uggams, Sterling K. Brown, John Ortiz, Issa Rae e Adam Brody.

Al Festival di Toronto 2023 ottiene il premio del Pubblico, riconoscimento ottenuto grazie alla maniera diretta, schietta e comica di comunicare allo spettatore. Ottiene, inoltre, 5 candidature agli Oscar, ma porta a casa una sola statuetta, la più meritata: Oscar alla migliora sceneggiatura non originale.

Trama

Thelonious “Monk” Ellison, professore e scrittore afroamericano, sta affrontando un momento di crisi e frustrazione professionale.

Da una parte, l’indifferenza e la superficialità dei suoi studenti mettono a dura prova la sua pazienza. Dall’altra, gli editori si rifiutano di pubblicare il suo ultimo libro ritenuto “non abbastanza nero” ed “estremamente cervellotico” per vendere. Quando Ellison torna a Boston, la sua città natale, partecipa a un festival letterario e si scontra con una realtà che non vuole accettare: autori che si piegano all’opinione pubblica e alle leggi del mercato pur di avere successo.

Così facendo, questi autori raggiungono un grado di successo alto ma raccontano storie fasulle. Ingabbiano sé stessi e l’intera comunità afroamericana nello stereotipo della vita difficile, della violenza, dei ghetti, dello slang da B-movie. E, per tutta risposta, la critica esalta questi lavori commerciali e fossilizza la letteratura afroamericana in canoni che non le appartengono realmente. La critica riempie di allori libri e autori solo per lavarsene le mani, per alleviare il senso di colpa riguardo al passato del paese e soprattutto perché è “cool” riuscire ad apprezzare la storia cruda di vita vera, anche senza averci mai avuto niente a che fare.

Nel momento in cui la madre di Monk si ammala gravemente, però, il bisogno di guadagnare molti soldi per curarla diventa una priorità. Lo scrittore, allora, decide di scrivere un romanzo satirico che denuncia l’ipocrisia del mondo editoriale contemporaneo. Il manoscritto viene spedito, sotto pseudonimo, a un importante editore che accetta immediatamente di pubblicarlo facendolo diventare un caso letterario.

Sensazioni

American Fiction, nonostante trovi risoluzione nel compromesso, è abbastanza intelligente e raffinato da lasciare che molte questioni rimangano aperte.
La satira di Jefferson possiede spesso trovate geniali ed esilaranti che mascherano lievemente le verità che racconta. Nella dimensione familiare e sentimentale, invece, trova una misura e una delicatezza davvero notevoli. Basterebbe pensare al funerale improvvisato della sorella, divertente e commovente al tempo stesso, o a molte delle interazioni del protagonista con Coraline, interpretata da Erika Alexander.

Il film concentra la sua attenzione sulla critica alla cultura woke e sulla mania della diversity. Ma non è tutto qui. Il film non è una crociata contro i “conformisti rispettosi”, smaschera solo le ipocrisie di un pensiero scialbo e banale ricercandone una possibile via d’uscita.
Se la prende anche e soprattutto con quel sistema culturale (editoriale, cinematografico) che cavalca un fenomeno ed un’ideologia, senza porre critiche e senza formulare riflessioni. Un sistema ipocrita che non tarderà a rendere celebre lo pseudonimo con cui Monk pubblicherà il suo ultimo libro, dimostrando che basti una storia di vissuto difficile e un personaggio interessante per essere vendibili.

Perché, se la ragione è sempre la stessa (e alla fine è sempre la stessa: i soldi) c’è anche il fatto che i bianchi vogliono la verità, o almeno credono di volerla. In realtà vogliono solo sentirsi assolti. L’agente letterario di Monk lo sa, lo capisce e, nonostante non gli piaccia l’idea, deve cavalcare l’onda sfruttando l’occasione.
Questo film se la prende anche con la mania dell’identitarismo, qualcosa che Monk ha in profonda antipatia. Giustamente, lui vuole essere considerato uno scrittore e non solo uno scrittore nero. Tuttavia, viene etichettato dagli editori, lettori e anche in libreria, con l’inserimento dei suoi libri nello scaffale “letteratura afroamericana”.

Per concludere, American Fiction, è una commedia elegante, che fa ridere, fa bofonchiare, fa riflettere e si fa guardare. L’ottima sceneggiatura si accompagna ad un contenuto cinematograficamente valido e arricchito dalla magistrale interpretazione di Jeffrey Wright.

E’ una critica velata e un’opera dal forte sapore satirico, che è riuscita a strappare sorrisi a molti spettatori e a ricevere un premio importantissimo da chi, nello stesso film, è stato velatamente criticato. Infatti è probabile che l’Academy non si sia sentita chiamata in causa e che abbia tuttora la coscienza pulita, come quella degli editori nel film.

Proprio questo riesce a fare Jefferson con una grande opera come American Fiction: rendere digeribile e divertente un messaggio con la carica esplosiva di una bomba atomica e veicolarlo allo spettatore senza mai accendere la miccia.

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