Analisi del personaggio: Cho Sang-Woo. Non un villain… un prodotto della società.

Quando si dice “caratterizzazione dei personaggi”:

Uno dei molti pregi di Squid Game è la crezione di personaggi profondi e credibili, anche in un contesto estremo come quello in cui si svolge la vicenda. Il protagonista, Gi-Hun fa senza dubbio la sua figura, a netto di un percorso coerente e in crescendo fino alla fine, ma il personaggio senza dubbio più interessante da analizzare è il suo amico-rivale, il brillante Sang-Woo. L’evoluzione di questo personaggio nel corso degli episodi è davvero notevole e ci permette di assistere ad un cambiamento drastico, ma graduale. Sang-Woo genera nello spettatore emozioni contrastanti che vanno dallo stupore all’indignazione, dall’ammirazione all’odio puro.

Origini del personaggio:

Interpretato egregiamente da Park Hae-Soo, Sang-Woo è un amico di infanzia di Gi-Hun, laureato con il massimo dei voti nella rinomata Seoul National University. Importante uomo d’affari, orgoglio della sua famiglia e del suo quartiere, Sang-Woo entra nel gioco di Squid Game in seguito ad una serie di scellerati investimenti che lo portano ad essere ricercato dalla polizia e ad avere urgente bisogno di soldi e soprattutto di riscatto morale e sociale. Sang-Woo è un personaggio brillante, intelligente e si dimostra fin da subito particolarmente bravo nell’intuire la natura dei giochi che vedranno protagonisti i concorrenti.

L’inizio del percorso di Sang-Woo:

La prima apparizione di Sang-Woo si verifica nell’episodio pilota: Gi-Hun lo scorge tra le tante casacche verdi dei concorrenti poco prima dell’inizio gioco e lo avvicina nel teatro che vedrà compiersi il massacro di “Un due tre stella”. E’ in questo contesto che Sang-Woo ci viene presentato come un personaggio essenzialmente positivo, in quanto dispensa consigli utili e aiuta Gi-Hun a superare il primo gioco suggerendogli di nascondersi dietro altri partecipanti per eludere il rilevatore di movimento della bambola. Lo stesso Sang-Woo è artefice della votazione che interromperà temporaneamente il gioco nel secondo episodio: è lui a ricordarsi della terza clausola del contratto di partecipazione ed è il primo a dimostrare di volersi attivare per porre immediatamente fine al massacro (dimostrando anche una morale abbastanza solida).

Una personalità tormentata…

E’ con la rivelazione del budget di oltre 40 miliardi di Won che assistiamo al primo segno di cedimento. Una volta vista la cifra in palio, Sang-Woo vota “No” alla richiesta, da lui stesso proposta, di interrompere il gioco. Iniziano ad emergere i primi tratti utilitaristici e freddi del suo carattere. Vince il sì e anche lui è costretto ad accettare la temporanea conclusione dei giochi. Nel tempo trascorso nel mondo esterno emerge il bisogno del personaggio di raggiungere una sorta di autoaccettazione. Notiamo una vena altruistica, quando paga l’autobus e il telefono ad un altro concorrente, Ali, ma anche questa buona azione, in realtà, maschera l’impossibilità di fare i conti con la propria coscienza. Sang-Woo è divorato dal senso di colpa, si vergogna delle sue azioni e sente il peso della menzogna a cui è costretto a ricorrere per risparmiare dolore alla madre. La scena nella stanza d’albergo, in cui tenta il suicidio, è emblematica: lui non riesce a convivere con il peso delle sue azioni. Poi il biglietto di Squid Game sotto la porta. Il primo passo verso il baratro.

L’inesorabile disumanizzazione…

Una volta tornato nel gioco, Sang-Woo perde inevitabilmente la retta via e si dimostra uno spietato calcolatore senza scrupoli. Fa squadra con Ali, Gi-Hun e il vecchio, ma nonostante intuisca il secondo gioco, sceglie di non condividerlo con loro. Meno avversari, più possibilità di vincere il gioco. Dopo “Caramello” appare quasi pentito davanti a Gi-Hun, ma è l’ultimo segno di umanità fino alla fine della serie. Per tutto il tempo trascorso insieme, manovra l’amico Ali, lo plagia e infine lo inganna nel Gioco delle Biglie, sostituendo i sacchetti e condannando a morte il ragazzo. La smorfia di dolore sul volto di Sang-Woo al suono dello sparo che sancisce la morte del pakistano cede presto il posto allo sguardo assente e glaciale a cui ci abitueremo negli episodi successivi. Sul Ponte di Vetro, Sang-Woo agisce per la prima volta direttamente contro un avversario, spingendo il vetraio nel vuoto per assicurarsi la vittoria. L’omicidio a sangue freddo di Sae-Byeok, prima del gioco finale, è la definitiva trasformazione in bestia del personaggio visto a inizio serie.

Non è Sang-Woo il villain.

Squid Game è una serie che parte da una fortissima critica alla società coreana e Sang-Woo è l’incarnazione di questa critica. In Corea c’è una forte pressione sociale legata alla divisione della popolazione in caste. La potenza della famiglia è indice del ruolo di una persona nella società e Sang-Woo è colui che è emerso dal contesto di povertà in cui è nato. L’eccezione che ha spezzato il sistema. Spesso Gi-Hun ne tesse le lodi come genio, laureato, uomo che ha fatto la scalata sociale e il tentativo ricorrente di Sang-Woo di zittirlo è quasi emblema della pressione a cui è sottoposto costantemente. Lo vediamo sull’orlo del suicidio, nell’episodio 2, per la vergogna di aver macchiato la sua reputazione e quella della sua famiglia. E’ una creatura nata da un contesto insostenibile dal punto di vista psicologico. Contesto che poi si riflette e si estremizza nel gioco, nel quale, però, la via di fuga non è più il suicidio, ma la vittoria del premio in denaro. E’ proprio la costruzione iniziale del personaggio a rendere il suo cambiamento un’eccellente prova di scrittura da parte degli sceneggiatori. La sua storia è la storia di un uomo completamente trasformato. Il gioco tira fuori i lati più bestiali dell’essere umano e, in questo senso, Sang-Woo è proprio una delle “vittime” del gioco stesso. Ad essere lentamente uccisa è la sua umanità. Il suo percorso di disumanizzazione è graduale, ma si percepisce con il progredire degli episodi e non è mai forzato. C’è sempre una spiegazione dietro ciò che fa: non aiuta i suoi compagni durante “Caramello” per avere più possibilità di vincere sul lungo periodo, inganna Ali e spinge nel vuoto il vetraio per sopravvivere, uccide Sae-Byeok per evitare che scelga di fermare il gioco insieme a Gi-Hun. Il fatto che ci sia una spiegazione dietro ognuno dei suoi crimini rappresenta l’intenzione degli sceneggiatori di spiegare (non di giustificare) l’atrocità delle sue azioni. Questo fa di lui qualcosa di nettamente più profondo di un semplice villain. E il suo suicidio finale rappresenta quasi un tentativo di estrema redenzione del personaggio che, di fronte alla possibilità di fermare il gioco, si rende conto che fuori di lì non riuscirà a sostenere il peso delle sue azioni e duque si toglie la vita, a dimostrazione del fatto che non è lui il villain.

Il villain è il gioco stesso e, indirettamente, la società che ne consente l’esistenza.

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