Army of the Dead: il ritorno del cinema NON-vivente di Zack Snyder. La recensione

locandina del film

<<What’s in your head, in your head?>> canta il ritornello di Zombie dei Cranberries presente come colonna sonora nel film. Esattamente quello che noi spettatori vorremo chiedere al regista Zack Snyder: <<cosa c’è nella tua testa?>>

Army of the Dead, il nuovo film prodotto, diretto e fotografato da Zack Snyder è disponibile su Netflix dal 21 maggio. Il regista di 300 e Man of Steel questa volta ha deciso di cimentarsi con un genere che aveva già toccato nel 2004, quando uscì nelle sale il suo remake di “Dawn of the Dead”.

Quando si analizza uno Zombie movie è impossibile non citare colui che ha sostanzialmente creato il filone nel 1969 con quel capolavoro de “La notte dei morti viventi”, sto parlando di George Andrew Romero (1940-2017). I suoi zombie erano una metafora, una allegoria della società capitalista dominata ormai dal concetto di “uomo mangia uomo”. I morti tornano in vita, latrano, si muovono con degli spasmi lenti causati dal rigor mortis, non hanno coscienza e la loro natura è quella di mordere e infettare. In tutti i film di Romero alla base c’è la voglia di mostrare come gli esseri umani, intesi come NON-zombie reagiscano davanti ad una minaccia apocalittica. Ideologie, orientamenti sessuali, colore della pelle e estrazione sociale sono contorni inutili quando devi resistere ad un’orda di morti che camminano. L’importanza delle opere di Romero nel cinema non è per niente discutibile.

Non si può certo dire lo stesso di questo film di Zack Snyder che prende questo filone e lo priva del cuore: la politica. No, non è solo questo elemento che rende Army of the Dead un pessimo film, che resta comunque un disastro di narrazione, tecnica cinematografica, estetica e montaggio al di là dell’assenza di una lettura politica.

Army of the dead è un Heist movie in salsa zombie che non smentisce una scarsa capacità di Snyder, qui totalmente libero dalla Warner Bros e quindi pienamente responsabile delle sue mancanze. Alla base del film vi sono mescolanze di concept e linguaggi, dalla logica videoludica a quella fumettistica.

La trama:

Il film parte mostrandoci la genesi del contagio. Nel bel mezzo del deserto del Nevada un convoglio militare sta trasportando qualcosa di misterioso quando a causa di un incidente con una macchina civile finisce fuori strada. Si libera così il paziente zero del contagio zombie, la cui furia invade presto la città nel deserto, costringendo il governo d’America a correre ai ripari e inviare forze speciali.

Dopo questo breve prologo partono i titoli di testa che sono la cosa più interessante del film, una costante positiva ormai nel cinema di Snyder…peccato che sia l’unica.

Tra le tante forze Armate inviate a Las Vegas c’è anche la squadra di  Scott Ward (Dave Bautista), che però è costretta come tutte le altre a scappare da una città ormai perduta che si è deciso di mettere in quarantena, circondandola con una barriera di pesantissimi container. Fortuna (o espediente narrativo) vuole che questa epidemia zombie non infetti gli uccelli (ma i cavalli e addirittura le tigri si) il che riesce a contenere il diffondersi della stessa solo nei confini di Las Vegas, dove gli edifici che ospitavano affollati casinò si ergono ora come monumentali tombe egizie piene di tesori da trafugare. L’idea dell’imprenditore miliardario Hunter Bly (Hiroyuki Sanada) è infatti quella di inviare Ward e la sua squadra dentro la città per recuperare 200 milioni di dollari, missione che l’uomo accetta di buon grado per sfuggire alla sua grigia vita da cuoco di un fatiscente fast food e regalare un migliore futuro alla figlia Kate (Ella Purnell). Una volta dentro la Città del Peccato, però, Ward e i suoi compagni scopriranno un regno di morte e desolazione guidato da un terrificante Alpha e dalla sua “tribù” di zombie. E la missione ovviamente si complicherà.

L’analisi:

A partire dalla trama possiamo notare la mescolanza tra un concept à la “Escape from New York” di John Carpenter, “Aliens” di James Cameron e un’improvvisata “Suicide Squad” poco caratterizzata e piuttosto anonima a partire dal protagonista, un Dave Bautista che come leader non brilla, pur risultando molto più credibile nel dramma del collega Dwayne Johnson.

Nella Las Vegas simbolo dell’edonismo americano, ora ridotta a tana di zombie prende vita un film poco ispirato ed estremamente generico e dozzinale, con gravi insufficienze tecniche che lo rendono addirittura fastidioso.

La Las Vegas di Snyder è una generica città in rovina di un qualsiasi film post-apocalittico, una scenografia piatta che osserva silente una missione contro il tempo dove sono proprio i tempi e i ritmi ad essere poco funzionali al genere.

L’horror è un genere estremamente difficile da filtrare e unire con altri filoni narrativi. In questo film, infatti è unito ad una ironia pop che lo priva di una autonomia. Per farvi capire meglio vi faccio un esempio: immaginate un’insalata. Dentro ci potete mettere pomodori, olive, mozzarella. Una volta che avete inserito tutti gli ingredienti con lo stesso quantitativo il piatto sarà sempre un’insalata con le componenti singole che si bilanciano a vicenda. Army of the dead non è per niente cosi: è un’insalata che ha troppi ingredienti in contrasto che finiscono con il privare il piatto di una identità. Non si capisce se stiamo mangiando un’insalata o un minestrone. Così vale per Army of the Dead, non si capisce se voglia puntare sul dramma, sul cinema muscolare, sulla commedia, sull’horror o sull’action.

Per quanto riguarda la costruzione delle scene, sono quasi del tutto assenti momenti davvero rilevanti che caratterizzano l’azione degli anti-eroi, i cui scontri o drammi sono spesso dilazionati da un montaggio alternato che pigramente segue accenni di future problematiche.

Pare quasi che Snyder abbia fin troppo rallentato i ritmi che un tempo con contraddistinguevano all’opposto- basti pensare alle ellissi eccessive di “Man of Steel” o alla frenesia sconclusionata di “300”, il cui assetto di costruzione sarebbe stato molto più congeniale ad un film che imita il linguaggio dei videogiochi e dei fumetti.

Questo generale rallentamento non sarebbe stato un problema se il film avesse voluto giocare tutto in funzione di una tensione horror, come in una delle poche scene riuscite del film (quella degli zombie ibernati).

Dave Bautista e Zack Snyder sul set

Dopo aver compreso il funzionamento del regno dei non morti con fazioni e gerarchie (cosa secondo me inaccettabile visto che lo zombie è la figura che più di tutte azzera le gerarchie) Snyder si serve della sua camera a mano per limitarsi nei movimenti, con pochi guizzi di impatto e un’inventiva nel posizionamento degli attori e nell’azione che è azzerata completamente. Come direttore della fotografia, il discorso prende una piega assai tragicomica: se non c’è Larry Fong (nella pellicola omaggiato sotto forma di easter eggs attraverso una locandina) a sostenerlo, Snyder si perde in gradazioni di marrone in fondali definiti con superficialità, con giochi di fuochi e soggetti poco centrati e senza una grammatica da rispettare.

L’omaggio nascosto a Larry Fong

In particolare, quest’ultimo elemento è quello che da maggiormente fastidio, in alcune sequenze è tutto fuori fuoco, in altre non c’è il fuoco nemmeno nei piani fissi con il dolly. Nella fotografia si nota infatti una eccessiva e ossessiva abbondanza di flare e di sfocature dovute ad un utilizzo straripante del flou, potenzialmente interessante per scontornare i personaggi dal background ma che finisce per risultare solamente confusionario, fastidioso alla vista e ridondante come fosse il lavoro di un principiante intento a provare a tentoni nuove vie di rappresentazione sperimentali. Immaginate di essere miopi e avere gli occhiali rotti. Bene, questo è l’effetto della messa in scena di Snyder.

Non riesco a salvare neanche la presentazione dei personaggi, monodimensionali e abbastanza sacrificati, che ci conducono verso un finale da cestinare in ogni sua svolta. Tutto telefonato, tutto scialbo e mal supportato da un tono iniziale che poteva estendersi per tutta la durata del film.

Sperimentare con il cinema è cosa buona e giusta, fallire nel farlo è umano, perseverare è Zack Snyder.

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