Avatar: La via dell’acqua, il sequel necessario

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Il primo Avatar non è stato epocale, di più. Il film del 2009 di James Cameron non solo è diventato il più grande successo al botteghino di tutti i tempi (superato per pochi mesi da Avengers: Endgame nel 2019, salvo ricuperarlo con una release occasionale), ma ha anche portato una serie di innovazioni nel mondo della computer grafica che avrebbero segnato il cinema del decennio successivo. Non è un caso che Avatar sia ancora così bello da vedere a 13 anni dalla sua uscita. Cameron decide di tornare a Pandora con un piano che prevede numerosi sequel, ma si mantiene cauto. Vediamo se alla gente frega ancora qualcosaha detto in un’intervista poco tempo fa. Dalle prime impressioni e recensioni della stampa, probabilmente alla gente frega ancora qualcosa. Ecco la nostra recensione di Avatar: La via dell’acqua.

La trama di Avatar: La via dell’acqua

Alla fine del primo film vedevamo i Na’vi, la razza indigena del pianeta Pandora, cacciare gli umani dalla propria terra, dopo aver vinto la prima grande battaglia per la loro salvezza. Sono passati gli anni e Jake Sully (Sam Worthington) è diventato un membro effettivo della popolazione. Insieme a Neytiri (Zoe Saldana) ha costruito una famiglia numerosa e la relazone con gli umani rimasti sul pianeta, perlopiù scienziati, è pacifica e fruttuosa. Questa pace si interrompe al ritorno sul pianeta degli umani, che hanno lasciato da parte le intenzioni scientifiche del primo film e vogliono conquistare e monopolizzare il pianeta. Da questo momento inizia la seconda grande guerra per Pandora, in cui Jake e la sua famiglia giocheranno di nuovo un ruolo decisivo.

Una nuova Pandora | Avatar: La via dell’acqua

Il primo Avatar, nonostante l’innegabile successo, ha diviso gli spettatori. C’è chi lo ama per la sua estetica mozzafiato e per l’evento che ha rappresentato, e c’è chi lo contesta per una trama troppo semplice e già vista (più o meno è un Pocahontas con gli alieni). Quello su cui tutti sono d’accordo però è una cosa: visivamente era qualcosa di mai visto prima. I progressi tecnologici che hanno accompagnato la creazione del film sono un vero e proprio passo avanti dal punto di vista tecnologico. Ciò ha permesso un’immersione senza precedenti in un mondo completamente creato al computer, arricchito però da performance attoriali catturate sul set, senza che venissero immaginate dalla tecnologia. Avatar: La via dell’acqua prosegue sulla falsa riga del predecessore e espande l’immaginazione alla coste di Pandora. Se la grande protagonista del primo film era la foresta, in questo sequel è proprio l’acqua a fare da padrona. Questa volta non vediamo le meraviglie della natura attraverso gli occhi di Jake ma dei suoi figli, con un passaggio di testimone anche ai fini narrativi, con questo sequel orientato alla famiglia e non alla crociata singola di un protagonista. Molte sequenze richiamano il prequel, come ad esempio l’addomesticamento della fauna marina. Questa sensazione di “già visto” purtroppo si percepisce spesso all’interno della pellicola, nonostante dal punto di vista tematico sia molto diversa dalla precedente. Tuttavia, questo fatto non aiuta a togliere lo stigma al franchise di essere narrativamente pigro, seppur visivamente spettacolare.

Un nuovo cuore, ma anche nuovi problemi | Avatar: La via dell’acqua

Come accennato, il cuore di Avatar: La via dell’acqua è molto diverso da quello del suo predecessore. Se il primo film verteva attorno a Jake e alla sua scoperta di Pandora, alla contrapposizione tra uomini e Na’vi e a un punto di vista classico nella dinamica conquista/conquistato, questo sequel è molto diverso. Jake e soprattutto Neytiri passano in secondo piano per lasciare spazio ai loro figli. Il fulcro del film passa allora ad una dimensione più intima e famigliare, in cui i rapporti tra fratelli e sorelle, ma anche tra genitori e figli sono determinanti. L’unica crepa è il palese sottoutilizzo di Neytiri che, dopo un primo capitolo da seconda in comando, si vede scavalcare nelle gerarchie da almeno due dei suoi figli. La novità più dolce è da ritrovare nel lato umano della storia. Ritroviamo infatti il colonnello Quaritch (Stephen Lang), deceduto alla fine del primo film ma riportato in vita attraverso una sua memoria residua, impiantata all’interno di un Avatar. Il personaggio, dopo un inizio sulla falsa riga di quello del primo film, prende una strada tutta sua e in parte ripercorre i primi passi di Jake su Pandora. Il suo arco, coronato dal rapporto con il figlio Spider, è una delle note più positive del film.

Conclusioni

Avatar: La via dell’acqua si presenta come un passo avanti nella costruzione di un universo parallelo al nostro, in cui poter entrare liberamente per evadere. Esteticamente non si può dire nulla a Cameron: il lavoro di anni ha assolutamente ripagato e, contando che il capitolo 3 è stato girato insieme a questo, non ce ne andremo presto da Pandora. L’acqua rappresentava una sfida enorme per la produzione e per gli effetti speciali, ma sicuramente i premi che vinceranno nei prossimi mesi gli daranno ragione. Restano, però, delle note dolenti. La narrazione, nonostante sia molto più coraggiosa del primo capitolo, resta comunque bloccata per diversi motivi. Sarà il fatto di avere un altro sequel già programmato, sarà la voglia di ricalcare almeno in parte quanto di buono è stato fatto 13 anni fa, ma qualcosa non va. Il film resta assolutamente godibile e 3 ore al cinema non sono passate così velocemente da Avengers: Endgame. Avatar: La via dell’acqua è riuscito ad ereditare tutto quanto di buono e, purtroppo, di sbagliato ha fatto il suo predecessore. Questa volta senza Pocahontas. Ma non senza problemi.

Voto: 8/10.

Cosa ne pensate della nostra recensione? Andrete a vedere il film nelle sale? Secondo voi Avatar: La via dell’acqua farà la voce grossa nella stagione dei premi? Fatecelo sapere con un commento!

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