Belle: la bella e la bestia secondo Mamoru Hosoda

L’ultima fatica di Mamoru Hosoda arriva nelle nostre sale straordinariamente con una distribuzione regolare, non limitata ai due giorni canonici cui sono destinati i film d’animazione orientali. Ed è importante che sia così, oltre che per la necessità di una maggiore apertura della distribuzione cinematografica del nostro paese, perché Belle è uno spettacolo.

Forma sorprendente

È visivamente maestoso, esteticamente il più bello e vivace di tutti i lavori di Hosoda. Non soffre neanche delle solite inadeguatezze di cui cade vittima l’animazione giapponese nell’utilizzo della CGI, spesso posticcia: le due tecniche convivono alla perfezione, la computer-grafica mostra il fianco giusto quando tenta di rendere la profondità di campo, con uno sdoppiamento degli oggetti fuori fuoco più o meno fastidioso in base ai momenti.

Altro elemento di forte pregio è il lavoro fatto con il comparto musicale e sonoro, che si tratti anche della gestione dei silenzi e, considerando l’importanza della componente musicale  nel film, si tratta di una conquista importante. Il lato visivo e quello musicale concorrono quindi a restituire un film che viene assolutamente valorizzato dalla visione in sala.

Tutto ciò che compete alla tecnica è ineccepibile e sorprendente, ma le note dolenti arrivano quando si guarda alla sostanza. Per quanto godibile e di buon intrattenimento, Belle è il peggior lavoro di Hosoda o, per lo meno, la sua opera minore, molto lontana dai suoi due capolavori (Summer Wars e Wolfchildren) e inferiore anche a The boy and the beast.

Poca sostanza

I temi di interesse sono gli stessi che da sempre contraddistinguono la filmografia del maestro ricorrendo ciclicamente nei suoi film, il mondo digitale e la crescita, eppure in questo caso pecca di superficialità nella loro trattazione, una superficialità amplificata dal fatto che già altre volte sono stati affrontati da Hosoda e con maggior maturità e acume (basti pensare alla completezza della riflessione di Summer Wars sull’internet, in tempi in cui le dinamiche del web ormai a noi tanto familiari non erano neanche suggerite).

Perfino nello svolgimento della trama la sceneggiatura non aiuta, dispersiva e a tratti inconcludente, tra passaggi e dinamiche tra i personaggi spesso trattate frettolosamente, se non proprio date per scontate e taciute.

Sembra che la presenza della Okudera alla sceneggiatura permettesse a Hosoda una sensibilità narrativa che forse non gli appartiene del tutto: ad eccezione dello splendido Mirai, dalla fine del sodalizio con la sceneggiatrice, già The boy and the beast, che comunque tornava a parlare della crescita in relazione all’entità familiare proseguendo un’indagine sul ruolo e peso della figura paterna, affrontava questi argomenti in maniera quasi abbozzata e senza dare una reale conclusione alla riflessione aperta, pur nella sostanziale compattezza della trama.

In Belle queste mancanze risultano accentuate, anche a causa di una sceneggiatura disordinata: è poco equilibrato, è un rimaneggiamento delle suggestioni già esplorate da Hosoda, ma senza aggiunte che possano arricchirle e soprattutto con molta profondità d’approccio in meno. Vale comunque la pena di vederlo per molte sequenze da sindrome di Stendhal: Belle è una vera gioia per gli occhi e per le orecchie, peccato che stavolta la sostanza venga meno.

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