Berlino, la serie: come distruggerla in 5 paragrafi.

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Sembra passato un secolo dalla conclusione di quello straordinario fenomeno mediatico che fu “La Casa di Carta”. Una delle serie più iconiche dell’ultimo decennio, forse quella che più di tutte, insieme al “Trono di Spade“, è riuscita a calamitare la curiosità del grande pubblico. La serie spagnola si è distinta fin dal primo episodio per il ritmo incalzante, per personaggi memorabili con cui è facile empatizzare e per il sapiente e furbo uso del colpo di scena e del cliffhanger. Nonostante il palese calo di qualità delle ultime stagioni, questi elementi hanno sempre rappresentato una costante all’interno della serie che, malgrado i difetti, è sempre riuscita a intrattenere lo spettatore, a incuriosirlo, a trascinarlo nel vortice di eventi creato dagli sceneggiatori.

Anni dopo, Netflix rispolvera l’universo della Casa di Carta e lo fa con uno spin-off su quello che, probabilmente, era il personaggio migliore della serie madre: Berlino. Questo prequel, particolarmente atteso, ha l’obiettivo di approfondire la psicologia e il passato di Andrès de Fonollosa (Pedro Alonso), il cinico leader della rapina alla Zecca di Stato. L’attesa non è stata ripagata e i tentativi si sono risolti in un grosso buco nell’acqua, estremamente deludente anche per i sostenitori più accaniti della saga.

Ormai è chiarissimo: a coloro che si occupano del mondo della Casa di Carta piace tremendamente complicarsi la vita. Lo hanno già fatto attraverso la scellerata decisione di aggiungere tre stagioni alle originarie due della serie principale, forzando una sceneggiatura fragile e piena di buchi di trama. Lo fanno di nuovo con Berlino, scegliendo di optare per un racconto prequel.

Cronaca di una morte annunciata

Girare un prequel presenta una difficoltà doppia rispetto al normale, perché va a troncare fin da subito uno degli elementi fondamentali della narrazione cinematografica e seriale: il colpo di scena, l’inaspettato, la curiosità. Lo spettatore sa già come andrà a finire, o meglio, sa già che determinati personaggi non possono morire. Sono intoccabili, in quanto presenti, al massimo della salute (ecco, forse Berlino non proprio al massimo), nella storia dell’opera principale.

Ma ci sono delle eccezioni a questa regola non scritta:

  • E’ il caso dei prequel dedicati a eventi avvenuti secoli o millenni prima rispetto alla storia principale. Le opere di genere fantasy, ovviamente, si prestano maggiormente a questo genere di narrazione e serie come “House of the Dragon“, e “Gli Anelli del Potere” o trilogie come quella dello “Hobbit” ne sono un esempio.
  • Un altro tipo di prequel molto credibile è la tipica origin story di un antagonista o di un personaggio particolarmente ambiguo e oscuro, perché poche cose affascinano lo spettatore più delle motivazioni e degli eventi alla base della nascita di un villan. Chi non vorrebbe conoscere le origini del Joker di Heath Ledger? Chi non andrebbe a vedere un film incentrato esclusivamente su Voldemort e la creazione degli Horcrux? Le serie televisive hanno già esplorato questa possibilità. L’ha fatto “Breaking Bad“, raccontando la storia di Gus Fring, l’ha fatto “The Walking Dead“, con l’episodio flashback dedicato interamente a Negan. I risultati? Ottimi.
  • E poi c’è quell’ipotesi in cui il prequel è fatto talmente bene che non è neanche possibile accorgersi delle differenze dalla storia madre e il livello di tensione non cala minimamente: è il caso di “Better Call Saul“.

Berlino aveva le potenzialità per rientrare nel secondo punto dell’elenco appena descritto, perché Andrès de Fonollosa è un personaggio interessantissimo, sfaccettato, deplorevole, cattivo. Una storia sulle sue origini, che spiegasse la sua filosofia, il suo sistema di valori, avrebbe potuto essere davvero una mossa intelligente da parte di Netflix. Ma non è stato così.

Problemi generici

Normalmente, in una recensione, è utile raccontare in sintesi la trama dell’opera recensita, al fine di dare al lettore la possibilità di orientarsi al meglio tra le righe, ma in questo caso tale riepilogo è del tutto superfluo dal momento che, in “Berlino“, una trama non c’è. O meglio, c’è, ma non ha alcuna rilevanza all’interno della serie. La storia si incentra su una rapina all’interno di una banca di Parigi, ma il colpo è chiaramente la cosa meno importante della serie.

Non c’è un momento di tensione in otto episodi il ritmo è altalenante, il dramma è totalmente assente. Al contrario, l’ultimo episodio è semplicemente soporifero, perfetto per conciliare il sonno del malcapitato spettatore. Non esiste alcun rapporto causa-effetto in ciò che accade e gli eventi si susseguono automaticamente come sequenze slegate solo perché previsto dalla sceneggiatura. I toni sono piatti, noiosi, tendenti al ridicolo, e tutto si perde in un milione di dialoghi sull’amore e sulle relazioni, di cui forse si salva solo il primo tra Berlino e il membro anziano del gruppo, quello con i baffi (risulta impossibile ricordare i nomi dei membri della banda, cosa che dimostra ancor di più la genialità della trovata dei nomi di città nella serie madre)

Personaggi o macchiette?

I personaggi sono tutti dimenticabili, piatti, privi di un’ombra di caratterizzazione. Se paragonati alle controparti della serie madre, il confronto è davvero impietoso, per non parlare della recitazione che, a tratti, raggiunge picchi di imbarazzo che non si vedevano dai tempi di “Baby“.

I rapinatori protagonisti della Casa di Carta erano presi dalla strada, per la maggior parte, ma questi sembrano davvero scelti completamente a caso: fanno tutti a gara a chi si comporta nel modo più sbagliato possibile all’interno di un contesto delicato come quello di una rapina e collezionano azioni di una stupidità sconcertante. Impossibile togliersi dalla mente il momento in cui due luminari della banda pensano bene di mettersi a fare corse clandestine, con i gioielli in tasca, la sera prima della fuga. E la cosa che lascia ancora più delusi e che si rivela umiliante per la serie stessa è che Berlino, il protagonista, è in prima linea per mandare all’aria tutto.

I bei vecchi tempi

Berlino era il personaggio migliore della serie principale, senza il minimo dubbio. Un sociopatico, cinico, privo di empatia, con il gusto per la teatralità. Il perfetto antagonista, anche tra i buoni. Un personaggio la cui caratterizzazione si sviluppava nel dualismo con il Professore, in una dinamica che vedeva contrapposte la totale mancanza di principi del primo e la rettitudine del secondo. Andrès de Fonollosa trainava la Casa di Carta a suon di monologhi potenti e politicamente scorretti, mai banali, mai del tutto sbagliati. La voce della ragione in un contesto in cui ogni membro della banda veniva sistematicamente vinto dalle proprie emozioni. Incorruttibile nella sua totale dedizione al piano.

Ora, come può questa descrizione del personaggio di Berlino anche solo avvicinarsi allo scempio visto nello spin-off? Berlino si innamora della moglie del direttore della banca, Camille, sceglie di uscire con lei, di assecondare una sua fantasia, con il rischio di far fallire il piano e di far arrestare tutti i suoi compagni, quando avrebbe potuto benissimo aspettare che si calmassero le acque per vivere la sua storiella.

Un’onta per un grande personaggio

Il Berlino che vediamo nella serie a lui dedicata è un esaltato privo di criterio. Un sognatore disposto a mettere a rischio l’intero piano per una sbandata amorosa. Certo, si potrebbe obiettare che anche il Professore aveva messo a rischio il suo piano innamorandosi dell’Ispettore Murillo nella “Casa di Carta”. Ma il Professore aveva dimostrato fin da subito di non essere in grado di gestire i rapporti umani senza lasciarsi sopraffare dall’empatia. Il Professore conosceva i suoi limiti e per questo aveva messo Berlino a capo della rapina. Perché lui aveva la freddezza per fare ciò che era necessario, senza mettere a rischio il piano. La spietata indifferenza di Berlino compensava la morale ferrea del Professore. Berlino era il capo perché un capo deve poter sopportare il peso di decisioni impossibili senza esserne schiacciato. Peso che il Professore non avrebbe mai potuto reggere.

Nella prima stagione della Casa di Carta, quando Monica Gaztambide ruba un cellulare, Berlino ordina che sia giustiziata sul posto perché sa che, se la facesse franca, gli altri ostaggi cesserebbero di aver paura dei rapinatori. Nella seconda stagione, quando Tokyo compie un “colpo di Stato” e prova a prendere il comando, mettendo a rischio l’operazione, Berlino la lega ad un carrello e la spinge fuori dalla Zecca, consegnandola, consapevole che l’arresto, per lei, sarebbe peggio della morte. Quando Rio rivela parte del piano agli ostaggi, Berlino è pronto a ucciderlo senza pietà, ed effettivamente preme il grilletto, ma arriva la chiamata del Professore a salvare la situazione. Andrès de Fonollosa è sempre lucido, reattivo, non perde mai il controllo. Sa cosa va fatto e si limita ad agire senza rimorsi né pericolose distrazioni. E’ il leader perfetto. L’unico che non crolla.

Parliamo di un uomo che dedica la sua stessa vita all’arte del furto. Un soggetto disposto a tutto per la riuscita di un piano e, soprattutto, una persona molto vicina ad essere uno psicopatico, per quanto lucido e dotato di un proprio codice. Tutto quello che accade al suo personaggio, nella serie a lui dedicata, è un insulto al grande villan che abbiamo apprezzato nella serie principale. Una caricatura irrispettosa. Un’onta vera e propria.

Conclusioni

In conclusione, Berlino è una serie piena di difetti, gestita malissimo nonostante ci fosse il potenziale per fare bene. La sceneggiatura è debole e sfibrata, i personaggi sono scritti male e approssimativamente e il protagonista non è altro che una caricatura del grande villan visto nella serie madre. Netflix ha sprecato l’occasione di fare qualcosa di interessante, partorendo un’opera molto mediocre e tremendamente distante dalla sufficienza.

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