Broker – le buone stelle: Kore’eda va in Corea

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Il tema d’interesse non è nuovo, tantomeno per Kore’eda, che dal 2004 torna periodicamente a parlare di abbandono, di famiglia e di un senso di appartenenza in cerca di conferme. Non è Broker – le buone stelle a rompere la catena, ma non c’è motivo di biasimo in ciò. Ottavo film in selezione a Cannes, in particolare trova molti punti di contatto con Un affare di famiglia, che nel 2018 valse la palma d’oro al regista: le basi del raccontano poggiano sulla cronaca, stavolta in riferimento all’inasprimento della legge sulle adozioni in Corea, in modo da rivolgere lo sguardo su realtà fuori dai limiti della legalità che mettano in discussione l’istintivo affidamento ad imposizioni morali di sorta.

Per uguale contrasto tra premesse e sviluppo, la storia comincia davanti ad una baby box, corrispettivo asiatico delle ruote degli esposti, e da lì assembla con pazienza e naturalezza una famiglia tanto improbabile quanto spontanea, inquadrando nuovamente il discorso circa la genitorialità nell’ambito del sempreverde dibattito nature-nurture.

La trama

Una giovane madre lascia il figlio davanti ad una baby box. Il neonato verrà trovato da due “broker delle buone azioni”, i quali si occupano clandestinamente di contrabbando di bambini per i quali cercano dei genitori adeguati. Convincono la ragazza che sia la scelta migliore per il futuro del bambino e, proprio come per Kore’eda a partire dall’esperienza francese de La verità e ora con una produzione coreana, inizia un viaggio. Broker diventa un road-movie che porta i protagonisti da Busan fino all’incontro con i nuovi genitori del bambino, costringendoli a confrontarsi gli uni con gli altri e con il rispettivo abbandono.

Quattro orfani che riflettono rassegnati su dove li abbia condotti quell’abbandono e quel mancato senso di appartenenza, fino alla considerazione di nuove prospettive: così, quasi alla fine del loro viaggio, in una camera da letto con le luci spente, prima di addormentarsi si ringraziano di esser venuti al mondo, sanando il proprio senso di colpa per esser stati lasciati e legittimando la propria esistenza, riconoscendo di essere desiderati e che qualcuno, all’inizio delle loro vite e pur nella difficoltà, li ha desiderati.

Kore’eda in Corea

Dopo La verità, Kore’eda continua a rivolgere il proprio sguardo ad altre realtà produttive, stavolta la Corea, forse più distanti dal linguaggio del cineasta giapponese nelle proprie esigenze narrative. La trama stavolta è più importante e in quest’ultimo lavoro del regista, a fianco dell’essenzialità del racconto, si impongono l’intreccio e lo sviluppo narrativo, oltre che una più chiara quadratura di genere: non una svolta radicale, ma pur sempre una contaminazione, un compromesso, per quanto minimo, che la pellicola deve pagare. La narrazione è fatta più di trama, di “tappe” narrative, dei protagonisti che scappano dalla polizia e delle rivelazioni sul passato di ciascuno, piuttosto che di quei momenti semplici, suggeriti, essenziali e minimi intorno ai quali ruota il cinema di Kore’eda.

Conclusioni

Broker – le buone stelle riesce comunque a trovare quei momenti e mantiene la purezza del proprio sguardo, senza essere ingenuo né retorico: Kore’eda riconosce la dignità nella miseria e nella tragedia, partendo da esse per palesare nuove prospettive. Non il suo miglior film, ma, come i protagonisti, ha una propria ragion d’essere.

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