Candyman: dal 1992 al 2021

A ventinove anni di distanza dal film di Bernard Rose, Nia DaCosta e Jordan Peele riportano il nome di Candyman sulla bocca di tutti (proprio come fa anche il protagonista di questo quarto capitolo).

Per quanto la creazione di Clive Barker, trasposta a schermo da Bernard Rose, avesse riscosso un buon successo, proponendo un nuovo mostro cinematografico, atipico e originale nell’incarnare una riflessione antirazziale,  e regalando a Tony Todd il ruolo di una carriera, è sempre stato un piccolo film di culto, tanto che i timidi tentativi di aprirne una saga cinematografica si sono esauriti con il terzo film, uscito nel 1999.

A conferire nuovamente la dovuta notorietà ad una creatura così intrigante è Nia DaCosta, accompagnata alla sceneggiatura da Jordan Peele. Dei due, il nome che stimola maggiore interesse è sicuramente il secondo ed è difficile da ignorare, dal momento che Candyman segna il suo terzo approccio al genere horror.

Il risultato è un quarto capitolo che si pone come seguito diretto del film originale di Bernard Rose, ignorando gli altri due seguiti, rivisitando il personaggio di Candyman e reinventandone il mito. Il discorso antirazziale si adatta a dei tempi attuali ben diversi dagli anni ’90, dato che la problematica stessa si è evoluta. In particolare, il film si inserisce in un panorama sociale violentemente investito dal movimento Black Lives Matter, ed inevitabilmente il senso della stessa creatura di Barker è cambiato di pari passo, rispondendo ad eventi più recenti: Candyman nel 2021 è la reazione necessaria di una comunità cresciuta nel dolore, è un quartiere sporcato ripetutamente nello stesso punto, fino a marcire, che reagisce a degli eventi che continuano a ripetersi. È una sofferenza eterna.

Nia DaCosta fa un lavoro più che pregevole con una regia particolarmente ispirata, fatta di campi lunghi e belle intuizioni grafiche e che, soprattutto, non fa rimpiangere in alcun modo quella di Jordan Peele, di cui comunque si sente la presenza alla sceneggiatura, seppur non in modo ingombrante. È poi interessante come questo Candyman si leghi all’originale del 1992 secondo un rapporto di posizioni contrarie: a differenza di Bernard Rose, il quale riprendeva il ghetto dall’alto – il povero osservato dal ricco – la giovane regista procede nel senso opposto, riprendendo il quartiere nuovo dal basso. Non è un caso che il protagonista sia il punto di incontro dei due quartieri, delle due realtà, dei due sentimenti.

Dall’altra parte, il contributo di Jordan Peele è stavolta ben più criticabile, con quella che probabilmente è la sua sceneggiatura peggiore, quando già Us soffriva sul finale di importanti incoerenze narrative, per quanto in funzione di una brillante rilettura del doppleganger in chiave romeriana: da parte del protagonista, la discesa nel delirio e nella follia ha inizio troppo presto e velocemente, mentre si accenna distrattamente ad eventi passati nel tentativo di conferire carattere ai personaggi secondari, senza ottenere niente di più della loro semplice funzionalità alla trama.

Infine, la maggior parte delle scene di uccisioni sono pretestuose se non proprio immotivate, non avendo nulla a che fare con l’azione principale e che quindi risultano inserite unicamente per contribuire al minutaggio e aggiungere del sangue al film, quando non è l’orrore grafico a spaventare, quanto invece la nuova logica incarnata da Candyman.

Nonostante queste importanti superficialità, il risultato finale presenta comunque molti punti di forza: fa sicuramente ben sperare per la carriera in divenire di Nia DaCosta e il discorso antirazziale, se pur espresso a tratti in maniera didascalica anche attraverso alcune azioni esagerate e macchiettistiche, si concretizza in un’attualizzazione molto intelligente del mito di Candyman, il quale nel 2021 esprime un orrore che dal 1992 non ha mancato di maturare. E in questo ribadisce l’enorme efficacia del genere horror nel tradurre l’incubo della quotidianità, affiancandosi in particolare, per l’approccio estremizzato e molto diretto, alla più recente rivisitazione de L’uomo invisibile di Leigh Whannel.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.