Climax: un’altra anomalia di Gaspar Noé

All’inizio del film si parla di paradiso:  un luogo in cui c’è bisogno di credere perché c’è soltanto calma e tutto va bene. Poi viene posta una domanda che porta la conversazione su altri lidi: “ci sei mai stato?”. Il ragazzo interpellato risponde di no, perché lui viene dall’inferno. E quando gli viene chiesto dove si trovi l’inferno, indica silenziosamente lo spazio alle sue spalle, una parete sporca e rovinata dall’umidità, riferendosi al passato da cui ormai si è allontanato.

È una delle interviste ai protagonisti con cui si apre la pellicola e che vengono mostrate su un vecchio televisore incorniciato dalle vhs di film dai titoli altisonanti, quali Suspiria, Zombi, Querelle, Possession, Eraserhead e Salò o le 120 giornate di Sodoma: tutti film che al tempo della loro distribuzione hanno fatto molto discutere di sé, suggerendo quindi che in questi primi minuti Gaspar Noé, oltre ad esplicitare le influenze di cui vive la sua opera, stia rilasciando una dichiarazione di intenti – per averne conferma, è sufficiente pensare agli altri suoi lavori e a come sia rimasto deluso di fronte ad un’accoglienza inaspettatamente positiva di quest’ultimo.

Le interviste di apertura non sono altro che piccoli ritratti essenziali dei personaggi, l’unico spazio in cui vengono caratterizzati e modellati dalle poche righe di sceneggiatura scritte da Noé, il quale ha candidamente rivelato di aver scritto un semplice canovaccio di sole cinque pagine in cui il film veniva appena delineato, affidandosi all’improvvisazione degli attori per la direzione dei personaggi.

Infatti non c’è da stupirsi dinnanzi alla pochezza contenutistica di Climax, la cui trama è facilmente riassumibile indicando unicamente la premessa: un gruppo di ballerini, riuniti in una scuola per dedicarsi alle ultime prove, festeggia la notte prima della loro esibizione, ignorando  che qualcuno ha mescolato la sangria con LSD. Ne consegue che i personaggi perderanno il controllo, precipitando in una notte di follia, violenza e disperazione, durante la quale alcuni sperimenteranno il paradiso, mentre altri l’inferno.

Il tutto viene ripreso per mezzo di lunghi piani sequenza (di cui uno raggiunge i quarantadue minuti di durata), riprese dall’alto e inquadrature che si rovesciano lentamente. Si tratta di virtuosismi di regia che non sono gratuiti o semplici decorazioni formali, ma strettamente funzionali a raccontare ciò che viene mostrato a schermo, riducendo la distanza tra l’occhio della telecamera e quello dello spettatore, il quale viene reso testimone della bassezza umana sotto forma di danza macabra.

È un prodotto anomalo anche nella struttura, la quale viene demolita e riassestata disordinatamente, come per mettere alla prova il climax richiamato nel titolo: si apre con una sequenza che evoca la conclusione della vicenda, lasciando poi spazio ai titoli di coda, dopo i quali la narrazione parte dall’inizio, solo per essere interrotta dai titoli di testa dopo quaranta minuti.

Da quanto appena descritto, paradossalmente, risulta comunque il film più misurato e controllato di Gaspar Noé: l’obiettivo è gettare lo spettatore in un’esperienza grottesca, squallida e spaventosa, mentre i personaggi diventano sempre più simili a degli zombi di logica romeriana. E il risultato viene conseguito con successo, mostrando gli eventi in maniera cruda e senza censure, ma allo stesso tempo evitando la forzosa e insistente ricerca di sequenze estreme per sconvolgere il pubblico a tutti i costi (per esempio le interminabili, ripetitive e ridondanti scene di amplessi in Love, o la violenza fisica e verbale assolutamente gratuita di Irréversible).

Ciò detto, Gaspar Noé commette un errore inaspettatamente grossolano: in contrasto con la pocanzi menzionata assenza di un vero contenuto narrativo in Climax, in punti casuali della pellicola compaiono a schermo degli aforismi a caratteri cubitali, come per imporre allo spettatore la chiave di lettura dell’opera. Una chiave di lettura che per altro si rivela banale e semplicistica, oltre ad essere resa inopportuna dall’assunto iniziale. Chiaramente il film ne risente, rivelando ancora una volta come Noé tenda a peccare di hybris, macchiando ogni suo lavoro di presunzione e di arroganza intellettuale.

Al di là di questa sua colpa, è innegabile che Noé abbia una propria cifra stilistica ben riconoscibile in un panorama cinematografico sempre più politicizzato, distinguendosi per una visione estetica sempre affascinante, la costante intenzione di rompere gli schemi canonici e la schiettezza nel raccontare temi come la disperazione, l’erotismo e la miseria. In ultima battuta, Climax non elude questa considerazione e si inserisce, insieme a Love e Enter the void, tra i lavori più di impatto del regista franco-argentino.

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