Cry Macho: l’ultima cavalcata romantica di Clint Eastwood

Cry Macho si prefissa di essere un testamento artistico per un gigante del cinema, qui impegnato in un’autovalutazione: niente che non abbia già fatto, tra l’altro meglio, ma non per questo trascurabile. Dopo quarantadue regie e sessant’anni di cinema, questo è un momento importante nella filmografia di Clint Eastwood, si spera non l’ultimo.

Tratto dall’omonimo libro di Richard Nash, il quale ha contribuito all’adattamento, si apre palesando fin da subito le proprie debolezze e imperfezioni: una prima parte non insignificante nel minutaggio risente di una sceneggiatura sbilenca, in cui varie situazioni e incontri si susseguono in maniera troppo repentina e sbrigativa, tra personaggi che esauriscono la propria funzione nell’avvio della trama e legami appena abbozzati che si costruiscono su dialoghi artefatti.

Fin troppo lineare, la prima parte si rivela propedeutica e meramente introduttiva ad una lettura più intimista di ciò che segue: una serie di momenti da superare il prima possibile per dedicarsi alla vera natura della narrazione, incarnata alla perfezione da una colonna sonora essenziale e pacata.

Come anche The Mule nel 2018, Cry Macho è un racconto crepuscolare su un’icona decaduta che si prepara ad affrontare il suo ultimo viaggio: la minaccia concreta della vicenda non rappresenta mai un vero pericolo o motivo di tensione, viene piuttosto sminuita e ridicolizzata dai protagonisti stessi, mentre l’azione viene del tutto trascurata.

La stessa sorte spetta al concetto di machismo: l’icona viene spogliata e riscoperta nel suo abbandono, conservata nella solitudine. Il cowboy eterno si concede l’ultima avventura stanca per poi congedarsi con dignità nella contemplazione dei giorni passati e del ruolo che avrà in quelli che rimangono.

Per quanto soffra sensibilmente di una sceneggiatura almeno all’inizio scarna e svogliata, oltre che di una retorica spesso ingombrante, è difficile essere severi con questo film: un’ultima fatica che vive nella contemplazione romantica del proprio passato e del futuro, momenti che convivono in paesaggi senza tempo e negli sguardi di Eastwood.

È toccante perché autentico, vero e sentito: a novantuno anni, Clint Eastwood si racconta con grande lucidità e onestà al tramonto della sua carriera. È impossibile rimanergli indifferenti e si spera ancora in un’altra cavalcata.

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