Dogman, recensione: meglio i cani degli umani.

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In Dogman Luc Besson sforna un’opera sincera, una storia drammatica fatta di dolore e redenzione, a metà strada tra il picaresco e la graphic novel, il Cinéma du look e le derive tipiche del Blockbuster hollywoodiano che da sempre identificano la filmografia del regista di Léon (1994). La sceneggiatura di Dogman trae spunto da un fatto di cronaca e racconta la storia di Douglas, interpretato da uno straordinario Caleb Landry Jones, che trasmette allo spettatore tutte le emozioni di un’esistenza tormentata dalla memoria, sempre in bilico tra un passato che genera dolore e violenza e un presente di redenzione e amore per i suoi numerosi cani.

In Dogman Ovunque ci sia un infelice, Dio invia un cane

Si, Dogman è un film che ha tra i personaggi principali i cani. Molti cani. No, questi cani non parlano con la voce di Gerry Scotti e no, non hanno la bocca che si muove in CGI. Le razze presenti in Dogman sono varie e tutte in grado di coesistere pacificamente nonostante l’ostilità e l’inclemenza umana. Anche i protagonisti del film di Besson sono randagi: si pensi a Jean Reno nel già citato Léon, oppure a Anne Parillaud in Nikita (1990). Il personaggio di Caleb Landry Jones non sfugge a questa maledizione. Tuttavia, questo ruolo viene nobilitato da Luc Besson, senza che che la tenuta del film ne venga mai compromessa. Infatti, se da un lato sembra di assistere alla prevedibile morfologia da cine-fumetto di formazione, dall’altro ci troviamo ad osservare tutte le ossessioni estetiche tipiche del Cinéma du look. Douglas è un anti eroe, o forse un eroe incompiuto che Besson mostra allo spettatore in tutta la sua sincerità e pazzia; lo rende uno spietato killer e al tempo stesso un premuroso dogsitter che legge Shakespeare come se fosse una fiaba ad un uditorio di code pelose.

Una fiaba nera che richiede sospensione dell’incredulità

Per poter entrare al meglio in sintonia con la materia del film è necessario affidarsi tacitamente al patto narrativo che il regista francese ci invita a firmare. La materia di Dogman è una fiaba nera, a tratti nerissima, con una morale di fondo evidente, proprio come quella delle favole per bambini. Se vogliamo capire il film quindi, dobbiamo essere disposti a cedere qualcosa sul piano logico. Solo così possiamo entrare in sintonia con il mondo di Douglas e credere che sia possibile che un’intera banda di criminali venga messa in scacco da tre spinoni, un malinois e un chihuahua. Luc Besson è abile nel tessere una narrazione che non cede mai di ritmo e tono, regalandoci momenti di regia con un montaggio alternato che sembra provenire direttamente dagli anni Ottanta, con tanto di neon in RGB.

Conclusioni

Ad uno sguardo più superficiale, la visione di Dogman può risultare l’ennesimo passo falso di un regista in declino. Un ricalco mal eseguito di un cinecomic. Niente di più sbagliato. Dogman è un’opera toccante che non ricade nella retorica dozzinale di antropomorfizzazione del non-umano; ci mostra un Caleb Landry Jones talentuoso che veste i panni di Edith Piaf, Marlene Dietrich e Marilyn Monroe in maniera camaleontica, in grado di rendere ogni sensazione del suo personaggio in tutti i primi piani dedicatigli. Il regista dopo anni è riuscito a centrare il punto e lo ha fatto con una storia toccante che inocula dolore e amore, chiudendo con un finale di redenzione simil-cristiana. D’altro canto, “God” è il palindromo di “dog”.

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