ELITE: Il trionfo della mediocrità. Recensione della serie spagnola tanto in voga su Netflix.

Il recente annuncio dell’uscita della quarta stagione di “Elite” ha riportato la serie di Carlos Montero e Dario Mandrona sotto i riflettori. Penso sia tempo di fare chiarezza su ciò che realmente è questa serie estremamente popolare che, inevitabilmente, ha suscitato pareri, critiche e sensazioni contrastanti. Il successo di Elite è innegabile ed è altrettanto innegabile che un prodotto del genere, soprattutto dopo il clamoroso exploit de “La Casa di Carta”, non poteva non generare grande attrattiva nei confronti dello spettatore medio, sicuramente incuriosito da una nuova serie spagnola con elementi del cast in comune con il colosso di Àlex Pina. Ed è proprio lo spettatore medio ad apprezzare un prodotto di questo tipo, ma io guardo le cose da un punto di vista oggettivo e imparziale e intendo parlare senza giri di parole di quello che Elite rappresenta nel panorama seriale.

La trama…

Nella prima stagione, la vicenda gira intorno agli studenti della Las Encinas, la scuola che forma la futura classe dirigente spagnola. Figli di uomini potenti, ricchi, rilevanti dal punto di vista politico ed economico. In questo contesto elitario ed estremamente classista vengono inseriti tre ragazzi provenienti da un quartiere disagiato di Madrid in seguito al crollo della loro scuola di provenienza. L’intera vicenda è un flashback, all’interno del quale è raccontata l’integrazione di questi tre ragazzi con gli altri studenti mentre, nel presente, vediamo degli spezzoni di interrogatori della polizia rivolti agli studenti stessi, in seguito all’omicidio di uno dei ragazzi. La seconda stagione prosegue sulla linea della prima, mentre la terza non è altro che una versione riciclata della prima stagione, basata su un nuovo omicidio.

Samuel, protagonista di Elite.

Alla ricerca di una scrittura sensata…

Iniziamo mettendo subito le carte in tavola: Elite è una serie brutta. Gli aspetti negativi sovrastano quelli positivi (se ce ne sono). La recitazione è imbarazzante, la fotografia fumosa e inutilmente pompata, ma il vero problema è la sceneggiatura, instabile, fragile, poggiata su basi precarie e pericolanti. La storia è di un inverosimile a tratti irritante che mette a dura prova la pazienza di qualunque spettatore capace di intendere e di volere. Ciascuno dei ragazzi protagonisti della vicenda ha mille problemi. Senza eccezioni. Gli studenti di Las Encinas sono portatori di temi particolarmente caldi negli ultimi anni e le rispettive storyline diventano un deposito costruito ad hoc per accatastare ogni argomento caro al politicamente corretto. C’è il maschio etero biondo classista, c’è la ragazza musulmana figlia di integralisti, c’è il povero col fratello criminale, c’è la coppia di sedicenni che si annoia ed inserisce un terzo per mettere pepe alla relazione, c’è la coppia gay (uno dei due è fratello della ragazza musulmana, quindi apriti cielo); l’unica novità (e manco tanto) potrebbe essere rappresentata dalla protagonista sieropositiva, ma l’HIV viene trattata in maniera scarna, superficiale e quasi diseducativa. In questa serie a metà tra crime e teen drama, i personaggi sono soltanto delle macchiette stereotipate, scritte con i piedi, prive di profondità e di una caratterizzazione sensata. Nessuno di loro è in grado di elaborare un’informazione prima di agire, nessuno di loro si rende conto che quello che fa non è soltanto completamente inutile, ma anche palesemente deleterio e idiota. Le loro azioni si susseguono non sulla base delle esperienze e di una costante introspezione, ma del numero dell’episodio. Non c’è nessun nesso tra le peculiarità, i caratteri, il vissuto dei vari personaggi e ciò che concretamente fanno; nessuna spiegazione che non sia riconducibile ad un diffuso disturbo dissociativo dell’identità. La sceneggiatura non ha dei buchi, ha delle voragini: le scene sono scontate, telefonate ed ogni avvenimento è inserito non per qualche rapporto causa effetto, ma solo perchè necessario alla sviluppo della vicenda.

Carla (Ester Exposito)

Un incoerente inno al politically correct…

Un altro problema di Elite, oltre a quello dell’incoerenza dei personaggi, è l’incoerenza della serie stessa. Elite tradisce la sua identità. Si presenta come una serie portatrice dei sani (?) valori del ventunesimo secolo, ma è proprio il suo modo di trattare questi temi a declassarli e a renderli insignificanti. La disuguaglianza sociale diventa una piccola guerriglia tra adolescenti. Ci troviamo davanti ad un prodotto di una mediocrità imbarazzante, che non solo dovrebbe essere evitato da qualunque persona che abbia buon gusto, ma anche dallo spettatore medio, vista la banalità di cui è farcito. La maggior parte delle produzioni Netflix è intrisa di politically correct, ma almeno si rivela coerente nel portare avanti questa lotta anche a costo di pagarne in termini di qualità. Elite invece manca anche in questo. Per fare un esempio basta andare ad affrontare il tema del sesso, che ricorre puntualmente in ogni episodio. Partendo dal presupposto che, nella maggior parte dei casi, le scene di intimità (per usare un eufemismo) tra i personaggi sono riproposte in maniera quasi ossessiva, fino a risultare fastidiose, il sesso è qualcosa di pompato fino all’inverosimile, idealizzato, estremizzato. La coppia tra Carla e Paulo che, nella prima stagione, fa praticamente una serie a parte, staccata dal resto della trama e tendente al porno, arriva ad inserire guardoni e terze parti nella loro relazione perché il sesso tra sedicenni è diventato troppo noioso (e ovviamente il “terzo comodo” è uno dei tre poveracci nuovi, perché deve sempre ricorrere il tema delle classi…..). Sedicenni con problemi da cinquantenni, ma forse sarò strano io. Ogni personaggio è sessualizzato fino al limite e, in una serie del genere, il tutto appare forzato, decontestualizzato, esagerato. Ogni inquadratura su Ester Exposito è puntualmente studiata per accaparrarsi una fetta di pubblico maschile e il fatto che una serie di punta del catalogo Neflix debba ricorrere all’ingrediente “figa” per attirare l’attenzione è abbastanza triste.

Le performances…

Avrei preferito non pronunciarmi sul cast e sulle doti attoriali di questi giovani ragazzi spagnoli, ma la recitazione è un aspetto di Elite che non può non attirare l’attenzione. La sensazione che si prova episodio dopo episodio è di imbarazzo, inadeguatezza, perché arrivi a chiederti cosa ci facciano delle sagome del genere in una serie tv visibile a tutti. Gli attori pessimi, in questa serie, abbondano, ma preferisco soffermarmi solo sul protagonista. Come potrei parlarne in maniera imparziale, pacata e misurata? Dunque… il protagonista, Samuel, interpretato da Itzan Escamilla, è un ebete monoespressivo. Ho scelto di scrivere “il protagonista” e non “l’attore”, perché parliamo comunque di un personaggio scadente e scritto malissimo, quindi diciamo anche che la sceneggiatura non aiuta sti ragazzi a trovare grande ispirazione.

Conclusioni…

In conclusione, Elite è una serie che sconsiglio vivamente. Tecnicamente mediocre, con prove attoriali di basso livello e una regia poco ispirata, il vero problema di Elite lo troviamo nella sceneggiatura superficiale, ricca di luoghi comuni e quasi diseducativa. Ho scelto di parlare in maniera così brutale e dura di questa serie perchè sono un amante della qualità, del bello e questo prodotto non è né bello, né qualitativamente accettabile e non merita alcun tipo di tutela da parte mia.

Voto: 4/10

2 thoughts on “ELITE: Il trionfo della mediocrità. Recensione della serie spagnola tanto in voga su Netflix.

  1. La cosa buona della prima stagione è il modo in cui la storia monta fino ad arrivare all’apice che unisce tutti i fili delle diverse storyline. Il finale ti prende.

    Il lato negativo sta nei personaggi abbozzati, innaturali e poco credibili. Avrei voluto per esempio che la psicologia del colpevole fosse più curata invece la sua personalità è composta da elementi slegati che insieme non hanno senso, non si capisce il motivo delle sue azioni. Tra l’altro questo personaggio ha genitori gay quindi sarebbe stato interessante capire cosa non andava in famiglia o se non altro chiarire il suo modo di essere. Alla fine nei giochi sappiamo solo che è insicuro e che fa cose strane, il motivo resta un incognita.
    Allo stesso modo avrei voluto che la ragazza con l’HIV parlasse di ciò che gli è accaduto mettendoci dentro un po’ di emozioni o una prospettiva personale, niente, al riguardo è fredda e non si da nessuna informazione su come vive una persona con l’HIV. In sostanza è un personaggio vuoto che non trasmette niente, l’hiv invece è solo un “accessorio” per renderlo interessante.

    Trovo anche una forte intolleranza e integralismo nei confronti del diverso, basti pensare alla scenata della preside verso il padre mussulmano, qui manca proprio il rispetto e la maturità per un confronto civile. Allo stesso modo nella seconda stagione il figlio che mette le mani addosso al padre è indice di intolleranza, rabbia e mancanza di rispetto verso una religione diversa dalla nostra. E’ il modo in cui questa cosa viene raccontata che ha qualcosa di superficiale e intollerante, è tutto molto esagerato. NOn nego che ci siano famiglie così ma sarebbe stato interessante trovare una mediazione tra i diversi modi di pensare e creare confronto adulto e arricchente, questa serie invece affronta l’argomento in modo rozzo, infantile, arrogante. NOn mi è piaciuto.

    LA serie è intrisa di cose senza senso, da il professore che da i voti con lo schema della campana ( per chiarire: secondo la simpatia dell’insegnante) ai file segretessimi nascosti in un orologio; la ragazza con l’hiv che aiuta il criminale a rubare(ma perché?), fino alla figlia di spacciatori tamarra che entra nella scuola d’elite. Vogliamo parlare del riccone che offre una borsa di studio alla ragazza truffatrice? ( e dove ha preso i soldi se le sue mamme disapprovono le azioni della ragazza?)Ma dai.. è veramente troppo inverosimile, troppo assurdo..

    La terza stagione continua a ricamare sull’omicidio e c’è un secondo morto, il che mi sembra un po’ troppo in una serie adolescenziale. Inoltre ho notato una certa mancanza di idee che porta a tornare e rirornare sempre sugli stessi argomenti già esauriti, avrei preferito che la storia dell’omicidio finisse alla seconda stagione senza aggiungere ancora cose per spremere ancora di più una trama senza senso.

    Nel complesso c’è molto di meglio e la serie non è di gran qualità.

  2. Io e la mia ragazza ci siamo avventurati sulla scelta di questa “serie”. Leggendo la tua analisi, dopo averla finita, non posso che condividere ogni singola analisi. Una “non serie” banale e priva di qualsiasi contenuto di cui valga la pena arricchirsi.

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