Elvis, il trionfo del biopic

Rocketman, Spencer, Bohemian Rhapsody e prossimamente Blonde: sembra che negli ultimi anni le produzioni di Hollywood si stiano dedicando sempre con più frequenza alle storie dei grandi divi del passato.

Come biasimarli? Le storie travagliate di musicisti, attori e personaggi noti ci travolgono facendoci (ri)scoprire il fascino di queste icone senza tempo.

Ma a cosa devono il loro successo i biopic? Difficile individuare una sola risposta. Sicuramente un ruolo decisivo è offerto dal fattore nostalgia. La consapevolezza dell’unicità e irripetibilità di questi miti, non solo cantanti ma anche simboli di ideali, guide generazionali e pionieri di generi. In un tempo non molto lontano la musica era la voce del cambiamento, i generi musicali si legavano a un’ideologia e gli artisti diventavano i portavoce di una rivoluzione.

O forse il segreto sta nel fatto che nella maggior parte dei casi quelle che vediamo sullo schermo sono storie di riscatto. I protagonisti sono outsider, ribelli, anticonformisti spesso alla ricerca di una rivincita personale. E allora è lecito citare quello che Lacan ha definito “stadio dello specchio” in cui noi spettatori vediamo nell’immagine cinematografica un ideale di noi stessi. Il personaggio sullo schermo possiede tutte quelle qualità che vorremmo avere, diventa un modello a cui aspirare. Uno specchio appunto, ma del nostro inconscio.

Trama

Baz Luhrmann con grande maestria ci svela il re del rock e lo fa attraverso gli occhi del suo manager, il colonnello Tom Parker (Tom Hanks), imbonitore di professione. Elvis per lui non è che un’attrazione, e prontamente si offre come guida al giovane di Memphis.

Ma il neo cantante è prima di tutto giovane, amante dei fumetti, sognatore e con un legame particolarmente morboso con la madre iper-protettiva. Cresciuto in un quartiere di afroamericani, il piccolo Elvis ascolta il blues, il gospel e si muove e canta come loro.

Il primo disco Heartbreak hotel lo consacra a star internazionale, battezzando la promettente carriera di Elvis. Ma “un bianco che si muove come un nero” è malvisto da quell’America puritana che condanna ogni comportamento contrario all’ideale del “buon americano”. Così la televisione costringe la star a cantare in frac, impedendo ogni movimento lascivo in modo da rendere Elvis “uno spettacolo adatto alle famiglie”.

La sua natura ribelle però riemerge durante il concerto del 4 luglio durante il quale esibisce nuovamente le sue mosse proibite. Questo comportamento gli costa però il servizio militare, consigliato dal suo manager per rilanciare la sua immagine di “vero americano”, e con la promessa al suo ritorno, di una carriera cinematografica.

Dopo il congedo militare e dopo aver conosciuto Priscilla (sua futura moglie) Elvis ritorna sul palco. Il colonnello dissuade il suo pupillo dall’organizzare un tour mondiale procurandogli un contratto milionario presso l’International Hotel di Las Vegas.

Ma quando il segreto del manager, occultato in tutti questi anni, viene a galla, Elvis lo licenzia pubblicamente incrinando i rapporti con il suo scopritore.

La pellicola si chiude con l’ultima emozionante esibizione pubblica di Elvis, le parole di Unchained Melody si mescolano a immagini di repertorio degli ultimi attimi di una carriera arrivata al capolinea e di un uomo segnato dal tempo che regala ai fan di una vita un ultimo canto d’addio.

Il tocco Luhrmann

Split screen, immagini che si dissolvono una dentro l’altra e repentini stacchi, la regia di Luhrmann è frenetica, i movimenti di macchina veloci. Il ritmo è straordinariamente incalzante e la fotografia di Mandy Walker sottolinea tutta la sfarzosità dell’America degli anni ’50 e ’60 illuminata dalle sue insegne al neon.

Lo stile di Luhrmann è unico, eccentrico e sopra le righe, ma è proprio questo che consacra i suoi film a capolavori. Ritroviamo la stessa formula ne Il grande Gatsby, adattamento cinematografico del celebre romanzo di Scott Fitzgerald. Particolare attenzione poi viene dedicata alle musiche, protagoniste quanto le immagini e scelte strategicamente per coinvolgere lo spettatore sul piano emozionale.

Ma le immagini della cinepresa si intrecciano anche a materiale d’archivio, video, fotografie e dichiarazioni reali che si mescolano alla narrazione, arricchendola e legittimandola.

Considerazioni

Elvis è stata una scommessa vinta su ogni fronte. Luhrmann è riuscito, tramite l’aderentissima interpretazione di Austin Butler, a far rivivere per 157 minuti la magnificenza del suo protagonista. Siamo travolti da un’ondata di energia e ci lasciamo trasportare in quel mondo dietro le quinte di cui normalmente ci è negata la visione.

La conclusione del film dai tratti quasi documentaristici ribalta l’atmosfera ridondante, caotica e artificiosa dell’incipit. Elvis non è più scatenato al centro del palco, è seduto al pianoforte, quasi irriconoscibile, ma la sua voce riecheggia forte e potente. Allora questo uomo-leggenda, che raccoglie le sue ultime forze per regalare al suo pubblico un momento di gioia, ci dà prova che l’amore che riceveva era direttamente proporzionale all’amore che dava.

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