“Freaks Out”: il cinema che l’Italia merita e di cui ha bisogno. La Recensione

Locandina del film

Lo scorso 28 ottobre è approdato nelle sale cinematografiche italiane “Freaks Out”, il secondo lungometraggio di Gabriele Mainetti prodotto da Goon Films e Lucky Red con Rai Cinema. Presentato alla 78ª Mostra Internazionale d’arte cinematografica, il film ha subito generato pareri positivi, tra chi ha gridato al capolavoro e chi al buon film, su una cosa Freaks Out è riuscito a mettere tutti d’accordo: il cinema Italiano non è morto, è vivo e sta bene.

“The Nest”, “Lo chiamavano Jeeg Robot”, “Martin Eden”, “I predatori” sono solo alcuni dei film nostrani che negli ultimi anni hanno portato una ventata di freschezza in un panorama obsoleto e stantio come quello del cinema italiano, dominato al botteghino dalle solite commediole.

Il nuovo film di Gabriele Mainetti è una pellicola coraggiosa, che incanta e stupisce a più riprese, un film di genere perfettamente inserito nei canoni del cinema Blockbuster americano ma che conserva una propria autonomia e identità, un’operazione che ha dentro di se la formula giusta per (ri)portare il grande pubblico in sala a vedere del buon cinema, fatto con tanto cuore.

Trailer del film

La trama:

Nella Roma del 1943, tra i bombardamenti degli alleati e l’occupazione nazista, si svolgono gli spettacoli del circo “Mezza Piotta”, gestito da Israel (Giorgio Tirabassi) e animato da quattro freaks: Matilde (Aurora Giovinazzo), in grado di produrre elettricità con il proprio corpo, Cencio (Pietro Castellitto), un manipolatore di insetti, Mario (Giancarlo Martini), la calamita umana e Fulvio (Claudio Santamaria), un uomo-lupo dotato di forza sovrumana. Dopo l’ennesimo bombardamento e la distruzione del loro tendone da circo i nostri Freaks decidono di lasciare Roma e salpare per l’America in cerca di maggiore fortuna ma la scomparsa del loro padre putativo Israel farà precipitare le cose.

La recensione:

I quattro Freaks: Matilde, Mario, Fulvio e Cencio

Per chi si fermerà a leggere solo la trama, Freaks Out potrà sembrare l’ennesimo film di super-eroi immerso in un contesto, storicamente non accurato e senza alcun tipo di pathos…niente di più sbagliato. Il film di Mainetti è più di una storia di super-eroi, è un racconto di formazione, una commedia, un action-movie che sfrutta il genere come metafora delle nostre stesse alterazioni e idiosincrasie.

Durante il corso della pellicola arriveremo a maturare una totale empatia con i nostri eroi, visti dalla società come dei semplici fenomeni da baraccone, degli scherzi della natura che hanno ragione di esistere solamente entro il perimetro del loro tendone da circo, perché la realtà al di là di quelle tende è feroce, crudele e non lascia scampo a chi è “diverso”.

Il contesto storico oltre a fare da cornice diventa una chiave di lettura interessante del film per la figura del Freak. L’occupazione nazista porta anch’essa in città uno spettacolo circense gestito da Franz (Franz Rogowski), un nazista ossessionato dalla ricerca di persone speciali da utilizzare come armi in guerra per non far crollare il Terzo Reich, lo stesso Franz è un freak, in quanto presenta un sesto dito alla mano destra e ogni giorno sottopone a esperimenti dei soggetti che vengono portati a condizioni critiche nel tentativo di manifestare in loro dei poteri speciali (non troppo diverso dagli esperimenti reali che compiva il Dottor Mengele). Inserendo questa storia nello scenario della seconda guerra mondiale Mainetti ha creato un film di totale apologia nei confronti del diverso, in questo caso inteso come NON-normale e NON-Ariano.

Lo stesso Mainetti lo possiamo definire un freak all’interno del panorama cinematografico italiano, un divergente e il suo sguardo, che coincide con la macchina da presa, privilegia sempre i perdenti e gli emarginati, non è un caso che tutti i profili dei personaggi migliori e più memorabili siano quelli dei “difformi”: i nostri 4 eroi, gli Ebrei, i Partigiani (al cui comando c’è un gobbo-monco)e lo stesso Franz, sono tutti inquadrati con una certa vicinanza, sia sul piano della grammatica cinematografica (primi piani), sia sul piano della scrittura e caratterizzazione.

La regia:

La regia di Gabriele Mainetti è in perfetta sintonia formale con le scene che vuole rappresentare e mostrare: la camera a mano nelle scene concitate, come quella iniziale del bombardamento alleato su Roma, la swing-camera svolazzante mentre Franz suona o quando ha le visioni oniriche per via della droga, movimenti sull’asse, sghembature, tutti movimenti che riflettono in qualche modo l’interiorità di chi è guardato dalla macchina da presa e dallo spettatore. In alcune scene Mainetti mostra anche soluzioni visive che aveva già utilizzato per il precedente “Lo chiamavano Jeeg robot”, come la soggettiva del personaggio che sta per svenire e il villain che si rivolge dritto alla macchina da presa.

La fotografia è quasi sempre giocata mediante un’atmosfera rarefatta, anche nelle scene in esterno c’è del fumo, portato dai vapori, dal gas con un bilancio cromatico giocato su gialli e rossi accesissimi all’interno del circo nazista (la cui entrata ricorda molto la bocca demoniaca della fabbrica di metropolis) e gialli meno accesi fuori e tra le carcasse degli edifici abbattuti dalle esplosioni.

Conclusioni:

In conclusione possiamo dire che “Freaks Out” è un film magnifico, che dimostra ancora una volta che per ripartire, il cinema italiano ha bisogno di rendere compatibile lo sguardo dell’autore con il genere, solo in questo modo il pubblico, sia esso costituito da neofiti che da cinefili snob, potrà ri-celebrare il cinema nostrano senza aver paura di metterlo a confronto con le grandi produzioni hollywoodiane che nel corso degli anni ci hanno abituato alle stesse pellicole, preparate per lo stesso pubblico che le subisce in maniera totalmente acritica.

Fatevi un favore se non lo avete ancora fatto e andate a vedere Freaks Out perché questo è il cinema che l’Italia merita e di cui ha bisogno.

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