Game of Thrones: tre anni dopo fa ancora male. Perché l’ultima stagione è un insulto che mai dimenticheremo.

Poche settimane fa HBO ha rilasciato il tanto atteso trailer di “House of the Dragon“, spin-off della serie di culto Game of Thrones. Tre anni dopo la fine di quel fenomeno di massa che è stato il Trono di Spade, volenti o nolenti, ci troviamo a ripensare alla tanto discussa ottava stagione e ai motivi che l’hanno resa una macchia indelebile nella storia delle serie tv. Parliamo chiaramente: l’ottava e ultima stagione di Game of Thrones è un insulto a tutti coloro che, per anni, hanno seguito la serie; una presa in giro per ogni spettatore capace di intendere e di volere. Non è semplicemente una dimostrazione emblematica di come non si scrive una sceneggiatura. E’ un vergognoso sputo su un’opera incredibile. E il fatto che Game of Thrones possa essere definita un’opera incredibile nonostante questo finale è un’ulteriore dimostrazione di quanto sia grave quanto fatto dagli odiatissimi Benioff e Weiss. E va detta chiaramente anche un’altra cosa. Quelli che hanno apprezzato il finale del Trono di Spade non hanno mai capito nulla della serie. Fanculo la soggettività. Ma ora è il momento di andare per gradi spiegando, passo dopo passo, quali sono i motivi che hanno reso l’ultima stagione del Trono una delle peggiori conclusioni della storia delle serie tv.

I primi problemi della conclusione di Game of Thrones

Partiamo dalle cose semplici: la fretta non è mai una buona consigliera. Game of Thrones è una serie che ha fatto del suo incedere lento e riflessivo uno dei suoi tratti distintivi. Un punto di forza, perché sempre finalizzato all’introspezione di personaggi scritti alla perfezione in ogni sfumatura. Il Trono non doveva finire con la stagione 8. I tempi non erano ancora maturi. Per raccontare adeguatamente i tantissimi eventi a conclusione dell’epica storia ideata da George R. R. Martin, erano necessarie almeno altre due stagioni. Con la scelta di chiudere in fretta e furia la serie, per concentrare gli sforzi produttivi sugli spin-off, Benioff e Weiss hanno commesso un errore imperdonabile, quasi offensivo. Il risultato è stato disastroso, con enormi problemi di linearità narrativa (spostamenti e geografia della serie privati di ogni forma di credibilità – ed è la cosa meno grave, ma comunque importante in una serie dello spessore di GoT) e soprattutto con il risultato di snaturare completamente i personaggi, con cambiamenti repentini, incoerenti e tremendamente forzati. Il problema non è la tazza di Starbucks dimenticata sul set durante le riprese (che comunque è indice della superficialità con cui sono state fatte le cose), ma la totale mancanza di rispetto per una grande serie che aveva un disperato bisogno di prendersi il suo tempo, soprattutto dopo essersi allontanata (per forza di cose) dall’opera principale di Martin. Conseguentemente, proprio nell’ottica di una stagione finale di soli 6 episodi, è apparsa fin da subito fuori luogo la scelta di dedicare i primi due episodi (entrambi di quasi un’ora) ad un’interminabile fase preparativa per la battaglia contro gli Estranei. Un episodio di preparazione era più che sufficiente.

Il Trono che non è più il Trono

La triste fine del Trono di Spade inizia con il terzo episodio dell’ottava stagione. La puntata è piena di difetti. Al di là delle scelte a dir poco discutibili per quanto attiene alla strategia (sul serio facciamo nascondere donne e bambini nelle cripte contro un nemico che risveglia i morti?), la direzione dello stesso è sfuggita di mano praticamente subito agli autori. La battaglia è anonima, poco emozionante, priva di qualunque forma di epica. I personaggi sono sfruttati molto male (basti pensare a Jon Snow, che passa l’episodio a correre avanti e indietro senza fare nulla). Le precedenti stagioni ci avevano abituati a battaglie maestose, realistiche, drammatiche, mentre in questa non abbiamo nulla. Manca la spettacolarità, manca l’angoscia e manca soprattutto il dramma. Non c’è mai la sensazione di una reale minaccia per i personaggi che non siano semplici comprimari e questa cattiva scrittura toglie ogni tensione allo spettatore, che è tranquillo perché non può succedere nulla. Game of Thrones era speciale perché realistica, nonostante si trattasse di un prodotto fantasy. Una serie talmente immersiva da portare lo spettatore a vivere le vicende al fianco dei personaggi e a temere per le loro sorti. Nessuno era al sicuro nel Trono, la morte era dietro ogni angolo. La serie era caratterizzata proprio dalla sua innata spietatezza nell’uccidere personaggi principali e narrativamente egemoni, in qualsiasi momento. In questo episodio, invece, anche il più debole dei protagonisti si rivela capace di tenere testa a decine di “non morti”. La plot armor la fa da padrone e si ripropone ogni cinque minuti sotto vesti diverse, dal deus ex machina che salva un personaggio in punto di morte al totale snaturamento dei personaggi stessi, diventati all’improvviso combattenti eccezionali. Ma il bello del Trono era proprio questo no? Anche essere un guerriero leggendario non ti impediva di morire malissimo quando eri circondato da cinque comparse armate di spade e coltelli. Il bilancio finale è di 6 morti tra i personaggi che conosciamo, tre dei quali sono personaggi di cui non importa niente a nessuno (Ed, Lady Mormont, Beric Dondarrion), mentre quelli di cui ci importa, comunque avevano esaurito la loro funzione, erano prevedibili (Theon, Jorah, Melisandre). La sensazione è che gli autori quasi temessero di uccidere i protagonisti temendo la reazione del pubblico, non capendo, però, che il pubblico del Trono si aspettava e voleva morti importanti, mentre l’unica vittima eccellente è stata la sceneggiatura.

La più grande minaccia della serie ridotta a un nemico di serie b

La prima cosa che vediamo, nel primo episodio della prima stagione di Game of Thrones sono gli Estranei. Nemici lontani, antichi, a metà tra leggenda e realtà. Una presenza quasi impercettibile, all’inizio, ma sempre costante. Un’ombra che, stagione dopo stagione, si è fatta sempre più incombente sulle terre di Westeros. Guidati dal misterioso Re della Notte, gli Estranei e il loro esercito dei morti sono gradualmente diventati la terrificante metafora della fine del mondo. La distruzione che avanza mentre gli uomini si massacrano nella lotta per il potere di un trono effimero. Non erano semplicemente nemici generici, ma si distinguevano soprattutto per il loro ruolo quasi simbolico nel mondo di Game of Thrones. Per sette stagioni, gli Estranei ci hanno terrorizzati e le loro sporadiche, ma devastanti apparizioni hanno contribuito a creare in noi l’idea di un nemico troppo forte per essere fermato davvero. O almeno questa era l’idea che avevamo fino al terzo episodio della stagione finale. La Battaglia di Grande Inverno aveva tutte le carte in regola per essere la più epica della serie. Lo scontro definitivo contro il nemico più pericoloso. E allora perché si è svolta a metà stagione? Questo è il più grande errore degli sceneggiatori. Una scelta completamente incoerente con la storia raccontata fino a questo punto. Una scelta che riduce il Re della Notte a un semplice midboss ed eleva Cersei a nemico principale.

Gli Estranei vengono eliminati in una puntata. Basta un episodio. Basta un guizzo di Arya. Parliamone: non è affatto un problema che sia Arya a uccidere il Night King, anzi, è un bel colpo di scena, davvero inaspettato. Il problema è il “come” e soprattutto il “quando”. Il “come” è uno dei tanti elementi che rendono l’episodio tre davvero ridicolo. Arya si teletrasporta alle spalle del Re della Notte e, con un trucchetto (che sì, avevamo già visto e quindi “wow”), lo trafigge con la sua daga. Troppo facile. Sembra di vedere Avengers. Questa è (o forse dovremmo dire “era”) Game of Thrones. Il più grande antagonista della serie, nonché la creatura più potente di Westeros non può morire come un coglione così. Otto stagioni per farsi fregare da una ragazzina in questo modo. E non ditemi che è originale, perché non stiamo parlando di un film della Disney. Inoltre ci si aspettava molto di più anche dal confronto definitivo tra Bran e il Night King. Anni di teorie passati a immaginare quale fosse il legame tra i due e ad aspettare chissà quale rivelazione al momento del loro epico incontro, spazzati via da una pugnalata di Arya. A quel punto avrebbe avuto più senso che il Re della Notte uccidesse effettivamente Bran, visto che il suo personaggio (dopo essersi dimostrato un’ameba inutile durante tutta la battaglia contro i morti) aveva esaurito ogni funzione che non fosse quella di custodire la memoria dell’umanità. Ma no, gli sceneggiatori avevano in serbo altre oscenità per lui (e, purtroppo, per noi). Passiamo ora al “quando”. L’Inverno sta arrivando dalla puntata uno. Sono sempre stati gli Estranei a elevare il Trono su un piano superiore rispetto ai meri intrighi di corte. Gli Estranei creavano la consapevolezza, nello spettatore, che la lotta per il Trono di Spade fosse solo una dimostrazione della vanità degli uomini, troppo impegnati a massacrarsi a vicenda per spostare l’attenzione sul problema più grande. Questa era la fine della specie. Il Re della Notte voleva uccidere Bran (prima ancora del resto dell’umanità) per cancellare la memoria stessa del genere umano e condannarlo all’oblio. Risolvere la minaccia più grande della serie così, a metà stagione, elimina ogni tensione e ogni interesse dal finale, perché non c’è più una posta importante in gioco. Non puoi fare una cosa del genere. Non così. Non adesso. Non c’è più un messaggio, una presa di coscienza del genere umano, c’è solo il ritorno alla lotta per il Trono (quindi aveva ragione Cersei a farsi i fatti suoi?) e alla solita domanda: “Chi siederà sul Trono di Spade?”. Ma il punto è che era una domanda vana.

Addio ad ogni parvenza di credibilità:

L’episodio cinque dell’ultima stagione di Game of Thrones coincide con la morte della sospensione dell’incredulità dello spettatore. Tralasciando l’aspetto tecnico che rende senza dubbio epocale questo episodio, al punto da poterlo definire tranquillamente uno spettacolo mai visto prima in televisione dal punto di vista visivo, l’episodio cinque abbandona definitivamente ogni forma di coerenza narrativa. La battaglia di Approdo del Re che vede contrapposti l’esercito di Daenerys e quello di Cersei si risolve in un massacro che vede le forze della Targaryen schiacciare gli avversari in un battito di ciglia. E qual è il problema? Il problema è che lo scontro definitivo era stato preparato come equilibrato e di difficilissima previsione perché se, da un lato, Daenerys aveva un drago, nell’episodio precedente ci era stato mostrato come fosse effettivamente possibile abbattere una creatura del genere, anche senza eccessive difficoltà per un esercito dotato di baliste come quelle di Cersei. Inoltre, le forze della Madre dei Draghi erano state decimate nello scontro con i non morti e Cersei aveva dalla sua la temibile Compagnia Dorata. C’erano tutti i presupposti per una battaglia estremamente combattuta, finché gli sceneggiatori non hanno deciso di risolvere le sorti dello scontro arbitrariamente, facendo affidamento sulla credulità ( o forse dovrei dire sulla stupidità) di noi spettatori. Quindi se Raeghal era stato abbattuto in una frazione di secondo dalle baliste nell’episodio quattro, Drogon nell’episodio cinque diventa improvvisamente impossibile da colpire, immortale e sostanzialmente onnipotente. Le tanto osannate baliste, da elemento che ridimensiona il drago si riducono a seccatura. Basta il drago di Daenerys a spazzare via la flotta di Euron Greyjoy, le armate di Cersei e la Compagnia Dorata. Addio alla verosimiglianza, addio al realismo, addio a Game of Thrones.

La triste fine di grandi personaggi…

L’episodio cinque rappresenta anche la definitiva degradazione di personaggi che per anni ci avevano incantato per la loro profondità. Ogni singolo personaggio diventa l’ombra di se stesso, compiendo scelte incoerenti con il suo percorso nella serie e vanificando un’evoluzione durata stagioni. Un segnale della piega che la scrittura stava prendendo l’avevamo avuto nell’ultimo episodio della settima stagione, con la morte forzatissima e alquanto idiota di un personaggio geniale e calcolatore come Ditocorto, che si fa mettere nel sacco con estrema facilità e finisce per essere ucciso a causa di un errore frutto di un’imprudenza decisamente distante dalla scaltrezza del suo personaggio. Ma è in questa stagione che la scrittura dei personaggi si perde definitivamente. Varys, il più grande complottatore di Westeros si fa fregare anche lui da un eccesso di imprudenza decisamente forzato che lo porta a scavarsi la fossa con le sue mani, complottando contro Daenerys in piena luce. Era lecito aspettarsi anche un ruolo importante di Varys nella scelta del nuovo re da mettere sul Trono a guerra vinta. Per quanto entusiasmante la differenza di posizioni tra lui, seguace del reame e primo difensore del popolo, e Tyrion, fedele consigliere della sua regina (costretto, di conseguenza, a fare la spia), queste inaccortezze sono superficialità che non avremmo mai visto nelle prime stagioni del Trono. I gemelli Lannister, anche loro personaggi grandiosi, per tante stagioni, si trovano ad avere una conclusione talmente insipida e poco rispettosa per i loro personaggi da meritare la mia indignazione anche a distanza di anni. Jaime vede la sua evoluzione, iniziata nella seconda stagione, e il suo stupendo percorso di redenzione sciogliersi al cospetto dell’amore malato nei confronti della sorella, da cui però si era già definitivamente distaccato soli sei episodi fa. La sua decisione di tornare da Cersei (che lo aveva ripetutamente usato per i suoi scopi) anche a costo di morire è la distruzione di uno degli archi narrativi più belli e appaganti dell’intera Game of Thrones e dimostra quanto il suo incontro amoroso con Brienne fosse stato messo in scena per puro fanservice. Lo Sterminatore di re regredisce senza che ci siano elementi a sostegno di un’involuzione forzata quanto ridicola. Non parliamo poi della conclusione del personaggio di Cersei, l’ultima grande antagonista della serie, il personaggio odioso e allo stesso tempo carismatico, tanto ben scritto nelle sette stagioni precedenti. Cersei muore in un sotterraneo, dove nessuno può vederla, quando il suo personaggio necessitava di una conclusione a modo suo epica ed emblematica, quasi dimostrativa, che la vedesse confrontarsi, da sconfitta, con una Daenerys moralmente superiore (parleremo dopo della sua degenerazione).

Qualcosa di buono…

Di salvabile c’è davvero poco nell’ultima stagione del Trono di Spade, ma certamente meritano delle menzioni il tanto atteso Cleganebowl, lo scontro fratricida tra il Mastino e la Montagna, per una vendetta che aspettavamo da 8 stagioni. Degne di nota anche le conclusioni di Jorah Mormont e Theon Greyjoy, entrambi vittime della battaglia contro i non morti ed entrambi giunti sicuramente alla fine della loro caratterizzazione. Si conclude bene anche il personaggio di Arya Stark, uno dei pochi non rovinati dagli sceneggiatori negli ultimi sei episodi. Ovviamente si salva l’aspetto tecnico per una serie che, da questo punto di vista, non ha mai smesso di migliorare. Tuttavia, mentre in altri casi la forma diventa sostanza, stavolta non è bastato impacchettare bene la serie per salvare quanto raccontato.

Tyrion, Daenerys e Jon…

Arriviamo quindi ai tre personaggi più significativi di Game of Thrones. I tre tenori, quelli capaci di reggere la scena da soli. Le tre vittime più illustri della scrittura scellerata dell’ottava stagione. Uno dei grandi problemi della serie, dall’allontanamento dall’opera di Martin, è stata senza dubbio la gestione dei personaggi intelligenti. Questi personaggi sono i più difficili da scrivere, perché per realizzarli, per creare e curare la loro psicologia devi necessariamente essere intelligente. Tyrion era il personaggio più intelligente della serie con Varys e Ditocorto. il Folletto, il nano, il mezzo uomo. L’ultimo dei Lannister. E senza dubbio, il personaggio più amato fin dal primo momento per la sua straordinaria scrittura. Perspicace, scaltro, saggio. Un personaggio profondo, dinamico, affascinante per la sua capacità di ribaltare la condizione di perenne svantaggio della sua vita e di trasformarla in potere con la sola forza della dialettica e delle parole. Nelle ultime stagioni Tyrion si perde, smette di vedere la realtà con la lucidità tipica del suo personaggio. Si lascia accecare dalla speranza e dall’ammirazione che nutre per Daenerys arrivando quasi a ignorare i suoi segnali di squilibrio. Scelte sbagliate, consigli sbagliati e un ruolo da mera spalla, senza rendersi mai parte attiva e decisiva della narrazione, relegano Tyrion ad una posizione di comprimario praticamente fino all’ultimo episodio. È necessario che Darnerys distrugga una città e uccida centinaia di migliaia di innocenti perché lui capisca che la Distruttrice di Catene va fermata. Nell’ultimo episodio della serie, Tyrion si riprende la scena, rifiutando la carica di cavaliere del re, suggerendo a Jon di uccidere Daenerys e prendendo parte attiva nell’elezione del nuovo sovrano dei sette regni, ma non basta per restituire a questo straordinario personaggio la dignità perduta.

Poi c’e Daenerys Targaryen, la Distruttrice di Catene, la Madre dei Draghi, colei che voleva spezzare la ruota. Daenerys impazzisce nel quinto episodio. Diventa ciò che ha sempre ripudiato, un tiranno. Diventa suo padre. La regina folle, dopo la resa dei soldati di Approdo del Re, distrugge la città, bruciando migliaia di innocenti con il suo drago. La sua degenerazione non è sbagliata, né stupida, ma è tremendamente affrettata. Nell’episodio tre vediamo una regina disposta a mettere a rischio i suoi draghi, i suoi uomini e a combattere con la spada contro i non morti pur di fare la cosa giusta. E nell’episodio cinque la vediamo trasformarsi in una pazza sanguinaria. Le basi per questa trasformazione non sono sufficienti. La perdita di due draghi, di Jorah e di Missandei (ripescata in maniera piuttosto ridicola dalle forze di Cersei solo per creare l’espediente narrativo che avrebbe dovuto giustificare la follia di Daenerys), non sono elementi sufficienti a sostegno di un cambiamento che sicuramente doveva esserci, ma che non poteva sfociare in qualcosa di tanto radicale da stravolgere i valori che avevano mosso il personaggio per otto stagioni. Daenerys aveva dato segni di squilibrio, ma non tanto da sputare fuoco e fiamme sui civili, trasformandosi in una sadica (e dalla follia al sadismo il passo non è breve). Il suo cambiamento troppo repentino porterà poi alla conclusione triste e poco dignitosa del suo personaggio che, dopo aver sfiorato il tanto agognato Trono di Spade, perirà per mano di Jon Snow.

Infine Jon. il grande protagonista, il bastardo degli Stark, colui che aveva sconfitto anche la morte. Anche lui viene ridotto a una macchietta. Oltre ad essere completamente inutile, correndo letteralmente da una parte all’altra senza meta per tutti i primi cinque episodi, vediamo un Jon in completa balia degli eventi. Il Re del Nord è debole, confuso, sminuito da un rapporto che non ci ha mai convinto fino in fondo. La sua storia d’amore con Daenerys toglie tantissimo alla caratterizzazione di Jon, che agisce mosso solo dal desiderio di non deludere la sua regina e arriva a giustificare comportamenti che il suo personaggio avrebbe condannato in ogni momento del suo arco narrativo. Jon accetta passivamente ogni cosa, smette di contribuire attivamente alla causa del bene, concetto in cui ha creduto fin dal primo istante della serie. Perfino dopo la distruzione di Approdo del Re, Jon non ci pensa nemmeno ad eliminare Daenerys, ma cerca in tutti di trovare una spiegazione delle sue azioni. Solo Tyrion riesce a convincerlo che uccidere Daenerys è l’unica scelta possibile per il bene del Reame e, anche in questo caso, non abbiamo di certo il massimo dell’approfondimento psicologico. Jon uccide Daenerys (in una scena bruttissima quanto ridicola) perché gli viene detto di farlo. Niente di più, niente di meno.

Episodio 6. La triste fine di Game of Thrones.

Giungiamo quindi all’episodio finale, che ci delizia con tante altre incongruenze non da poco, a partire dall’improvvisa resurrezione di Dothraki e Immacolati, che nella battaglia di Grande Inverno erano morti tutti. O almeno questo era facilmente desumibile dal linguaggio cinematografico usato dagli autori per raccontare quelle vicende. La scena più bella dell’episodio e della stagione ha come protagonista Drogon, il drago di Daenerys che, dopo la morte della madre, decide di sputare fuoco contro il Trono di Spade, liquefacendolo in pochi secondi. Drogon attacca l’oggetto del cambiamento di Daenerys, quel tanto bramato trono che si scioglie come qualunque altra cosa sotto una fiammata di fuoco di drago. Metafora dell’effettiva inconsistenza del potere. Drogon si fa portatore del messaggio dell’intera serie. Messaggio che però ha perso valore nell’esatto momento in cui gli autori hanno deciso di concludere anticipatamente la storyline degli Estranei. Per quel che rimane, l’episodio finale è una lenta agonia. Una discesa dilaniante verso il nulla più totale. La scena del concilio in cui i potenti di Westeros decidono le sorti del Reame è talmente vuota e anticlimatica da risultare quasi comica. A partire da Sansa, che pretende (e ottiene) che il Nord sia indipendente, mentre i rappresentanti di tutti gli altri regni se ne stanno zitti senza reclamare anch’essi l’indipendenza. Una scelta narrativa totalmente incoerente, inaccettabile e irrealistica dal punto di vista politico. E poi arriviamo allo scempio definitivo: Bran che viene scelto come legittimo sovrano di Westeros e dei Sei Regni. Così. Di botto. Senza senso. Il Corvo con Tre Occhi, che aveva deliberatamente rinunciato alla carica di custode di Grande Inverno perché portatore di interessi molto meno terreni, accetta immediatamente di essere Re, lasciando anche intendere che avesse previsto tutto fin dall’inizio (quindi aveva previsto anche tutto il sangue versato per arrivare fino a quel momento e la strage di civili compiuta da Daenerys? Di certo non un buon modo di iniziare a regnare e a tutelare gli interessi del Reame). Inoltre questa conclusione rende definitivamente inutile la rivelazione della discendenza di Jon e il suo sangue Targaryen. Un elemento che ci era stato presentato come estremamente rilevante, rivelatosi totalmente inutile e privo di peso. Quest’ultimo episodio è una caricatura del Trono. La distribuzione dei finali è insulsa, insipida, insignificante e la scelta del finale circolare, quasi a indurre lo spettatore nella conclusione che non sia successo nulla, che ognuno torni alla sua vita dopo otto stagioni di eventi densi di significato è triste e irrispettosa. Possiamo parlare, dunque, di una stagione finale disastrosa, piatta, bassa di emozioni, distante dallo spirito coraggioso e ambizioso delle prime sei stagioni ed emblema del totale disinteressa degli autori per la loro stessa opera. Una vergogna che mai dimenticheremo.

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