I maestri del cinema Episodio 1: Fritz Lang, il nazismo e Metropolis

Fritz Lang intervistato da William Friedkin

Viennese di nascita e di cultura (1890-1976) figlio di un architetto, studiò pittura e architettura a Vienna, Monaco e Parigi. Fritz Lang travasò nelle sue prime esperienze cinematografiche il gusto figurativo della composizione dell’immagine, della scenografia, dell’illuminazione, creando spettacoli che, al di là delle suggestioni drammatiche che le varie vicende potevano suggerire, si facevano ammirare per lo stile raffinato.

Lang si caratterizza soprattutto come un regista attento alla composizione dell’inquadratura, attraverso le immagini che si impongono per il loro carattere simbolico e geometrico, a volte anche giocate su evidenti principi di simmetria visiva, che il movimento riesce poi a rielaborare senza spezzarne l’equilibrio formale.

L’esordio cinematografico di Lang risale al 1916 come sceneggiatore, in collaborazione con Thea von Harbou (che insieme a Leni Riefenstahl diventerà la regista del terzo reich).

Il testamento del dottor Mabuse e il colloquio con Goebbeles:

E’ il 30 marzo 1933, il ministro Joseph Goebbels intento a sviluppare una potente macchina della propaganda cinematografica nazista convoca Fritz Lang nel suo ufficio. Lang allora 43enne aveva iniziato la sua carriera cinematografica da tempo ormai, piazzando nella sua filmografia, opere che erano entrate a pieno titolo nella storia del cinema mondiale. “il Dottor Mabuse”(1921) “i Nibelunghi”, “Metropolis” , lo avevano condotto alle vette del cinema internazionale. Analogo valore era riconosciuto al suo prodotto più recente che riprendeva la sua opera del ’21, vale a dire Il testamento del dottor Mabuse. E’ proprio quest’ultimo film che suscitò l’attenzione di Hitler e del suo ministro della propaganda Goebbels.

Sicuramente vi starete chiedendo in che modo Lang aveva ottenuto l’attenzione dei vertici del partito nazionalsocialista. La risposta è chiara se leggete cosa dichiarò il regista viennese del film:

Da parte mia stavo studiando un modo per rappresentare la mia avversione per la crescente violenza nazista e il mio odio per Adolf Hitler, così feci Das Testament des Dr. Mabuse. Misi in bocca a un pazzo criminale tutti gli slogan nazisti: “Dobbiamo terrorizzare la gente dicendo che finirà col perdere ogni autorità di cui si sente investita. La fiducia del comune cittadino nelle autorità da lui elette dev’essere distrutta. Finché non si solleverà distruggendo il vecchio Stato…per fare con noi un nuovo mondo. Sulle rovine dello Stato distrutto noi creeremo il regno del crimine…

Fritz Lang

Il testamento del dottor Mabuse quindi, per ovvie ragioni politiche, non era piaciuto a Goebbeles che infatti ne proibì la distribuzione. Il ministro però, da poco nominato ministro della propaganda, aveva idee ben chiare su come avrebbe dovuto funzionare la propaganda nazista e per questa ragione voleva innanzitutto che Fritz Lang cambiasse il finale per poi nominarlo regista del terzo Reich.

Goebbels, perciò, a proposito del Testamento del dottor Mabuse, disse a Fritz Lang:

«Guardi, mi dispiace moltissimo, ma siamo stati costretti a sequestrare questo film. È solo il finale che non ci andava».

-Joseph Goebbels

C’era solo un problema a quel punto: Fritz Lang era per metà Ebreo. Ora vi chiedo di immaginare cosa poteva significare per uno come Lang rifiutare quell’invito/ordine. Esatto, la morte.

La risposta di Goebbels quando sentì che Lang era di origini ebraiche dovrebbe farvi riflettere su quanto le questioni razziali erano circoscritte solo per determinate persone.

“Signor Goebbels, forse lei non ne è a conoscenza, ma debbo confessarle che io sono di origini ebraiche” e lui: “Non faccia l’ingenuo signor Lang, siamo noi a decidere chi è ebreo e chi no!”. Fuggii da Berlino quella notte stessa»

-Fritz Lang nell’intervista con William Friedkin

Se volete approfondire tutta la questione vi lascio qui sotto l’intervista completa sottotitolata in italiano a Fritz Lang da parte di William Friedkin, il regista de “L’esorcista”.

Metropolis (1926):

A metropolis, signori ricchissimi vivono sfruttando il lavoro di schiere di operai ridotti in schiavitù sottoterra. Il figlio del signore della città, Freder, si innamora di Maria, la mite ragazza nella quale gli operai ripongono le loro speranze di libertà. La fanciulla viene sostituita dall’inventore Rotwang e dal dittatore con un robot che istiga gli operai alla rivolta. La vera Maria e Freder riusciranno però a evitare una catastrofe gettando anche le basi per una società più giusta.

Le architetture geometricamente imponenti di Metropolis

L’analisi del film:

Considerato tra i film più rappresentativi del cinema espressionista tedesco, Metropolis narra una melodrammatica storia fantascientifica ambientata in una megalopoli del futuro.

Della città, ricalcata sul tracciato di New York vengono esaltate le imponenti architetture realizzate attraverso la combinazione di modellini e scenografie a grandezza naturale grazie all’EFFETTO SCHUFFTAN, creato dall’omonimo tecnico degli effetti speciali.

Figure astratte, ghiere metalliche ed enormi stantuffi sovrimpressi sulle facciate di anonimi palazzi si alternano all’inizio della pellicola a quadranti di orologi con lancette e macchinari in azione. Alla didascalia “Turno di lavoro (diurno)” segue il movimento meccanico di masse di uomini con tute nere e testa bassa che entrano in un antro, mentre un’identica massa scura si muove in direzione opposta avendo terminato il turno notturno.

Schiere di operai ridotti in schiavitù terminano e cominciano il loro massacrante turno di lavoro, marciando come automi in direzioni opposte

In queste sequenze emerge il gigantismo di Lang che trasforma le scene di massa in coreografie e i personaggi in pupazzi dall’aspetto suggestivo e goffo. Prevalenza di tempi lunghi, pause descrittive, movimenti lenti all’interno dell’inquadratura, montaggio con scarsa funzione drammatica, non fanno che aumentare la monumentalità dell’opera.

In metropolis l’ostilità è rivolta contro il potente; un’ostilità che tuttavia si risolverà grazie all’aiuto di un mediatore e di una donna. Maria è dapprima figura religiosa, vista come una Madonna e quindi adorata dalla massa, in seguito appare come una creatura diabolica.

Due sono infatti i principali modelli di riferimento femminili a cui Lang si ispira: La donna-angelo e la Femme-Fatale. La prima è caratterizzata da spiritualità, gentilezza e amabilità, come risulta evidente nel totale in cui è attorniata dai bambini di fronte a Freder e alla discinta ragazza con cui il giovane gioca in una delle prime inquadrature.

Allo stesso modo appare nelle soggettive del giovane, a sua volta abbagliato da tanta verginale bellezza. Il suo ruolo di creatura angelicata viene sottolineato quando, ammantata di una luce celestiale tra decine di croci e candele bianche racconta agli operai la storia delle origini della torre di Babele. Al suo cospetto gli operai già in ginocchio, abbassano la testa e congiungono le mani.

L’automa invece rappresenta il alto oscuro della figura femminile: a differenza della “Maria buona”, quella cattiva cerca di esortare alla rivolta gli operai, che cosi danno libero sfogo al loro lato più violento e irrazionale. Resisi conto della distruzione che sta trascinando anche le loro case e i loro bambini, gli operai non esitano a legarla ad un palo e a farla bruciare come una strega.

Maria-Automa viene bruciata come una strega sul rogo

Caratteristica del Robot è quella di essere il simbolo della perdizione, tant’è che la sua prima comparsa avviene durante una danza-spogliarello nel quartiere dei divertimenti dove il pubblico dei signori in preda alla lussuria si scatena in follie senza freno.

L’immagine di Maria come Madonna è ricollegabile all’insistito sincretismo di fondo tra idee politiche ed elementi eterogenei provenienti dalla tradizione cristiana, dal paganesimo e dalla superstizione. Ne sono un esempio la grande macchina che si trasforma in Moloch (la divinità fenicia che divorava gli uomini offerti in sacrificio) e il mito della torre di Babele.

La macchina che assume le sembianze di Moloch

Il film introduce anche il problema morale della sfida tra scienza e tecnologia ai limiti imposti dall’uomo non solo da un punto di vista tradizionale cristiano, ma anche da uno più umanistico e laico che vede nel futuro un preoccupante predominio delle macchine sulla natura, in una logica-tecnologica distrutiva.

Ispiratore di pellicole come Blade Runner Ridley Scott e Star Wars di George Luca, il film è unanimemente riconosciuto come modello di gran parte del cinema di fantascienza moderno…perlomeno quello di qualità, non Transformers di Michael Bay sicuramente.

L’effetto Schufftan:

Per concludere questo excursus storico-cinematografico voglio spiegarvi con una dimostrazione visiva cosa sia l’effetto schufftan utilizzato anche da Alfred Hitchcock nel film “Blackmail” del 1929.

L’inquadratura in cui appare anche una fila di persone è stata ottenuta con l’EFFETTO SCHÜFFTAN (uno specchio riprende gran parte dell’immagine, salvo una parte il cui fondo è stato tolto e che funziona come vetro trasparente mostrando quel che c’è dietro) ed anche la parte superiore dello stadio in cui sta giocando l’elite. Da notare che il luogo di ritrovo degli operai, dove convergono per ascoltare la profetessa, è invece in classico stile espressionista (croci plurime e di versa grandezza e sghembe, sfondo irregolare e ondulato).

Spiegazione del fenomeno:

L’effetto Schufftan dal nome di Eugen Schufftan, è un trucco cinematografico che si basa sull’utilizzo di uno specchio bi-riflettente posto a quarantacinque gradi rispetto alla macchina da presa. In modo da riprodurre il riflesso degli oggetti e miniature poste frontalmente (fuori campo) che possono essere cosi ingrandite. Rastremando le parti del vetro in cui si vogliono introdurre personaggi reali, rende possibile integrare scenografie e azioni reali con ambientazioni che altrimenti sarebbero impossibili da realizzare.

Esempio di applicazione dell’effetto schufftan nel film di Hitchcock. Se avete capito il meccanismo, non dovreste avere problemi a trovarlo.

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