Jacques Tati e l’arte del comico: analisi di “Play Time”, un capolavoro da riscoprire

Locandina del film

Jacques Tati, sei film in ventiquattro anni di carriera, rappresenta uno dei punti espressivamente più alti dell’intera storia del cinema comico per l’originalità e la ponderatezza delle sue soluzioni stilistiche che gli consentirono di dare vita a un universo cinematografico totalmente autonomo, irripetibile e, tuttavia, troppo poco citato anche nel mondo cinefilo.

Il mio obiettivo in questo articolo sarà proprio quello di farvi innamorare e scoprire (qualora non lo conosceste) il geniale regista francese e il suo capolavoro: Play Time.

Formatosi come mimo e attore di cabaret negli anni Trenta, dopo alcuni cortometraggi realizzati fra il 1932 e il 1938, realizzò il suo primo vero e proprio film soltanto nel 1949: Giorno di festa (Jour de Fete). La classicità dell’opera di Tati deriva dal suo richiamarsi ai classici del cinema comico, in particolare a Buster Keaton, di cui ha saputo riprendere e aggiornare il discorso <<demistificatorio>>.

Jacques Tati nei panni dell’iconico Monsieur Hulot

Uno dei caratteri dello stile di Tati è, infatti, la facoltà di determinare la natura del personaggio dagli oggetti che lo circondano, con i quali viene a contatto, tanto che la sua goffaggine, come quella di Keaton, nasce dall’incapacità di stabilire con le cose – e con gli ambienti in cui si trova- un rapporto normale. La sua stessa presenza fisica crea una situazione insolita, provoca spesso una serie di fatti che si ripercuotono, a catena, per germinazione spontanea, sulla realtà circostante, modificandola o rivelandone la fragile struttura.

L’iconico Monsieur Hulot intrepretato da Tati appare nei suoi film come una sorta di alieno precipitato in un mondo di cui non conosce né ha letto le istruzioni per l’uso. Il contrasto che si viene a creare tra questi e la società che lo circonda, finisce col rivelare comicamente di quest’ultima tutte le sue contraddizioni, che sono poi quelle di un mondo ridicolmente proiettato verso una modernità priva di sostanza.

I film di Tati sarebbero tutti da analizzare ma quest’oggi ho deciso di prendere in considerazione il suo progetto più ambizioso, e commercialmente fallimentare, della sua carriera: Play time, da noi “Tempo di divertimento”.

Dopo la vittoria del premio oscar con il film “Mon Oncle”, la carriera di Tati sembrava lanciata, tanto che per la realizzazione di “Play time” la produzione realizzò un’intera città alle porte di Parigi (<<Tativille>> che sarebbe dovuta diventare uno studio cinematografico).

Play time (1967):

Una scena del film

Girato in 70mm, come un kolossal epico, e con un suono stereofonico a cinque piste, il film, la cui durata supera le due ore e mezza, narra le vicissitudini di un gruppo di turisti americani in vista ad un’esposizione commerciale parigina le cui varie traversie si incrociano con quelle di Hulot (Jacques Tati). Play time porta alle estreme conseguenze la critica del regista ai falsi miti della società contemporanea, del modernismo e del consumismo, lo stile di Tati, a suo modo debitore anche dell’esperienza surrealista e dadaista, arriva ai suoi risultati di maggiore intensità e originalità: lo testimonia l’uso di inquadrature ampie che collocano i personaggi in un ben preciso contesto ambientale, e dove elementi rilevanti per lo sviluppo delle gags possono accadere, a volte anche simultaneamente, ai margini e sullo sfondo del piano; il ricorso a un’efficacia dialettica di campo e fuori campo che elabori effetti sonori – ben pochi altri registi della storia del cinema hanno saputo usare il rumore in modo altrettanto espressivo- in cui il mutamento delle fonti dell’intensità acuistica orientano l’attenzione dello spettatore nell’ambito di immagini composite e plurisignificanti.

Il mancato recupero dei costi di produzione di Play Time spinse Tati ancora più ai margini della produzione cinematografica francese , e a poco valsero i suoi ultimi tentativi filmici di porre rimedio a tale situazione: “Monsieur Hulot nel caos del traffico” e “Il circo di Tati”.

Analisi del film:

Il film è strutturato in sei sequenze collegate da due personaggi che si incontrano a più riprese: Barbara, una giovane turista americana in visita a Parigi con un gruppo di sue connazionali di mezza età, e Monsieur Hulot, un francese un pò stralunato e perso nella modernità della metropoli.

La prima sequenza è ambientata nell’ipertecnologico e alienante aeroporto di Parigi-Orly che, da fuori, assomiglia a un centro finanziario e, all’interno di un ospedale. L’imponente edificio presenta enormi vetrate accanto alle quali passano (non a caso) due monache. Il rumore dei loro passi, su celestiale musica extradiegetica, e poi il loro insistito bisbiglio sottolineano da subito come il piano sonoro sarà privilegiato nella pellicola.

Ne danno conferma, strappando un sorriso allo spettatore altri rumori percepibili nell’asettico, silenzioso e freddo ambiente: i piatti che tintinnano su un carrello, scopa e paletta poggiate per terra da un addetto alle pulizie, i passi di un poliziotto e di una bambina che tiene in braccio un neonato piangente, le scale mobili, le voci metalliche degli avvisi al microfono, gli scatti delle macchine fotografiche che accolgono un uomo anziano sulla cui valigia svolazza un cartellino.

Di Parigi si vedono solo le fugaci immagini della Tour Eiffel e dell’Arco di Trionfo riflesse nelle vetrine, ma si tratta di fotografie.

Dall’esterno, l’azione si sposta nelle labirintiche stanze e sale riunioni di un ufficio in cui Hulot, imbranato fin dal suo primo apparire, ha un importante appuntamento. L’edificio ha le vetrate talmente ampie e brillanti da essere invisibili: solo l’irruzione del rumore del traffico cittadino, udibile nel momento in cui il custode apre una porta a vetri, denuncia la presenza di un intero contrapposto all’esterno.

In modo geniale Tati riesce cosi a far riflettere sui possibili effetti disturbanti del <<progresso>> tecnologico giocando con le cause indesiderate che può produrre.

Nel complesso, le moderne architetture del film hanno forme squadrate, uniformi ed essenziali, e in esse ogni elemento pare replicarsi all’infinito. In questi labirinti è facile perdere la strada, rimanere imprigionati e smarrire la propria identità.

Con Play Time, Tati rinuncia a sfruttare i primi piani e le sue grandi doti mimiche per ridurre il protagonista Hulot a una sorta di silouhette che compare solo sullo sfondo, a volte divenendo una traccia appena riconoscibile. Anche le gags sono spesso disperse sullo sfondo, oppure accennate e sfumate. La struttura prevalente è la ripetizione (tutti compiono meccanicamente gli stessi gesti) oppure la sospensione (in molti casi ci si aspetta che accadano cose che non accadono).

L’ampio utilizzo di campi lunghissimo, cosi, che racchiudono in una sola inquadratura un cospicuo numero di informazioni, accresce la sensazione di trovarsi di fronte a un teatro comico dell’assurdo. Al di là della congerie di cose, persone, situazioni scenografiche ipertrofiche, resta l’impressione che ogni presupposto si leghi armonicamente a ogni altro e all’insieme.

Poichè il film gioca su sketch visivi ed effetti sonori, Tati gira in un formato ad alta risoluzione, in 70 mm e usa una colonna sonora a sei canali piuttosto complessa per quel tempo. La colonna sonora, richiese un anno intero: non tanto le parole, che sono poche, ma soprattutto per i rumori .

La lunga sequenza al Royal Garden sembra l’approdo finale di tutta la parte precedente del film, la conseguenza di una progressione lenta e calcolata di un ribaltamento delle situazioni iniziali.

Se la prima parte della pellicola appare piuttosto compassata, la seconda rende divertenti e fa esplodere gli elementi fino ad allora visti. Se all’inizio le cose sembrano prevalere sull’uomo, alla fine si assiste alla riscossa e alla vittoria dlel’uomo sulle cose.

Nel finale inoltre si materializza la sensazione di essere su una giostra: tutti i mezzi di trasporto, fra cui il pullman di Barbara, prendono parte a un carosello di auto che a passo d’uomo gira intorno a un monumento a forma di spirale.

L’omaggio nascosto di Truffaut al genio di Jacques Tati:

Nel quarto episodio che costituisce la saga di Antoine Doinel, dal titolo “Domicile conjugal”, Truffaut decide di omaggiare il personaggio di Monsieur Hulot facendolo comparire in un cameo.

Se non è bastato il mio articolo a farvi venire voglia di innamorarvi di Jacques Tati, seguite Truffaut quindi, che di cinema ne sa sicuramente più di me e di voi.

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