La Chimera e il pubblico che decide

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A furor di popolo, o meglio, a furor di commenti sui social, La Chimera ha riconquistato il suo posto in molte sale dello Stivale. Dopo una settimana di debutto terminata in sordina infatti, complice l’inarrestabile e monopolizzante successo di C’è ancora domani, il film di Alice Rohrwacher ha fatto il suo ritorno in numerosi cinema, tornando in top 10 al box office italiano. I numeri non sono assolutamente paragonabili a quelli del film di Paola Cortellesi, ma non per questo ci si deve dimenticare di questa piccola gemma, che aveva già incantato Cannes. Scopriamo insieme quanto di buono ci ha raccontato Rohrwacher e quanto di buono nel cinema italiano c’è ancora, sperando che dall’estero continuino a guardarci con favore.

La trama

Nella Tuscia (quella che un tempo era la terra degli Etruschi) degli anni ’80 seguiamo il percorso di Arthur (Josh O’Connor), un giovane ragazzo inglese, schivo e misterioso, che ritorna nel nostro Paese dopo essere stato in carcere. Il protagonista, tormentato dalla scomparsa della compagna Beniamina (Yile Yara Vianello), è a capo di un gruppo di tombaroli, che si guadagna da vivere trafugando le tombe etrusche della zona. Il rapporto con la madre di Beniamina, la signora Flora (Isabella Rossellini) e con studentessa di canto Italia (Carol Duarte), lo cambieranno e lo faranno crescere, facendolo riflettere sui suoi talenti unici e sul suo passato, sul valore dell’antichità e sulla profanazione delle tombe.

I tombaroli

Il più grande merito di questo film e il più grande contributo a coloro che lo guarderanno, forse, è proprio il contesto in cui è ambientato. A meno che una persona sia nata in Toscana o comunque nelle terre dell’Etruria (da dove invece proviene la regista) o sia particolarmente appassionata alla storia e all’archeologia, del fenomeno dei tombaroli difficilmente avrà sentito parlare. Solo il fatto di assistere ad un film che fa del suo intero cuore questo argomento è una fortuna. Se a ciò aggiungiamo che moltissime dinamiche che ruotano attorno a questo fenomeno vengono raccontate minuziosamente, ma anche in maniera filosofica, lasciando allo spettatore l’ago della bilancia. Il film non ci fornisce una morale, ma anzi aspetta che siamo noi a schierarci, e solo dopo possiamo veramente assaporare il significato che Rohrwacher voleva trasmetterci.

Beniamina, Arthur, Italia

L’altro grande cuore del film è tra questi tre personaggi. Beniamina è il passato, un filo rosso che rappresenta forse la soluzione a tutto e che ormai appare impossibile da raggiungere se non nei sogni più tormentati. Italia è il futuro, una ventata d’aria fresca nel momento più difficile, un sorso d’acqua fresca dopo giorni a vagare nel deserto. Arthur sta nel mezzo, incastrato e indeciso tra le responsabilità, la sfrontatezza, l’etica e l’amore. Una parte di lui vuole ancora Beniamina, la cerca, la desidera; un’altra parte vede Italia e si tranquillizza, si ferma e può finalmente respirare. Non voglio spoilerare nulla, ma alla fine sarà chiaro da che parte cadrà il nostro protagonista, mettendo la parola fine a tanti dubbi che sono nati nel corso della visione.

Ineffabile

Questa è la parola a cui penso se devo descrivere le sensazioni che mi ha lasciato il film. Sarà la pellicola usata da Alice Rohrwacher, che cambiava formato passando dalla storia ai sogni e non solo. Oppure queste vibes à la Call Me By Your Name, con la scena della festa e di Italia che balla da sola in mezzo alla pista (che è un vero e proprio parallelo a quella del film di Guadagnino). Oppure Arthur che si perde pensando a Beniamina, il filo rosso che li unisce e solo alla fine si spezza. Non mi ricordo dove, qualche tempo fa ho letto che La Chimera ricordava una raccolta di cartoline e io la trovo una definizione molto azzeccata. Il cinema di Alice Rohrwacher tra qualche anno diventerà, insieme a quello di altri e altre registe, il ritratto del cinema autoriale italiano di questi anni.

Conclusioni

La Chimera, come tutti gli altri film autoriali, belli o brutti che siano, va preso per quello che è: un tentativo di andare oltre, di non fermarsi alla superficie, raccontando una storia per immagini ed emozioni, più che con le parole e coi fuochi d’artificio. Ieri, mentre guardavo il film in sala, vedevo diversi ragazzi e ragazze che a metà della visione avevano già passato una buona parte del tempo davanti al telefono. Non li biasimo: soprattutto la prima parte del film è parecchio riflessiva, mostra più di quanto non dice e solo con l’arrivo dei tombaroli l’azione entra nella mischia. È un film che si fa piacere, che ha quelle trovate di trama furbe che ti fanno dire “Ah ok, ha messo questo qui perché prima hanno fatto quello e quell’altro”.

Va elogiata l’originalità dell’ambientazione, le prove del cast di supporto, tra cui una gelida Alba Rohrwacher e una eterna Isabella Rossellini, e quel senso di ineffabilità di cui parlavo poc’anzi. La Chimera non meritava di essere bistrattata così tanto al momento del debutto nelle sale, ma probabilmente non è uno dei migliori film italiani degli ultimi anni. Ciononostante, complimenti ad Alice Rohrwacher per lo spazio che si sta ritagliando all’estero, collezionando successi di critica uno dietro l’altro.

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