La Congiura degli Innocenti: l’autoironia di Hitchcock.

Qual è la differenza tra un colpevole ed un innocente? La risposta rimane ambigua ne “La congiura degli innocenti“. Parliamo di un piccolo gioiello di pellicola del 1955, per la regia del maestro Alfred Hitchcock e la sceneggiatura di John Michael Hayes, ispirata ad un omonimo romanzo di Jack Trevor Story.

Dopo il capolavoro “La finestra sul cortile” (1954) e “Caccia al ladro” (1955), il regista e lo sceneggiatore lavorano ancora insieme per dare vita a quella che può essere definita a tutti gli effetti un’esilarante commedia romantica, dal carattere prettamente noir e dall’umorismo sottile, molto British. Vede gli attori Edmund Gwenn, John Forsythe, Mildred Natwick e per la prima volta sul grande schermo una bellissima Shirley MacLaine, nei panni di alcuni tranquilli abitanti di un piccolo paesino del Vermont.

La storia.

Una mattina appare un uomo proveniente da un’altra città, disteso su una collina accanto al paesino. E’ morto. Ed è da qui che parte la bizzarra storia di un anziano capitano di mare, una giovane madre e una zitella di mezz’età. Ognuno convinto di aver ucciso il pover’uomo, verranno aiutati da uno stravagante pittore al verde per occultare il cadavere. La minaccia più grande che incombe sui protagonisti è la polizia, rappresentata dal locale vice sceriffo, tanto serio quanto ridicolo. Il rappresentante della legge, costretto a fare lavoretti qua e in là per passare il tempo in un così tranquillo borgo. Per sbarazzarsi del corpo dell’uomo di nome Harry, decideranno di sotterrarlo… e non una sola volta! Infatti, durante il film, più dettagli, indizi e sospetti salteranno fuori, costringendo i protagonisti a sforzarsi per ricostruire a pieno la strana vicenda.

Il loro patto si viene a creare perché nessuno è così sconvolto, qualcuno addirittura sollevato, ma soprattutto… ognuno interessato solo a farla franca. E’ interessante il titolo originale, di romanzo e film: “The trouble with Harry“. La morte viene descritta e rappresentata come un piccolo problema fastidioso, qualcosa di cui sbarazzarsi al più presto. A volte un atto della provvidenza, a volte un intruso in un meraviglioso dipinto. A volte, un piccolo sasso per la strada nel quale i vivi inciampano per poi rialzarsi e proseguire per la loro… strada. Essa quindi, appare pesante quanto una piuma di un colibrì. I protagonisti riescono comunque a saltellare da un misterioso e grottesco noir ad una commedia romantica, nel tempo di uno schiocco di dita. E la famosa suspense? La famosa suspense non si fa sentire qui, poiché non necessaria alla storia.

Dietro la macchina da presa.

Una regia di Hitchcock più sobria del solito ma sempre accattivante, volta a mettere in scena una parodia di quella che potrebbe essere una sua classica opera, senza disturbare però il filo narrativo. La scrittura della sceneggiatura, superba in tutti gli aspetti e molto scorrevole, è il punto forte di questa pellicola, unica nella filmografia del regista; ricca di frasi memorabili e leggere, nonostante la loro profondità e volontà di smascherare delicatamente i timori e l’ipocrisia dei personaggi.

Possiamo poi contare sul lavoro di Robert Burks che ritrae un meraviglioso, fiabesco dipinto fotografico dai toni caldi, dell’autunno nel Vermont. Inevitabilmente, si va così a creare un buffo contrasto, per fare da sfondo alla vicenda narrata. Il film possiede inoltre una discreta colonna sonora del grande Bernard Herrmann, per la prima volta in un film di Hitchcock. Cinque anni dopo, avrebbe composto (per lo stesso regista) una delle più famose e rivoluzionarie colonne sonore di sempre in “Psycho” (1960).

In conclusione, nonostante sin dalla sua uscita sia stata troppo spesso ritenuta un’opera minore, è invece un’acuta e per niente sottovalutabile pellicola. A parer mio, vede l’ironia del maestro della suspense al suo apice e merita senz’altro di essere scoperta o ritrovata.

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