La meglio gioventù: la recensione

Avete mai pensato al passato? Vi siete mai seduti a riflettere su come il mondo doveva apparire trenta, quaranta o cinquant’anni fa? Ecco, se non lo avete mai fatto, oppure se le vostre conclusioni non sono state soddisfacenti, La meglio gioventù è il film che fa per voi. Questo piccolo gioiello di Marco Tullio Giordana riesce, infatti, a raccontare in maniera efficace i mutamenti sociali e culturali italiani dal 1966 al 2003(data di uscita del film), attraverso un racconto unico e appassionante.

LA RICOSTRUZIONE STORICA

Parliamoci chiaro, La meglio gioventù non è un film su Babilonia, e probabilmente la ricostruzione storica, di per sé, non avrà creato difficoltà a una troupe che quegli anni li aveva vissuti. C’è però da dire che esiste una linea sottile tra l’insegnare e il raccontare. Il cinema non è una lezione liceale e nemmeno un corso universitario, e di certo non vuole sostituirsi ad essi. L’arte può però dare un senso di immersione allo spettatore, ovvero donare gli strumenti per assimilare appieno le informazioni fattuali. La meglio gioventù riesce a fare questo, ovvero raccontare eventi iconici della nostra cultura, senza però mai perdere di vista lo spettatore. Il film riesce, grazie anche all’ottima regia, a far respirare l’aria di quegli anni, costruendo una macchina del tempo firmata Marco Tullio Giordana.

LA STORIA SIAMO NOI

Il film ruota, quasi interamente, sulla vita di due fratelli: Nicola e Matteo. Entrambi vengono dalla classe media romana, eppure affrontano il mondo in maniera opposta: Matteo è un ragazzo colto e sensibile, ma ha difficoltà a relazionarsi con le persone, mentre Nicola vive nel “carpe diem”, godendosi appieno le relazioni personali. Non è un caso, ovviamente, la scelta di approcciarsi alla storia attraverso il punto di vista, capace di arricchire la morale dell’opera, ma soprattutto di donare agli eventi una prospettiva unica nel suo genere. Si cerca, infatti, di sfruttare la soggettività per ricercare l’oggettività della storia, plasmata ovviamente dai fatti, ma anche completata dalle persone. Rulli e Petraglia (autori del soggetto e della sceneggiatura) decidono allora di seguire il modello Forrest Gump, approfondendo l’impatto che gli eventi socioculturali hanno sulle vite di Nicola e Matteo. Non basta, per gli autori, affermare che i sessantottini erano figli di papà e che i brigatisti erano criminali: bisogna permettere al pubblico di entrare nella storia, in modo da sentire la forza dirompente degli eventi in questione.

NICOLA E MATTEO

“Lei avrebbe meritato un ventotto, un ventinove, le ho messo trenta perché ho applicato quello che io chiamo il quoziente di simpatia”

Abbiamo appena detto che Nicola e Matteo affrontano la vita in maniera differente, ma quali sono le conseguenze del loro modo di essere? Diciamo che il film, da subito, insiste sull’importanza di un temperamento resiliente e adattivo. Matteo, infatti, a differenza di Nicola, ha difficoltà a uscire dal suo mondo, innamorato follemente dei suoi libri, ma rancoroso nei confronti del prossimo: accoglie l’odio e rifiuta l’amore. La solitudine si getta allora su un co-protagonista che sembra essere troppo debole per affrontare il vortice di eventi che ha accompagnato l’Italia di quegli anni. Nicola invece, al quale si riferisce la frase di inizio paragrafo, vive la vita in maniera speculare rispetto al fratello. Non ha sicuramente la cultura di Matteo, ma riesce ad appassionarsi a tutto ciò che capita. Più volte, nel film, egli cambia vita, lavoro, città, eppure non sembra mai in balia degli avvenimenti. Questo perché Nicola è padrone del suo destino, consapevole di se stesso e rispettoso verso il prossimo, conscio dell’ostacolo, ma anche di come affrontarlo. Proprio lui, infatti, che da ragazzo sembrava destinato a una vita negligente e oziosa, diventa il modello di personalità scelto dagli autori.

CONCLUSIONI

La meglio gioventù è uno dei film italiani più belli degli anni 2000. Non lo dico perché mi è piaciuto tanto, ma perché credo che sia un’affermazione oggettiva. La difficoltà del cinema a raccontare la nostra storia è ormai risaputa, e riuscire a produrre cinque ore di film, senza mai superare i confini della noia e della ripetitività, è qualcosa di unico. Quanti lungometraggi abbiamo visto sui pezzi di storia italiana? E quanti ci sono realmente piaciuti? Il problema maggiore del cinema italiano, quando analizza uno spaccato sociale, sta nel fatto che troppo spesso insegna senza raccontare. Il risultato è un qualcosa che si colloca a metà tra un documentario e un film, senza però eccellere in nessuna delle due cose. Questo Giordana e gli sceneggiatori lo sapevano benissimo, e non hanno mai perso d’occhio lo spettatore. La meglio gioventù riesce infatti a narrare una storia fedele e appassionante al tempo stesso, sfruttando l’elevato minutaggio per aumentare l’empatia con i personaggi e non per annoiare. Insomma, questa pellicola vuole trasportare l’anima del pubblico in quegli anni, in modo da comprenderli nel profondo.

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