La recensione di The Last of Us: il Crocevia delle Serie Tv?

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In occasione della recente edizione degli Emmy Awards, non si può non parlare di The Last of Us, serie tv del 2023 che ha fatto incetta di premi, con 24 nomination e 8 statuette a scapito di colossi come Better Call Saul, House of the Dragon e Succession. The Last of Us è sbarcata nel mondo delle Serie Tv e l’ha fatto con la violenza di un’onda anomala che arriva e travolge ogni cosa. HBO si è confermata per l’ennesima volta una garanzia, per quanto riguarda le produzioni seriali, e va detto che le premesse, tra un cast d’eccezione e fuoriclasse del calibro di Craig Mazin (Chernobyl) alla regia, erano senza dubbio ottime.

Questa strepitosa serie tv di genere post apocalittico, tratta dall’omonimo gioco di Naughty Dog creato da Neil Druckmann (anche lui presente nella produzione della serie), ha meritato ampiamente la maggior parte dei premi conquistati, trattandosi di un’opera di livello decisamente alto, che rappresenta una svolta epocale nella storia delle serie televisive.

Un punto di svolta

The Last of Us costituisce senza ombra dubbio un vero e proprio crocevia per le produzioni televisive perché possiamo definirla, senza troppi indugi, il miglior prodotto, tratto da un videogioco, che sia mai stato realizzato. C’era un “prima di The Last of Us” e ci sarà sicuramente un “dopo The Last of Us”. Questa serie ha aperto un nuovo ciclo e ha dimostrato che sì, è possibile trasporre in modo fedele un prodotto videoludico, rispettando le esigenze del mezzo cinematografico o televisivo.

Sicuramente è stato questo l’elemento chiave, ovvero la decisione di optare per il tramite della serie televisiva per raccontare una storia indubbiamente lunga e complessa come quella di The Last of Us, decisamente troppo imponente per essere compattata in un unico film. E questa può essere anche la via per tutti i futuri tentativi di adattare immense opere videoludiche che, spesso, contano decine di ore di gioco e di storia.

Gli autori sono stati molto intelligenti nel seguire le vicende raccontate nel videogioco senza apportare modifiche nette, ma andando a cambiare o ad aggiungere interessanti dettagli, adattando nel modo migliore la vicenda al diverso mezzo della televisione.

La trama di The Last of Us

Il gioco di The Last of Us è un cult per tutti i videogiocatori ed è sempre stato osannato per la sua straordinaria, per quanto semplice, storia. La serie riprende in toto quella storia e si propone di raccontare l’incredibile viaggio di due personaggi: Joel (Pedro Pascal) ed Ellie (Bella Ramsey). La vicenda si svolge in un’America post apocalittica, in cui una devastante epidemia originata da un fungo, il Cordyceps, ha sterminato gran parte della popolazione mondiale, lasciando i pochi esseri umani superstiti in un mondo in balìa di orde di infetti. La peculiarità di questo fungo, tra l’altro esistente anche nel mondo reale, è quella di trasformare inesorabilmente le persone che vi entrano in contatto in creature irrazionali, violente, il cui unico scopo è l’ulteriore diffusione dell’infezione.

All’interno di questo contesto si muoveranno Joel, un uomo consumato dalla spietatezza della nuova realtà in cui è costretto a vivere ed Ellie, una ragazzina, nata durante l’apocalisse, che sembrerebbe l’unico essere umano immune al Cordyceps. Determinate vicissitudini porteranno i due a incontrarsi e ad attraversare insieme il continente, in cerca di qualcuno che possa studiare Ellie con lo scopo di trovare una cura che salvi l’umanità dall’inferno in cui è sprofondata.

In questo viaggio pieno di insidie, i protagonisti faranno molti incontri e vivranno in prima persona la crudezza e la brutalità di un mondo in cui i mostri non sono solo gli infetti, ma gli umani stessi.

Fedeltà al gioco e rispetto per l’opera originale…

Come già detto in precedenza, il grande merito di questa serie è l’intenzione di affidarsi a quanto già scritto, di non forzare, di non cercare di sorprendere a tutti i costi pur di inventarsi qualcosa di nuovo. La storia di The Last of Us è meravigliosa e Mazin e Druckmann dimostrano di volerla seguire fin da subito, riproponendo fedelmente l’intero prologo del gioco, coincidente con il momento dello scoppio dell’epidemia, visto dagli occhi di Joel. Vediamo il protagonista perdere sua figlia e questo è uno dei momenti più importanti dell’intera serie perché fa emergere senza veli la natura della storia a cui stiamo per assistere. Una storia in cui non c’è pietà, per nessuno.

L’intero viaggio di Joel ed Ellie ripercorre le orme delle loro controparti videoludiche, dall’incontro con Tess a Bill e Frank, dalla terribile storia di Henry e Sam allo scontro con David e i cannibali. Viviamo ogni momento con il massimo coinvolgimento, per merito della straordinaria immersività che Mazin e Druckmann sono riusciti a conferire alla vicenda. Lo spettatore è sempre accanto ai protagonisti durante il loro viaggio e vive ogni evento insieme a loro.

… non senza qualche modifica

Uno dei punti di forza della serie di The Last of Us, che è anche l’elemento che la rende un adattamento riuscito del videogioco, è quello di ricordarsi chi è. Sì, perché un adattamento non è una riproduzione uguale a se stessa dell’opera originale, ma deve necessariamente sapersi adeguare alle necessità imposte dal mezzo televisivo. La grande intelligenza degli autori ha permesso a questa serie di prendere il volo, mediante modifiche piccole, ma mirate. Piccoli cambiamenti decisamente più funzionali ad una versione della storia ovviamente priva dei momenti di gameplay e, allo stesso tempo, più credibile per un pubblico più ampio di quello dei fruitori del videogioco.

Ed ecco, dunque, la prima sostanziale modifica, vale a dire l’eliminazione dell’elemento delle spore, vere e proprie inalazioni fungine che, nel gioco, costringevano i protagonisti a trascorrere molto tempo con i volti coperti da maschere antigas. Questo elemento avrebbe probabilmente inciso sulle interpretazioni degli attori e sul coinvolgimento dello spettatore in determinati momenti ed è stato sostituito egregiamente da una nuova trovata altrettanto ansiogena, costituita dalla crescita del fungo al di sotto la superficie del suolo. Fungo che, se calpestato, funge da campanello di allarme per tutti gli infetti collegati allo stesso nel raggio di miglia, attraverso questa sorta di mente alveare che li unisce, diventando un vero e proprio attrattore.

Un’altra interessantissima modifica è costituita dalla presenza di vere e proprie prefazioni, all’inizio dei primi episodi, in cui sono raccontati frammenti di vita antecedente all’esplosione dell’epidemia, del tutto scollegati dalla storyline principale. Questi piccoli momenti sono caratterizzati da una potenza impressionante, in particolare quello che apre il primo episodio, in cui un virologo parla in termini davvero realistici della possibilità di un’epidemia originata da un fungo, conferendo fin da subito alla serie un senso di inquietudine e di profonda angoscia.

Il mondo di “The Last of Us”

Che dire delle ambientazioni? Il lavoro fatto per immergere lo spettatore nell’America post apocalittica è impareggiabile. Ogni paesaggio, ogni scenario desolato è ricostruito in modo certosino e rispecchia perfettamente l’idea di un mondo finito, in cui l’umanità ha perso. La natura divora le carcasse dei palazzi e le lande desolate che Joel ed Ellie attraversano si elevano a protagoniste stesse della narrazione. Il mondo in cui i protagonisti si muovono osserva il loro lento incedere come uno spettatore perfettamente cosciente del loro passaggio.

Cenni tecnici e colonna sonora

La regia non fa che aiutare questo triste viaggio verso l’ignoto, attraverso l’uso di numerosi campi lunghi e lunghissimi, senza però dimenticare la vera essenza del genere post apocalittico e cioè le piccole cose, i dettagli: la fotografia di una famiglia che ha fatto chissà quale fine, il primo piano dello scheletro di un bambino, l’ultima lettera di un suicida che ha deciso di mollare in un mondo ormai morto da tempo. Non mancano virtuosismi di un certo livello, a partire dal lungo piano sequenza del primo episodio, coincidente con lo scoppio dell’epidemia, ad accompagnare le scene frenetiche della fuga di Joel e Sarah. Si riscontra un uso sapiente della fotografia, sempre caratterizzata da toni piuttosto caldi, quasi a voler conferire un po’ di delicatezza al mondo brutale che deve illuminare.

Impossibile non fare menzione delle strepitose musiche di Gustavo Santaolalla, riprese in toto dal videogioco. Le semplici, malinconiche note di una chitarra, fanno da colonna sonora all’odissea dei due protagonisti e alla loro discesa nei meandri più cupi di ciò che resta della specie umana.

Personaggi meravigliosamente imperfetti

Oltre che un viaggio nell’America post apocalittica, quello di The Last of Us è soprattutto un viaggio nella psiche dei due protagonisti, Joel ed Ellie. Due personaggi estremamente profondi, fragili, fallibili che, attraverso la condivisione momenti dolci e strazianti, costruiranno un rapporto viscerale, uno dei più profondi che il panorama televisivo abbia offerto negli ultimi anni.

Joel è un uomo di indole buona, ma che le esperienze e l’apocalisse hanno segnato profondamente, fino a sotterrarne quasi ogni barlume di umanità. Un uomo che ha visto morire sua figlia e che ha letteralmente perso ogni ragione per vivere. La sua è solo cinica sopravvivenza. Joel si limita ad esistere e più sprofonda nell’abisso, più si scopre adatto al nuovo mondo, un mondo fatto di violenza, crudeltà, utilitarismo. Finché non arriva Ellie, una ragazzina insolente, in apparenza forte, ma profondamente fragile. Ellie entra di prepotenza nella vita di Joel, e inizialmente rappresenta solo una merce, per lui, da trasportare dall’altra parte del paese. Ma più il viaggio procede, più tra i due si instaura un legame fatto di ironia, affetto, liti e perfino momenti di grande tenerezza.

Con Ellie vicino Joel ritrova uno scopo, un motivo per combattere e riscopre la sensazione di essere padre. Sì, perché quello che c’è tra loro è un rapporto padre-figlia, per quanto entrambi si ripetano che non è così. Joel quasi rigetta questa possibilità perché si sente in colpa all’idea di poter essere di nuovo felice anche senza sua figlia Sarah, ma allo stesso tempo non può sottrarsi al sentimento paterno che riscopre in ogni domanda ingenua di Ellie, in ogni suo sguardo di meraviglia, in ogni momento in cui lei è in pericolo.

E se all’inizio Joel sembra voler introdurre rapidamente Ellie all’orrore del mondo che dovrà affrontare, successivamente sembrerà quasi volerle risparmiare l’angoscia e il dolore di determinati eventi, per quanto possibile. La crescita rapida e costante di Ellie avviene sotto gli occhi di Joel e tutte le loro esperienze possono essere raccontate semplicemente osservando la ragazzina, che diventa inesorabilmente adulta, segnata ripetutamente da eventi drammatici.

Ellie scopre progressivamente il mondo e il dolore che lo abita: dalla disperazione, che già conosceva dalla morte della sua amica Riley, all’impotenza in occasione delle morti di Tess e Sam e del suicidio di Henry, all’orrore più disturbante nell’incontro con David, nel penultimo episodio. Proprio questo è uno degli episodi più riusciti della serie e il confronto tra Ellie e questo “mostro” porta ad una delle interpretazioni migliori della carriera di Bella Ramsey, pienamente in parte nel ruolo di Ellie, per quanto esteticamente distante dalla controparte videoludica.

E proprio questa progressiva scoperta, da parte di Ellie, della crudeltà del mondo in cui vive, la porta ad interrogarsi sulla sua esistenza, sul senso di una vita in un mondo del genere e fa nascere in lei il desiderio di darsi uno scopo. Lo scopo di Ellie diventa quello di concludere il viaggio, ma non per porre fine alle peripezie affrontate con Joel, bensì per dare qualcosa di più al genere umano. Pedro Pascal è altrettanto bravo come Joel e regala un’interpretazione profonda e intensa, vestendo perfettamente i panni di un uomo stanco, consumato dal dolore, che lentamente riscopre la vita attraverso l’amore per una ragazzina.

Bill e Frank

Merita una parentesi l’episodio 3, in cui The Last of Us sceglie di prendersi una pausa (non pienamente giustificata) dagli eventi principali e decide di ritirarsi, di fermarsi a raccontare la vita di due personaggi che, solo in modo estremamente marginale, entrano in contatto con la linea narrativa principale.

E’ la storia di Bill (Nick Offerman) e Frank (Murray Bartlett), due uomini omosessuali che si incontrano durante l’apocalisse e decidono di vivere. In un mondo in cui conta solo la sopravvivenza, Bill e Frank decidono che questo non può bastare e costruiscono insieme una storia d’amore, tra le più profonde e intime mai viste sul piccolo schermo, e una nuova vita.

E’ qui che si vede la grandezza di The Last of Us che riesce a ritagliarsi uno spazio, nella cupezza del suo mondo, per raccontare con estrema e inaspettata delicatezza un frammento di vita in un contesto disperato. Il terzo episodio della serie è un grido di felicità commovente, un prezioso gioiello e uno dei punti più alti toccati dalla televisione negli ultimi anni. E riesce a farlo con la discrezione, oltre che con la cura, che decine di serie schiave del politically correct non son mai riuscite a mostrare.

Bill e Frank si sottraggono di proposito all’orrore che li circonda e optano per il bene. Fanno una scelta e decidono di ripeterla anche alla fine della loro storia quando, dopo un’ultima cena a lume di candela, se ne vanno insieme, con un sorso di vino, consapevoli di non essere semplicemente sopravvissuti, ma di essere stati l’uno lo scopo dell’altro. Le note di “On the Nature of Daylight” di Max Ritcher rendono gli ultimi momenti di Bill e Frank ancora più struggenti. C’è da fare un plauso a chi di dovere, perché non potevano davvero scegliere colonna sonora migliore per dir loro addio.

Gli infetti…

Quando una storia è ambientata all’interno di un’apocalisse zombie (anche se, in questo caso, non si tratta proprio di zombie), non si può non aprire un capitolo sugli infetti. La caratteristica di The Last of Us, legata inevitabilmente anche alla natura, intrinseca dei videogiochi, di aumentare gradualmente la difficoltà dei nemici che si incontrano, è quella di presentare diverse categorie di infetti. Più il fungo si sviluppa sul corpo dell’ospite, più progredisce, più questo diventa pericoloso e terrificante. I “Runner” sono gli infetti base, persone contagiate da poco, che vengono inesorabilmente private di ogni freno inibitore e attaccano chiunque non sia infetto con lo scopo di diffondere il virus. Sono molto veloci e la loro versione seriale rispetta perfettamente le loro caratteristiche nel videogioco.

Poi ci sono i “Clicker“, gli infetti più iconici, il simbolo dell’ansia all’interno di “The Last of Us” e forse dell’intero panorama videoludico. I Clicker si chiamano così perché il fungo ha acquisito sempre più controllo sul corpo dell’ospite e ne ha spaccato il cranio fino a fuoriuscire totalmente, rendendolo cieco, ma aumentandone a dismisura l’udito, fungendo quasi da sonar. Per questo “Clicker”, perché gli infetti si spostano emettendo dei “clic” per percepire l’ambiente circostante. Sono pericolosissimi, molto più letali dei “Runner” e un incontro con loro può significare morte certa.

Inutile dire che le scene con questi mostri, nella serie, sono incredibili, terribilmente ansiogene, basate totalmente sul tentativo dei personaggi di non emettere il minimo suono. Probabilmente sono uno degli elementi più riusciti di tutta la serie, e il trucco prostetico è eccezionale. Nel corso del gioco, e quindi della serie, compariranno numerosi altri tipi di infetti, ma non ne parlerò in questa sede, infatti, a mio parere, questi costituiscono uno dei pochi difetti di The Last of Us.

… e i difetti

Per riprendere da dove avevamo interrotto, partirei da un difetto di natura puramente soggettiva: il “Bloater”. Uno degli stadi più estremi dell’infezione, un mostro enorme che se, nel videogioco, aveva ragione di esistere in funzione di un incremento progressivo della difficoltà, nella serie, a mio parere, risulta assolutamente non necessario, anzi, quasi di troppo. Non c’era bisogno di riportare il “Bloater” anche su schermo in nome della fedeltà all’opera originale. Se i “Runner”, i “Clicker” e gli “Stalker” erano credibili, la sensazione è che questo mostro, a dir poco tamarro e per nulla in linea con la grande eleganza di questa serie nella cura dei particolari, vada a colpire duramente la sospensione dell’incredulità dello spettatore, portandolo a confrontarsi con un elemento troppo distante dalla finezza e dal realismo che la serie ha sempre mostrato.

Al di là di questa critica personale, un altro grande difetto dell’opera è relativo al pericolo. Oggettivamente, ci sono pochi infetti. Anzi, pochissimi. E in un mondo in cui l’essere umano non comanda più, in quanto non è più in cima alla catena alimentare, vedere così pochi infetti, quando il rapporto con il numero di persone sane dovrebbe essere di mille a uno è davvero una mancanza importante. E la grande assenza di queste creature, abbassa drasticamente il livello di tensione soprattutto dall’episodio 6 in poi.

Ciò che era estremamente magnetico del gioco di The Last of Us e che deve essere la regola in un contesto post apocalittico, è il pericolo dietro ogni angolo, la tensione costante, un perdurante stato di ansia che dovrebbe portare lo spettatore a trattenere il respiro e a rilassare i muscoli solo nel momento dei titoli di coda. E questo, nella serie, non c’è, se non in pochi, determinati, momenti.

Infine giungiamo all’ultimo lato negativo di quella che comunque rimane un’opera decisamente importante. Un episodio come quello su Bill e Frank è una piccola perla, un gioiello, una rarità che va presa e scelta come esempio da seguire per la maggior parte delle produzioni seriali, ma che non può essere collocata nel terzo episodio. Non può, perché spezza drasticamente il ritmo e la continuità della storia principale e non puoi fare questo dopo due soli episodi.

Allo stesso tempo, rappresenta un ulteriore problema l’episodio 7, che si concentra totalmente sul passato di Ellie. DI base, un episodio di questo tipo, ci sta, anzi è sicuramente interessante e necessario per la caratterizzazione del personaggio di Ellie, ma va a costituire una dura battuta d’arresto in un momento caldo della narrazione e sarebbe tollerabile in una serie con un numero nettamente maggiore di puntate, ma se due episodi su otto vengono dedicati interamente a vicende estranee al grosso della trama, viene sottratto troppo tempo a ciò che è veramente importante.

Il finale di The Last of Us

Nessuna storia funziona veramente senza un finale degno. E il finale di The Last of Us, nella sua linearità, è perfetto. Identico a quello del videogioco, come doveva essere. Joel ed Ellie, ormai giunti al termine del loro viaggio, trovano finalmente “le Luci”, l’organizzazione a cui Joel doveva affidare Ellie per la scoperta di una cura per il virus. E’ a questo punto, quando Ellie è già in una sala operatoria, che Joel apprende che l’operazione potrà sì avere risultati positivi per la ricerca della cura, ma sarà allo stesso tempo insostenibile per la ragazzina, che non sopravvivrà. Ed è proprio qui, nel finale, che The Last of Us ci sbatte in faccia il più grosso dei dilemmi morali. Non facciamo in tempo ad interrogarci su cosa sia giusto fare che Joel ha già agito. L’uomo si fa strada all’interno dell’ospedale, verso la sala operatoria, uccidendo chiunque si pari sul suo cammino. Non esita neanche un momento e compie un massacro pur di salvare quella che ormai, per lui, è sua figlia. Una volta raggiunta, uccide a sangue freddo il chirurgo che dovrebbe operarla e, mentre lei è sedata, la porta via. Lontano dall’ospedale. Lontano dalle Luci. E’ quasi inevitabile condividere la scelta di Joel mentre lo vediamo fare una strage sullo schermo. Eppure, a mente fredda, è giusto chiedersi quale fosse la decisione da prendere. Quanto pesa la vita di una bambina, di una figlia, rispetto alla salvezza del genere umano? The Last of Us non ci dà una risposta e non può bastare rinvenirla nella decisione di Joel. Lui sceglie di salvare Ellie, e sceglie di farlo anche conoscendo quello che effettivamente era il desiderio della ragazzina, che era disposta anche a morire, pur di dare un senso alla sua vita e di offrire una possibilità di redenzione al genere umano. La scelta di Joel è quella di un personaggio egoista, eppure meravigliosamente umano, imperfetto. Un uomo che, durante la fuga, mente ad Ellie su ciò che ha fatto mentre lei era incosciente e che, anche quando lei è ormai in salvo, ha la freddezza di giustiziare Marlene, una dei leader delle Luci, con la glaciale motivazione “la inseguiresti“. Ma la serie non ha ancora finito con noi, deve ancora darci il colpo di grazia. La scena finale mostra Joel ed Ellie faccia a faccia, come in un duello western. Tre linee di dialogo:

Ellie: “Giuramelo… giurami che tutto quello che mi hai raccontato sulle Luci è vero.”

Joel: “Lo giuro.”

Ellie: “Okay.”

Una bugia. Joel ed Ellie stanno bene, sono vivi, eppure quello di The Last of Us non è un lieto fine. Non è felice. Non è giusto. Ed è perfetto così.

Conclusioni

The Last of Us è un’eccellente serie tv. Indubbiamente il miglior adattamento di un videogioco mai realizzato. Pedro Pascal e Bella Ramsey offrono due interpretazioni eccezionali, aiutati da una regia moderna e da una fotografia che valorizza moltissimo i dettagli del mondo post apocalittico in cui i protagonisti si muovono. Al netto di qualche difetto di continuità narrativa e di qualche calo di tensione, The Last of Us riesce ad essere quello che, soprattutto ultimamente, è difficilissimo da trovare e cioè una bella storia. Una storia emozionante, avvincente e che permette di sviscerare a pieno uno dei rapporti più profondi delle serie tv, quello tra Joel ed Ellie. L’episodio su Bill e Frank è una perla nascosta che farà scuola per molto tempo.

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