“La zona d’interesse”: quando il mostro c’è ma non si vede.

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Zone of interest: Il capolavoro di Jonathan Glazer, candidato in 5 categorie agli Oscar 2024, esce in anteprima nelle sale italiane.

22 Febbraio: questa è la data d’uscita del quarto lungometraggio “La zona d’interesse” della carriera di Jonathan Glazer nelle sale italiane. Nel frattempo, però, viene proposto in anteprima in molti cinema.

Glazer torna alla regia e alla sceneggiatura, dieci anni dopo Under the skin, con una pellicola ambientata e girata interamente ad Auschwitz. Si tratta del primo film del regista britannico girato interamente in lingua tedesca ed è tratto liberamente dall’omonimo romanzo di Martin Amis. La pellicola è stata presentata in concorso al festival di Cannes 2023, dove ha ricevuto diversi riconoscimenti, tra cui il Grand Prix Speciale della Giuria e il Premio FIPRESCI. Inoltre, è candidato agli Oscar 2024 in 5 categorie: miglior regia, miglior film, miglior sonoro, miglior sceneggiatura non originale e miglior film internazionale.

La trama

Fin dall’inizio del film, si viene catapultati nella vita quotidiana di una famiglia tedesca che vive accanto al campo di concentramento di Auschwitz durante la Seconda Guerra Mondiale. Ma, nonostante le apparenze, non si tratta di una famiglia normale.
La famiglia Höss vive in un’elegante casa di campagna in riva al fiume. Le giornate trascorrono in maniera quasi spensierata.  I bambini giocano in giardino e vanno a fare il bagno al lago, a due passi dai i forni crematori del campo di concentramento più brutale di tutto il nazismo. Si scambiano regali, parole e segreti, sordi alle urla strazianti che provengono da dietro il filo spinato. Chiacchierano ed invitano amici e parenti, impermeabili e ignari del dolore aldilà del muro.

Il padre di famiglia è Rudolf Höss (Christian Friedel), comandante alla direzione del campo. E’ un personaggio realmente esistito che è stato processato e condannato dal Tribunale di Norimberga.
Il film segue la vita di questa famiglia fuori e dentro Auschwitz. All’interno osserviamo il lavoro di Rudolf, mentre fuori vediamo la moglie Edwig (Sandra Hüller, già protagonista di “Anatomia di una caduta”) che prende il tè con le amiche e i suoi figli che spensierati girano in bicicletta allegramente. Peccato che il sottofondo di questo quadretto idilliaco sia il rumore delle marce dei prigionieri, gli spari delle fucilazioni e il rombo senza sosta del forno crematorio.
Tra queste dimensioni opposte, si intrecciano storie di vite normali e vite strappate. Storie di codardia, di coraggio e di amori clandestini.

Le sensazioni

Glazer ci ha messo dieci anni a concludere quest’opera con cui ha sviscerato le pesanti pagine del romanzo di Amis. Ciò che rimane per la nostra visione è l’essenziale. Nel film c’è poco dialogo e tanta visione; perché è inutile provare a dire con le parole ciò che si può solo percepire vedendo. O peggio, sentendo.

La zona d’interesse è un’opera fredda e distaccata. Non lascia spazio ad alcuno slancio emotivo verso le due parti. Non ci si può immedesimare né nella vittima né nel carnefice; non tanto perché sia eticamente sbagliato simpatizzare con un nazista, ma proprio perché appare disumano. L’approccio della famiglia Höss all’atto di sofferenza suprema per eccellenza non è crudele (come è stato rappresentato il nazismo nella maggior parte dei film fino ad oggi), bensì apatico. La famiglia dà per scontato e non si cura di ciò che accade, semplicemente perchè non intacca la vita di tutti i giorni.

E’ sottile la linea tra la crudeltà e l’ignoranza, quasi impercettibile. Infatti, come detto da Hannah Arendt, questi crimini contro l’umanità non erano commessi da comandanti crudeli, ma da uomini comuni che seguivano ordini senza interrogarsi, senza mettere in discussione che il loro nine to five era sterminare una razza intera. E’ questa la Banalità del Male. Dunque, anche Glazer ha mostrato come penetrare la sfera psicologica di questi personaggi insensibili è, oltre che impossibile, inutile.

La zona d’interesse non è un film strappalacrime, il suo obiettivo non è colpire nel profondo. Ma ciò non toglie che lasci aperta una ferita che non si può rimarginare.

Le immagini di dolore e sofferenza non ci vengono mai mostrate da Glazer. Per l’intera durata del film non vedremo mai ciò che accade aldilà delle mura di Auschwitz: lo sentiremo soltanto. Il sonoro, infatti, è la grande forza del film. Penetra con melodie che risultano quasi come una tortura, che riescono a risultare fastidiose da quanto siano emotivamente potenti. Il film investe lo spettatore con lamenti sofferenti senza farli sentire, solo facendoli percepire. La fotografia è fredda e precisa, trasmette la Polonia degli anni quaranta, rendendola gelida in ogni stagione, così come i personaggi.

Anche la regia risulta asciutta ed impeccabile. Si tratta di una regia totalmente europea, che non vuole raccontare una storia, bensì trasmettere delle emozioni crude e vive.

“La zona d’interesse” è un film eccezionale, dove viene esposto un mostro, senza però farlo vedere in tutto il suo orrore. È un film che cambierà i metodi di narrazione degli orrori della Shoah nel cinema del futuro. È un film che rimarrà per sempre impresso sulla pellicola e nelle menti di chi ha vissuto l’esperienza di poterlo guardare almeno una volta. L’Academy sicuramente lo riconoscerà; anche se quest’opera non ha bisogno delle statuette per potersi esprimere nel miglior modo possibile. Lo fa già da sola.

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