Recensione “The tragedy of Macbeth”: il dramma dietro i mondi dei fratelli Coen

Ci si sono cimentati Orson Welles, Roman Polanski e anche un inconsapevole Akira Kurosawa, per considerare solo gli adattamenti più celebri e iconici della tragedia shakespeariana: c’era bisogno di un ulteriore adattamento del Macbeth considerati gli illustri predecessori? Probabilmente no, ma è un bene che sia stato realizzato, dal momento che porta la firma di Joel Coen, alla sua prima regia senza il fratello Ethan.

In originale The Tragedy of Macbeth, racconta una storia già raccontata, senza osare tanto nella narrazione quanto nella forma: torna il dramma per eccellenza sul potere e sul libero arbitrio, avente come teatro un futuro già compiuto e che si dispiega pazientemente sotto lo sguardo dell’uomo, passivo osservatore che non può nulla se non assecondare la propria tragedia.

E nel riproporre tutto ciò, pur partendo dalla tradizione cinematografica del Macbeth, affonda le proprie radici in Bergman. Mentre viene rimandata la memoria a L’uomo che non c’era, l’eleganza del bianco e nero esalta – venendone esaltata a sua volta – le rarefatte scenografie che si alternano tra le algide geometrie dei castelli e gli svuotati spazi aperti, affogati nella nebbia di una Scozia sospesa sulle parole di tre parche.

Così come nel 4:3, i personaggi sono intrappolati nelle rispettive sorti, e quindi spogliati di qualsivoglia amoralità: non è un conflitto etico quello in cui si agitano, ma lo scontro con la consapevolezza di star seguendo passivamente un percorso già tracciato e di cui è sempre più prevedibile l’esito. L’antieroe shakespeariano di Denzel Washington prosegue sulla strada solcata dalle parole delle tre streghe, fedele, ambizioso, ossessivo, delirante e infine arreso, riscoprendosi nel momento stesso della resa. E la tragedia richiamata nel titolo originale trova la sua espressione proprio nella prova attoriale di Denzel Washington, piena di umanità quanto di delirio, maestosa e misurata.

Quanto conseguito da Joel Coen al termine della pellicola è molto sottile, poiché non reinterpreta Shakespeare, piuttosto si riconosce in lui, così come aveva fatto con McCarthy in Non è un paese per vecchi: opere lontane dalla veste più ironica dei film dei Coen, ma insospettabilmente vicine alla sostanza che espongono, uno spaccato su uomini miopi che rimbalzano in un mondo alimentato da logiche a loro precluse. È l’incubo mascherato dalla farsa.

The tragedy of Macbeth è radicale nell’estetica, dalle scenografie ai volti degli attori fino a Kathryn Hunter, più di quanto non lo sia nella narrazione (per quello c’è Kurosawa che, in riferimento a Il trono di sangue, confessò di essersi dimenticato dell’esistenza dell’opera del Bardo), ma non è necessariamente l’approccio di cui c’era bisogno: Joel Coen non rende proprio Shakespeare perché l’equazione, forse, è più esatta a ruoli invertiti.

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