MAGNOLIA: sono le coincidenze a cambiare la vita delle persone

Reading Time: 5 minutes

Le coincidenze esistono? A 24 anni dall’uscita in sala, Magnolia, il grande film corale di Paul Thomas Anderson, commuove ancora.

“Dopo il successo di Boogie Nights, volevo scrivere un film “piccolo e intimo” ma l’intrecciarsi delle vite dei protagonisti ne hanno fatto un film corale. Il presente, con il suo individualismo, l’alienazione, l’influenza dei mass media, è raccontato come se fosse esaminato a posteriori.” Queste sono le note di regia di Paul Thomas Anderson. Questa è la spiegazione della genesi di Magnolia, film che ha meritato l’inclusione tra i “1001 film da vedere prima di morire”, a cura di Steven Schneider.

Il filo conduttore è sicuramente il suo nucleo tematico, sospeso tra i concetti di caso e destino. Paul Thomas Anderson, uno dei miglior registi della storia del cinema contemporaneo, ha il merito di aver gestito con sapiente maestria argomenti in grado di rapire lo spettatore, facendo leva su un livello di empatia che non può morire e che si tramanda da generazione a generazione.
L’epicentro della trama ci viene presentato tramite una breve sequenza di finti storici, raccolti da una serie di miti e leggende urbane, in cui le vite di alcune persone si ritrovano inconsapevolmente intrecciate l’una all’altra. Non bisogna, però, concentrarsi sull’incredibile potenza narrativa che ha questa sequenza di montaggio. Ciò che vuole lasciarci, infatti, è ben altro. Coincidenze incredibili, è solamente questo. Alcune di poco conto, altre sconvolgenti.

 Le coincidenze esistono: questo è il concetto chiave da cui Magnolia vuole partire. Ci informa di ciò e ci fa credere a ciò, ma quale sia la loro natura non ci è dato saperlo.

Trama

È una piovosa giornata nella San Fernando Valley, Los Angeles. Un anziano magnate della TV, Earl Partridge (Jason Robards), ormai malato terminale, sta realizzando di aver rifiutato tutto ciò che di buono aveva nella vita: la moglie, unico vero amore, ed il figlio Frank (Tom Cruise). Quest’ultimo, nel frattempo, è diventato un convinto con una mentalità corrotta e un profondo e nascosto odio verso il padre.


Il moribondo è curato dall’infermiere Phil Parma (Philip Seymour Hoffman): la sua bontà d’animo e la sua innocenza/ingenuità lo metteranno in situazioni molto spiacevoli e imbarazzanti. Al capezzale di Earl c’è anche la sua seconda moglie, Linda (Julianne Moore) lacerata dai sensi di colpa per averlo tradito molte volte e per averlo sposato solamente per i soldi. Improvvisamente, però, come se venisse folgorata da una consapevolezza nascosta, scopre di amare il marito solo ora, nel momento fatale.


Parallelamente, un anziano conduttore televisivo, Jimmy Gator (Philip Baker Hall), scopre di avere due mesi di vita. Distrutto dal rimorso, annega i suoi rimpianti nell’alcol e confessa alla consorte di averla tradita. Inoltre, spunta la possibilità che abbia molestato, anche se lei ha rimosso il ricordo, la figlia Claudia (Melora Walters). Tuttavia, l’incontro con il poliziotto divorziato e “poco virile” Jim (John C. Reilly) le farà cambiare vita.


Donnie Smith (William H. Macy) invece è un ex bambino prodigio, fu il numero uno nei quiz televisivi con i quali ha guadagnato molto. Senza lavoro, si ritrova a fare i conti con la propria identità e con la sua nascosta sessualità. Infine, c’è il piccolo Stanley, anch’egli campione di quiz, ai quali partecipa solo perché costretto dall’avido e insensibile padre. L’epilogo, sconcertante e sorprendente, coglierà di sorpresa tutti i personaggi.

Pensieri e riflessioni.

Sono tante le curiosità che si raccontano su questo film. Molto celebre è la questione dell’esclusione di Tom Cruise dalla locandina principale del film, per evitare che “ci si concentrasse troppo sulla star”. Incredibile è anche il fatto che Jason Robards, che interpreta il moribondo Earl Partridge, morirà a sua volta pochi mesi dopo proprio dello stesso male del suo personaggio: cancro ai polmoni.

Ci sono coincidenze reali che si intrecciano con la finzione cinematografica e realtà cinematografiche che si fondono con la vita reale. Un solo evento interrompe l’immersione in questa profondissima piscina che è Magnolia: la pioggia di rane. Rimanda sicuramente all’ Esodo 8,2 (il che è anche il motivo per il quale, durante tutto il film, i numeri 8 e 2 siano particolarmente presenti ed esposti allo spettatore), ma il suo ruolo inizialmente non è così chiaro. È una pioggia purificatrice? È una sorta di orrida punizione divina? Oppure è semplicemente una casualità? L’unica cosa che si può stabilire è che non è di natura scientifica, non è un avvenimento che accade perché è giusto che debba fisicamente accadere, ma succede e basta.

La pioggia di rane salva la vita di ogni personaggio, non la migliora, ma la libera da un peso incredibile: una pesantissima solitudine.

I personaggi si intrecciano e si sfaldano tra di loro in quello che è un perfetto racconto corale. Il film, a tratti, sembra quasi una danza, per quanto sono perfetti e sinuosi i cambiamenti e gli intrecci nelle vite di personaggi così fittizi ma così reali. Paul Thomas Anderson prende i dubbi, i problemi e le insicurezze presenti nella società americana contemporanea e la trasforma in una sorta di espiazione. Non emette verdetti o condanne, non espone al pubblico personaggi da odiare e lapidare, ma umanizza ciò che rimane dei tristi resti di una società disordinata e incoerente.

Vittime e carnefici

Il film indaga la biblica idea secondo cui “le colpe dei padri ricadranno sui figli”, studiando in che modo le assenze o le malsane presenze genitoriali arrivino a distruggere e determinare giovani e vecchie vite, privandole di strumenti positivi e lasciando al loro posto ferite difficili da rimarginare.

In questo modo quasi tutti i personaggi finiscono per scontrarsi e dividersi tra vittime e carnefici. A tal proposito interviene il testo della canzone Wise Up, iconica colonna sonora del film, come intermezzo musicale e inizia a tormentare i personaggi con un unico imperativo: il bisogno di crescere, maturare, accettare i propri cambiamenti, accettare la propria natura, rassegnarsi a ciò che è stato ed è ormai fuori controllo e abbracciare il presente fino a stringerlo in pugno, afferrare le redini della propria vita per segnare una nuova rotta.

Questo inizia ad essere meta-cinema. Il film stesso, infatti, tramite musiche e dialoghi, diventa strumento di comunicazione con lo spettatore. Quello che avviene in Magnolia non deve per forza rimanere legato a un mondo di finzione e bugia, ma può verificarsi nella realtà di tutti i giorni; se solo si è disposti ad ascoltare, se si rimane attenti a ciò che ci circonda, se si agisce. Magnolia, per concludere, colma con infinita soddisfazione il bisogno di pace che portavamo dentro o che forse, senza accorgercene, abbiamo maturato insieme ai suoi protagonisti. Perché non c’è niente al mondo di meno casuale che perdersi nella vita degli altri e ritrovarci per intero la propria.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *