Midsommar: una fiaba sul lutto e la catarsi

Ari Aster ci ricorda come l’incasellamento di un film in un genere cinematografico corrisponda spesso ad una banalizzazione dell’opera, attribuendole un’etichetta in cui è forzata ad identificarsi. Di riflesso, Midsommar non è propriamente un film dell’orrore: attinge a piene mani dalla tradizione del folk-horror – è evidente il debito nei confronti di The wicker man di Robin Hardy – ma definirlo tale equivarrebbe a ridurlo a quella dimensione, sacrificandone ogni altro aspetto e ignorandone l’ambiguità. A tal proposito, è esemplare la definizione che ne dà il regista stesso, presentando la sua ultima fatica come una “commedia dark sulla fine di una relazione”.

Midsommar muove i propri passi sul sentiero tematico tracciato da Hereditary, precedente film di Aster nonché suo lavoro di esordio: la vicenda viene innescata da una tragedia consumatasi nella sfera familiare, il cui risultato è un lutto complesso da elaborare, tanto da definire il percorso che la protagonista dovrà compiere per ritrovare l’armonia. In questa prima sezione, il film è affidato ad un’impostazione che viene presto tradita, abbandonando gli ambienti bui e trasportando la narrazione alla luce del sole, come per respingere la forma solitamente più congeniale al genere horror.

Questo cambio di registro avviene in concomitanza con la partenza dei protagonisti per un villaggio in Svezia, immerso in un’atmosfera sospesa nel tempo e situato in una pianura fiorita e perennemente illuminata da una luce abbagliante, dove avranno l’occasione di studiare le tradizioni folkloristiche di una comunità di fondamentalisti religiosi. Mentre ci rendiamo conto che stiamo assistendo a quello che è, a conti fatti, il passaggio ad un’altra dimensione, i ragazzi procedono verso la loro destinazione affrontando un lungo viaggio in macchina – che inevitabilmente rimanda la memoria a Shining – durante il quale, in una finta soggettiva, l’inquadratura si capovolge improvvisamente, fino all’ufficializzazione del transito, “celebrato” per mezzo di un trip allucinogeno durante il fenomeno del sole di mezzanotte.

Da quanto segue, è lecito pensare ad una fiaba (chiaramente distorta) come può essere Alice nel Paese delle meraviglie o Il Mago di Oz, visto e considerato che l’arrivo al villaggio è gioioso, e che la protagonista è a tutti gli effetti una tipica principessa ancora inconsapevole del proprio ruolo, al centro di un’avventura che la aprirà ad una nuova realtà incantata, fino al “lieto fine”. Ari Aster racconta un lento processo di catarsi, in cui il personaggio di Florence Pugh si purificherà dal cordoglio riottenendo la serenità, fino ad un sorriso finale in opposizione al pianto che, per tutto il film, si è imposto come uno sfogo fisico nel disperato e vano tentativo di rigettare il dolore fuori dal corpo. E’ infine il sorriso dei folli, in cui si concretizzano una pace ritrovata, la consapevolezza di essere finalmente compresa e l’atto di sadismo necessario all’accettazione e all’abbandono del passato.

Il tutto viene raccontato sotto la lente di una vera e propria indagine antropologica, il cui oggetto di studio non è la comunità di fondamentalisti, ma i protagonisti stessi: viene adottato il metodo dell’osservazione partecipante, per mezzo del quale il regista impone allo spettatore l’inserimento in un contesto estraneo, al fine di comprendere, per mezzo di un processo di immedesimazione, la natura dei cinque ragazzi.

Sono molti i punti di contatto con Hereditary, che, con il senno di poi, sembra esser stato per Aster un laboratorio di prova per sperimentare tematiche e segnali di stile, ormai resi propri e sfruttati in maniera più matura. Oltre al tema del cordoglio e del lutto, si continua a giocare con il gusto per il grottesco – un elemento dimenticato dal genere horror in tempi recenti – che a differenza del precedente film, in cui risultava spesso in scene decisamente sopra le righe, in questo caso è meno insistente e significativamente più misurato: ne vediamo la concretizzazione in scene atroci,  che esibiscono una violenza dalla funzione sacrale e, per mezzo di una regia algida, svuotata della sua spietatezza, accentuando, di conseguenza, la sensazione di straniamento.

Il risultato finale è, prevedibilmente, un quadro difficile da razionalizzare, in cui i protagonisti vengono inghiottiti gradualmente proprio a causa di questa difficoltà, e che lascia allo spettatore, consumato dall’angoscia, pochi punti di contatto con la realtà – richiamata unicamente dalla comparsa di volti deformi e deformati – finché non sarà negata ogni possibilità di farvi ritorno.

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