Morbius: what we do in the shadows

Tremate, tremate, le streghe son tornate! In questo caso non sono le streghe, ma tre entità altrettanto spaventose, per lo meno se considerate insieme: la Marvel, la Sony e Jared Leto che fa il vampiro. I tre cavalieri dell’Apocalisse (il quarto ce l’hanno risparmiato) si fanno strada attraverso dei titoli di testa che sembrano rubati a The Neon Demon, ma al cui termine i neon rossi e blu danno forma ad un titolo diverso e ben più nefasto: Morbius. Più avanti verrà scomodato anche Friedrich Wilhelm Murnau, giusto per non risparmiarsi ogni didascalismo possibile.

C’è poco di cui parlare, perché il film stesso ha poca voglia di raccontare la propria storia: superati i primi venti minuti, Morbius sembra già volgere alla conclusione, negli ottanta minuti rimanenti prosegue inverosimilmente per inerzia, finché ad un certo punto finisce senza più la pazienza di attendere l’arrivo di un finale. Soddisfatta la necessità di presentare (puerilmente) il protagonista, l’ultimo film Marvel targato Sony si trasforma in un What we do in the shadows che non sa di essere una parodia del cinema di vampiri.

L’inconsapevole parodia di se stesso

Il dottor Michael Morbius, affetto da una malattia genericamente rara, cerca una cura per garantire a se stesso un futuro, ma la conseguenza che non aveva previsto è che ciò lo trasformerà in un mostro assetato di sangue. Il cambiamento viene accettato con più spensieratezza di quanto poteva essere plausibile in Ragazzi perduti (perla di fine anni ’80 di Joel Schumacker da riscoprire e tornare ad amare).

Il senso del dramma e della dannazione strettamente legato all’iconografia dei vampiri non viene neanche contemplato, perché tutto sommato, in seguito all’esperimento genericamente rischioso, quello che era un cadavere retto in piedi da una stampella e mezzo si trasforma in Jared Leto ad un concerto estivo dei 30 seconds to Mars. E lo stesso Leto, vittima dell’aria da divo che, per quanto si impegni nella recitazione, non lo abbandonerà mai, sembra anch’esso sputato dal film di Taika Waititi.

Per il resto, tra scene assemblate con poco criterio, una regia che si presta a rallenty quasi di memoria Snyderiana e che evidenzia ancora una volta l’incapacità di questo filone di sfruttare adeguatamente la computer grafica, lo sviluppo dato in pasto a non si sa bene quale finalità di toni o di registro, la violenza edulcorata con soluzioni che hanno del ridicolo, e infine la sensazione generale che siano state scartate porzioni consistenti di trama… la minestra è stata riscaldata e servita.

Il figlio deforme di una deriva discutibile

Niente di diverso da quanto era lecito aspettarsi, non sono plausibili delle delusioni cocenti da parte del pubblico. Morbius fallisce perfino nell’essere platealmente brutto come Venom – la furia di Carnage, che nella sua catastrofica inettitudine si prestava comunque a soddisfare un possibile guilty pleasure: quest’ultima fatica (per lo spettatore) della Marvel e della Sony è semplicemente insulsa, e poco altro c’è da aggiungere. D’altronde è un film in cui la frase catartica che dovrebbe accompagnare il protagonista al confronto finale con la propria improbabile nemesi è «tu devi fermarlo», pronunciata con voce sofferta da un Jared Harris sprecatissimo.

Ormai l’universo cinematografico Marvel della Sony sembra una sotto-etichetta della Asylum, le idee sono più confuse di quanto non lo fossero già ai tempi dei due The Amazing Spider-man e, per quanto si sia visto di gran lunga di peggio rispetto a Morbius, viene meno la convinzione che a questi prodotti debba essere concesso poco credito. Forse non è più il caso di prenderli con leggerezza, perché per quanto si parli di film mediocri, è una mediocrità che sta progressivamente diventando generalizzata e quindi non più molto innocua.

Proprio le due scene postcredit, messe a coronare la pellicola, sono il manifesto del manierismo imperante cui si sta piegando il cinema supereroistico dei grandi universi condivisi, urlando a gran voce che la Marvel, ormai priva della lungimiranza o della visione di insieme di cui si è fatta forte per undici anni, non sa più cosa farsene di quel che ha tra le mani.

In conclusione

Morbius riprende le insufficienze narrative e le inadeguatezze tecniche dei due Venom, dando solo conferma della mediocrità in cui gli universi cinematografici della Marvel stanno scivolando dal post Endgame. E la chiave di questa caduta libera è il tanto acclamato multiverso: un elemento vendibilissimo al pubblico, una madre sempre pronta a partorire film in serie, nonché, a quanto pare, il pretesto perfetto per non perdere tempo a scrivere delle pellicole dignitose.

È vergognoso che questi progetti sopravvivano sulla maliziosa convinzione che il pubblico sia ormai stato ammaestrato a dovere e che ne possano conquistare il consenso con due scene postcredit da trenta secondi complessivi alla volta. Se con Spider-man: No way home c’era il timore che la situazione stesse deragliando, adesso ne abbiamo la conferma.

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