Nido di vipere: la recensione

Un inserviente scopre in un armadietto una borsa piena di soldi e, insieme ad essa, l’occasione per risollevare la propria famiglia dalla miseria cui è piegata da troppo tempo: da qui parte la storia della borsa, di come è arrivata fino in quella sauna, passando per le mani di tante altre persone altrettanto disperate come una reliquia maledetta.

Queste le premesse di Nido di vipere (in originale Beasts crawling at straws), pellicola di debutto di Kim Yong-hoon, distribuito dal 15 settembre nelle sale italiane da Officine UBU  dopo esser passato dal Far East Film Festival.

Un noir classico ma con carattere

La narrazione si articola in capitoli che smontano la linearità degli eventi per riassestarla sul finale, distribuendo gli elementi in gioco in una catena alimentare dei bassifondi urbani: si parte dal debito (che non a caso è il titolo del primo capitolo) e da lì i personaggi si scoprono inseriti in un nido di vipere che costringe ad essere vipera, dove la fortuna è solo l’ultimo appiglio per chi non sa più in cosa trovare quel poco di speranza necessario.

La regola di queste storie, da Fargo a Non è un paese per vecchi, fino a Soldi sporchi, è una: l’unico modo per vincere è mantenersi estranei alle logiche di questi mondi, non riporre le proprie speranze in una valigia piena di soldi. Sbirciamo quindi nella vita dei protagonisti, tutti a modo loro caratteristici e che, come dal titolo originale, sono bestie che si aggrappano alla paglia, finendo per provare compassione perché se ne prevede la parabola fin da subito e, nonostante ciò, si fa il tifo perché vincano.

Vive di tutti gli stilemi caratteristici della tradizione noir e pulp di riferimento, inserendoli in un panorama più specifico come quello del cinema orientale. La scansione in capitoli e la narrazione corale concorrono a creare un ritmo vivace e sempre sostenuto, ma alcuni limiti sono altrettanto evidenti, seppur non gravosi data la natura, a modo suo, spensierata della pellicola.

Alcuni passaggi vengono risolti con due righe di dialogo e in maniera altrettanto disinteressata vengono tolti di scena più personaggi; inoltre il film, pur non mancando della dovuta cattiveria, non si concede, ad eccezione di un paio di sequenze, di giocare con un umorismo macabro di cui, considerato il genere di appartenenza, avrebbe solo giovato, tanto che persino nelle immagini è fin troppo pulito e rifinito.

Conclusioni

Ciononostante Nido di vipere è una sorpresa: non può competere con i modelli dei Coen o di Tarantino e poteva concedersi una durata maggiore in modo da valorizzare l’intreccio e alcune trame, ma è in definitiva un noir di una vivacità inaspettata, sempre incalzante e sorprendentemente molto divertente, che non può che suscitare quantomeno simpatia. Un’ottima prima prova per Kim Yong-hoon, regista da tenere d’occhio.

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