Nomadland: la recensione

La regista cinese Chloé Zhao torna dopo tre anni d’inattività e presenta al grande pubblico l’opera più importante della sua carriera. Tra vagabondi e lande meravigliose, ecco a voi la recensione di Nomadland, adattamento cinematografico del libro Nomadland- Un racconto d’inchiesta e film vincitore dell’oscar 2021 al miglior lungometraggio.

LA STORIA

Nomadland racconta la storia di Fern, una donna sessantenne che, in seguito alla morte del marito e alla perdita del lavoro, decide di vendere i propri averi e di girare gli Stati Uniti su un van. Nel corso del suo percorso incontrerà vari personaggi, dalla stravagante Linda che la introdurrà nella comunità nomade, al buon Dave che la aiuterà a sentirsi compresa. La nuova realtà con cui Fern deve rapportarsi, risulterà essenziale per sconfiggere quei demoni che a inizio film sembrano invincibili. Così, tra lavori part-time e sostegno morale, la vita della protagonista, pian piano si riempirà di una speranza fondamentale ai fini della resa dei conti: i nomadi metteranno in risalto i valori unici della tradizione “on the road” e illumineranno quel suo percorso tanto confuso

FERN

Fern è uno dei personaggi cinematografici migliori di quest’anno, ben descritta nella sua enigmaticità e nella sua profondità. Una protagonista complessa, insomma, che riesce a colpire soprattutto grazie alla meravigliosa interpretazione di Frances McDormand: l’attrice americana aggiunge un’altra fantastica prova attoriale alla sua straordinaria carriera e rafforza le tesi che la inseriscono nell’olimpo dei più grandi interpreti di sempre.

All’inizio del film, non sono ben chiari i “reali” motivi che portano Fern a intraprendere quello stile di vita. Certo, la narrazione ci introduce da subito al dramma economico e famigliare che sta vivendo, eppure gli stimoli che animano la sua scelta non sono percepibili all’istante. Rifiuta, infatti, le offerte di aiuto, ma allo stesso tempo non sembra in pace con se stessa. Soltanto le conoscenze che intraprende durante il cammino riescono a far luce su uno stato d’animo percepibile, ma difficilmente comprensibile: Fern usa il van per fuggire e per redimere la mente dai drammi vissuti. Non è un caso allora che Chloé Zhao prediliga spesso inquadrature che focalizzino lo sguardo perso della protagonista verso la natura circostante, quasi a mettere in risalto una separazione tra lei e il mondo. Sarà proprio il nomadismo a darle gli strumenti per affrontare i demoni interiori, per trasformare la fuga in un percorso e per convertire lo sguardo in un abbandono.

I NOMADI

Il mondo nomade è, ovviamente, un tassello fondamentale ai fini del percorso di redenzione. La realtà che il film presenta, stupisce per la sua sincerità e per la sua calorosità, sicuramente devastata dalla Grande Recessione, ma anche aperta nei confronti del prossimo. Qui, Fern riesce a sentirsi compresa e, soprattutto, riesce a interloquire con altre “vittime” della società. L’attitudine positiva alla vita nonostante gli infiniti problemi e la voglia di ascoltare, fanno di questa piccola realtà la chiave del racconto. La protagonista incontrerà persone alle prese con i suoi stessi problemi e riuscirà finalmente a percepire un mondo capace di comprenderla, nel quale l’aiuto ha un significato romantico: Il nomadismo descritto nel film non lascia spazio alla rassegnazione, e diventa una sorta di scudo dagli orrori del mondo. Il discorso di Bob Wells, capo della comunità a cui Fern aderisce, sottolinea infatti la necessità di aiutarsi a vicenda, d’impedire che la società dei “privilegiati” asfalti i più deboli. I nomadi rappresentano quindi un inno alla grinta e al coraggio: a non arrendersi mai!

LA TRADIZIONE “ON THE ROAD”

Come molti sanno, il vagabondaggio è una parte fondamentale della cultura “on the road” statunitense. Saranno i meravigliosi paesaggi e le strade che sembrano non finire mai, ma la magia del viaggio senza meta affascina gli americani da molti anni. Guardando Nomadland, si può infatti percepire una struttura che si rifà in parte a questa tradizione: la strada come metafora, importanza di nuove conoscenze e instabilità sono tutte tematiche care a Jack Kerouac e a parte della Beat Generation. Eppure, questi riferimenti non predominano nel racconto, perché Nomadland è inserita in un contesto differente. L’obiettivo della narrazione non è infatti quello di raccontare un “Sulla Strada” in chiave moderna, bensì quello di fotografare gli effetti del dramma umano derivante dal lutto e dalla Grande Recessione. Il significato metaforico di strada assume allora peculiarità differenti, perché Fern scappa e non rincorre; perché in Nomadland la compassione prevale sull’avventura; perché il dolore supera l’etica. Il film ha quindi l’intelligenza di comprendere il proprio tempo e, proprio per questo motivo, riesce a dare credibilità agli inevitabili riferimenti culturali.

VOTO: 3/5

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