Rashomon: la limitatezza del ricordo

Vi siete mai soffermati a riflettere sul mondo che ci circonda? E se la realtà non fosse altro che un’illusione? Siamo esseri pensanti, certo, ma i nostri sensi sono davvero capaci di captare la verità? Questi, e molti altri dubbi, vuole suscitare Kurosawa con questo capolavoro del 1950: Rashomon.

Il leggendario regista giapponese usa infatti il pretesto della giustizia per riflettere su questioni esistenziali, andando ad approfondire il complesso senso dell’”affidabilità”. Cos’è il mondo se non un istante destinato al ricordo? E data questa premessa, come è possibile cercare sicurezza nella vacuità della psiche? Concetti filosofici, insomma, che trovano però nel film una facile comunicazione grazie all’efficacia degli eventi narrati

LA STORIA

Rashomon mette in scena un racconto nel racconto, una storia che fa del flashback un elemento fondamentale di forma e sostanza.

Siamo a Kyoto, in una giornata di pioggia incessante, e tre personaggi si riparano sotto il tetto dell’ingresso della città (Rashomon vuol dire “la porta delle mura difensive”). I tre individui apparentemente, per diversità di contesti, non hanno nulla da spartire: un boscaiolo, un monaco e un passante. Ben presto il legame che unisce i personaggi diventa però chiaro allo spettatore. Il monaco e il boscaiolo infatti hanno, poco tempo prima, fatto da testimoni a un processo per l’omicidio del Samurai Takehiro e per lo stupro di sua moglie Masako. Il passante, allora, incuriosito dall’inquietudine che lega i due signori, comincia a chiedere spiegazioni.

Da questo momento parte uno dei flashback più appassionanti, intriganti e acuti della storia del cinema. Le versioni dei testimoni, del presunto assassino e delle vittime, riveleranno tutto il genio di un regista rivoluzionario e metteranno in mostra una riflessione visionaria per i tempi che correvano: le emozioni dominano la razionalità.

LA VERSIONE INCONTESTABILE

Prima di catapultare lo spettatore in un vortice di incertezza, Kurosawa decide di presentare alcuni fatti incontestabili e su cui tutti sono d’accordo.

Il samurai e la moglie stavano passeggiando nel bosco quando, improvvisamente, vennero fermati dal brigante Tajōmaru.

Quest’ultimo si era invaghito della donna e, offuscato da un istinto passionale, cercò uno stratagemma per impossessarsi di lei. Fece credere allora al Samurai che, lì vicino, ci fosse un tumulo di armi pregiate e che gliele avrebbe vendute a poco prezzo. Takehiro, incuriosito, commise l’errore di seguire il brigante e, in men che non si dica, si trovò legato a un albero. In quel momento Tajōmaru tornò indietro e rapì Masako.

LA VERSIONE DELL’ORGOGLIO: TAJŌMARU

Tajōmaru racconta, in effetti, di aver commesso i due reati: afferma di aver violentato la donna e, allo stesso tempo, di aver ucciso il samurai. Egli dice, tuttavia, che non era interessato all’assassinio di Takehiro, poiché il suo obiettivo era già stato raggiunto. Fu, secondo il brigante, la donna a esigere un combattimento tra i due, in modo da decidere le sorti del suo cuore. Tajōmaru allora non si fece ripetere due volte le parole e, liberata la futura vittima dall’albero, lo invitò ad affrontarlo in duello. Il combattimento fu grandioso, dice il probabile assassino, e dopo uno scontro somigliante ai racconti epici, il coraggioso samurai fu atterrato e trafitto dalla spada. A sua detta, Masako scappò via e non ebbe più la possibilità, né la voglia, di rincorrerla.

Il racconto del brigante sembra offuscato dall’orgoglio e dal desiderio di dimostrare a terzi la sua valenza di guerriero. Le incongruenze vengono alla luce se comparate alle altre versioni. Esistono però alcuni elementi che già prevengono le fallacie del racconto. Sembra infatti quasi impossibile che una donna violentata possa aver fatto una simile richiesta; risulta difficile credere che Masako possa essere scappata così facilmente; nella scena del delitto c’era un pugnale che non viene mai citato dal brigante, se non su incitazione della giustizia.

LA VERSIONE DEL TRAUMA: MASAKO

Masako appare da subito spaventata agli occhi dello spettatore. Davanti al giudice, infatti, piange in continuazione e rende visibile il trauma. La sua versione aggiunge alcuni elementi essenziali ai fini del confronto con il racconto di Tajōmaru. La storia raccontata dalla donna, infatti, non ha quasi nulla in comune con quella del brigante.  La moglie del Samurai afferma di esser stata violentata, ma allo stesso tempo di aver subito un ulteriore shock: lo sguardo del marito. Takehiro, infatti, in seguito all’ignobile atto, guardò la moglie con uno sguardo ambiguo, descritto nel film come assente di ira e dolore. Masako, dopo aver incitato il marito invano a cessare quella spaventosa espressione, perse i sensi per un certo lasso di tempo. Al risveglio, trovò suo marito morto, nel punto in cui fu trovato dal boscaiolo, con un pugnale infilzato.

La versione di Masako appare a tratti convincente, perché cita il famoso pugnale omesso da Tajōmaru. Allo stesso tempo, però, accenna a una parte significativa che invece non trova riscontro nelle versioni del brigante e del Samurai: la fuga del criminale.

LA VERSIONE DELLA RABBIA: TAKEHIRO

Takehiro, morto forse per mano del brigante, riesce a comunicare dall’oltretomba, grazie a una maga. La sua voce colpisce da subito uno spettatore che rimane impressionato dinanzi il dolore e l’afflizione. Le parole del samurai non hanno sicuramente le caratteristiche della pace interiore: egli urla, piange e condanna gli eventi per averlo trasportato in un vortice di follia e disperazione.

Lui afferma forse la versione più assurda e folle del film, negando la violenza e persino l’omicidio. Egli non morì per mano di Tajōmaru, ma si suicidò con il famoso pugnale ritrovato nella scena del delitto. Sminuisce inoltre la violenza subita da Masako, facendo cenno a una presunta consensualità.

Takehiro, legato all’albero, sentì da lontano il discorso tra il brigante e sua moglie, in cui emerse una richiesta ambigua della consorte: a detta del brigante, la donna manifestò la volontà di scappare con lui e chiese a quest’ultimo di ammazzare il marito. Ciò, in parte, spiegherebbe lo sguardo citato nella versione di Masako, ma andrebbe in contraddizione con i pochi elementi che hanno in comune gli altri racconti. Il samurai ha infatti il cervello offuscato da una rabbia che rende, anche questa versione, lontana dalla realtà.

LA VERSIONE(APPARENTEMENTE) RAZIONALE: IL BOSCAIOLO

Dopo aver sentito le tre persone coinvolte, lo spettatore azzarderà la ricomposizione di un puzzle estremamente contorto. C’è chi asseconderà la versione di Tajōmaru, che avendo riconosciuto la sua colpevolezza nei due reati, forse non avrebbe ragione di mentire; alcuni crederanno a Masako, che non avrebbe motivi di modificare una storia che la vede vittima; molte persone invece asseconderanno Takehiro, che da morto non avrebbe interesse a raccontare falsità.

Ben presto, tuttavia, la narrazione rivela un colpo di scena capace di sovvertire le sorti dell’intero racconto: il boscaiolo ha visto tutto, però non lo aveva riferito in tribunale (aveva troppa paura, a detta sua), bensì lo racconta al passante e al monaco. Egli aggiunge elementi coerenti e imparziali: la donna è stata violentata, ma non ha mai chiesto niente a Tajōmaru. Ella ha invece evidenziato le contraddizioni esistenziali di entrambi, lamentando un’ipocrisia di fondo nei loro comportamenti. Il combattimento, in effetti c’era stato, e il brigante aveva davvero avuto la meglio. La scena vista dal boscaiolo è però ben lontana da quella raccontata dal criminale, poiché rassomigliante a un combattimento impacciato e dominato dalla paura. Una scena simile a quella presente nel meraviglioso Orizzonti di gloria, in cui i soldati hanno il terrore di uscire dalla trincea e di affrontare la morte. La vittoria è quindi, in realtà, la conseguenza fortunata di due anime terrorizzate dall’oscura eternità.

Sembra tutto coerente, perché il boscaiolo riesce a raccontare una storia protetta dalle inferenze dell’orgoglio, della paura e della rabbia. Purtroppo, le riflessioni di Kurosawa non sono circoscritte all’interno di un singolo evento perché, come già detto, si tratta di pensieri esistenziali. Anche il boscaiolo allora ha qualcosa da nascondere: il pugnale.

I LIMITI DELL’ESSERE UMANO

L’obiettivo del film è quello di comunicare la limitatezza dell’essere umano. Ogni singolo racconto ha infatti elementi unici e differenti, poiché sottomessi dall’emozione prevalente in quel momento. Ognuno di loro, vuoi per pusillanimità o vuoi per orgoglio, aggiungono elementi fantasiosi ed escludono fatti rilevanti. Tutti loro, davanti una giustizia che non ha voce, decidono di raccontare una versione dominata dalla naturale debolezza degli uomini. Così, nemmeno il racconto del boscaiolo sembra garantire l’imparzialità attesa. Anche lui, infatti, ha qualcosa da nascondere e quell’apparente verità rivela ben presto un altro risvolto: Il boscaiolo ha rubato il pugnale presente nella scena del delitto. Nessuno di loro, allora, sembra dare una risposta concreta a un problema che vede i limiti nella struttura narrativa. Ogni singola esperienza, infatti, è filtrata da un Io capace di sovrastare il ricordo e, di conseguenza, anche il mondo che ci circonda. Kurosawa focalizza allora il racconto sul narcisismo umano e su quanto esso sia un’illusione pia e oscura allo stesso tempo. L’essere umano è imperfetto e, forse, va accettato in quanto tale. Le condanne sono forti, ma il gioco di luci e ombre fa intuire una visione bilanciata dell’esistenza. La foresta copre il sole, certo, ma a volte i raggi di luce riescono a penetrare. La contrapposizione tra bene e male, allora, manifesta in Rashomon una speranza: sia la luce sia l’oscurità fanno parte della natura umana.

LA SPERANZA?

Dopo aver ascoltato la versione del boscaiolo, il film sembra concludersi. I tasselli narrativi sono messi al loro posto e non ci sono più altre versioni del fatto. Dove vuole arrivare però Kurosawa? Certo, il contenuto della riflessione è chiaro, ma davvero viviamo in un mondo dall’atmosfera maligna? Eppure, a livello visivo, il contrasto tra ombra e luce è persistente.

Proprio quando il racconto sta per concludersi, con il boscaiolo rappresentante un’illusoria bontà, c’è un altro colpo di scena: qualcuno abbandona un bambino alle porte della città. Il monaco, allora, lo raccoglie e, esitante, decide prenderlo con sé. Il boscaiolo però si offre di accudirlo, dicendo di aver già tanti figli e che uno in più non sarebbe stato un problema: il monaco, inizialmente riluttante, accetta. Il film allora si conclude così, con il boscaiolo che cammina con il bambino in braccio: non piove più ed è ora di tornare a casa.

Questa scena vuol forse significare una speranza insita nell’animo di Kurosawa? La risposta non è semplice e meriterebbe un altro intero articolo a riguardo. Basti però dire che il film accentua un equilibrio esistenziale, in cui il bene e il male convivono a vicenda. L’ago della bilancia non si sposta né da una parte né dall’altra, ma è perennemente stabile: a volte piove, altre volte c’è il sole. Kurosawa invita quindi ad accettare l’imperfezione di ogni essere umano, a comprendere che il bianco non esiste e nemmeno il nero, perché la realtà è un cammino in un deserto grigio, accompagnato da miraggi variopinti.

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