Recensione “E’ stata la mano di Dio”: un’intima elegia per un personalissimo Amarcord

Locandina del film

Esattamente vent’anni dopo l’esordio alla regia con “L’uomo in più“, Paolo Sorrentino dirige un film che segna una svolta nella sua filmografia, realizzando il suo lungometraggio più intimo e toccante. “E’ stata la mano di Dio” è nelle sale italiane dal 24 Novembre ed è il personalissimo “Amarcord” di Sorrentino; il regista premio Oscar questa volta ha rivolto la macchina da presa verso di sé, sublimando sul grande schermo i suoi ricordi, le sue pulsioni, tensioni, tragedie e delusioni.

Trailer del film

Il cinema come antidoto all’ordinarietà

-A cosa serve il cinema? A niente

-Però distrae. Da cosa? Dalla realtà. Perché la realtà è scadente

é stata la mano di Dio

Quante volte, scegliamo di premere play e guardare un film per distrarci dalla realtà? Fabietto (Filippo Scotti), il protagonista, lungo il corso della pellicola proverà più volte ad iniziare il VHS de “C’era una volta in America” di Sergio Leone, ma verrà sempre interrotto, lasciando la videocassetta ad impolverare. Allora in che altro modo si può evadere dalla realtà scadente? Facendo cinema; il mezzo che utilizza lo sguardo per abbattere la rigida linea tra realtà e finzione.

Gli sguardi dei protagonisti rompono la quarta parete guardando dritti in camera. Ma in controcampo cosa c’è? La realtà o noi?

Il grande pittore George Braque diceva “una cosa non può essere vera e verosimile”; questa volta Paolo Sorrentino ha infatti deciso di percorrere la strada del Vero, ma un film non può vivere univocamente di una corrispondenza tra la vita-vera e la messa in scena, c’è necessariamente bisogno di un filtro e nel processo di scrittura de “E’ stata la mano di Dio” l’avvicinamento alla verità è stato più sentito e più ri-cercato.

La narrazione divisa: il Pre-trauma

L’ultimo lavoro di Sorrentino è narrativamente spaccato in due da un tragico evento occorso al protagonista, Fabietto Schisa, un vero e proprio alter ego del regista; l’evento innesca non solo una trasformazione in Fabietto, ma anche al film stesso che si rinnova sul piano stilistico.

Il segmento narrativo iniziale è inserito in un quadro famigliare in cui convivono acume, ironia, tenerezza e amarezza privilegiando cosi i codici della commedia brillante e amara. Il pilastro centrale di tutto il film è la figura di Fabio/Paolo che si muove in un contesto comune di Napoli, il nucleo è composto dal padre (Toni Servillo), la madre (Teresa Saponangelo), il fratello e la sorella.

Non manca invece un fitto corredo di personaggi secondari al limite del grottesco e della caricatura, queste figure di sfondo concorrono nel formare un intreccio narrativo certamente atipico per il cinema italiano e in più, illustrano dei quadretti di vita quotidiana, reggendo linee narrative estranee alla vicenda principale della famiglia Schisa.

Il Post-Trauma:

Il segmento post-trauma invece, abbandona quasi del tutto i toni solenni da commedia del tratto iniziale per approdare verso il dramma e le sue sfumature, sfruttando l’evento nefasto come catalizzatore per la crescita del protagonista; è il trauma che trasforma l’opera in un racconto di formazione. Questo cambiamento si registra non solo sul piano della scrittura ma anche quello visivo, infatti la seconda parte sarà caratterizzata da un interessantissimo equilibrio tra montaggio e sceneggiatura e impianto formale di fondo (contesti spaziali/temporali).

Scena sullo Stromboli

La città di Napoli:

E’ la città di Napoli che questa volta diviene l’obiettivo privilegiato dello sguardo di Sorrentino, in E’ stata la mano di Dio, Napoli è lo sfondo vivo che riflette l’intimità lacerata del protagonista. La pellicola è pervasa da inquadrature totali e ampie della città. Anche i suoni della città diventano parte integrante del racconto: il rumore dei tacchi sui sanpietrini, le pentole delle case che gorgogliano, i festeggiamenti per l’arrivo di Maradona e per il famoso gol con la mano.

Non è un caso infatti che la prima scena del film è una panoramica di Napoli senza suoni, si prediligono solo le immagini; l’inquadratura finale invece privilegia l’aspetto sonoro con la voce di Pino Daniele che canta Napoli e l’inquadratura fissa di Fabietto.

Conclusioni:

E’ stata la mano di Dio è un evidente rinnovamento della poetica sorrentiniana, un film che potrà far ricredere anche i detrattori del regista che criticano (in alcuni casi anche giustamente) l’eccessivo didascalismo e la pomposità retorica di un autore che questa volta filma e firma, un’opera di inedita sobrietà stilistica. E’ stata la mano di Dio è un film per gli introversi. Per chi non piange ai funerali. Per chi cerca una cura alla mediocrità della realtà. Per chi è bravo “solo” a guardare e vorrebbe studiare Filosofia anche se non sa cosa sia. Per chi è fuori posto nel mondo e tra i suoi coetanei. Per chi ha la malinconia insita sotto pelle. Per gli ultimi. Per tutti questi c’è La mano di Dio

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