Recensione “The forever purge”: l’ultimo capitolo della tetralogia sullo “Sfogo” americano

Locandina del film

“La notte del giudizio per sempre” è l’ultimo capitolo del franchise sullo “sfogo” americano. La creazione di James DeMonaco infatti, è giunta al suo quarto film a partire dal 2013.

Quando si decide di allungare ulteriormente un franchise cinematografico, solitamente la tendenza della produzione è quella di attraversare la strada più sicura e proporre ritmi ed eventi narrativi identici ai film precedenti. La notte del giudizio per sempre prova qualcosa di leggermente diverso, almeno nella seconda metà del film. Quest’anno infatti, la consueta notte dello sfogo non si arresterà per volere del Governo: gruppi di bianchi suprematisti hanno deciso di voler purificare l’America dal dilagare dell’immigrazione, giustiziando ogni individuo non-bianco presente sul suolo americano.

Trailer del film

La trama:

La prima metà di La Notte del Giudizio per Sempre procede con la familiarità de La Notte del Giudizio. Gli eroi sono un misto di immigrati: Adela (Ana de la Reguera); suo marito Juan (Tenoch Huerta); il loro amico T.T. (Alejandro Edda) – e i membri della ricca famiglia di proprietari di ranch Tucker – la testa calda Dylan (Josh Lucas); sua moglie incinta Cassie (Cassidy Freeman); sua sorella Harper (Leven Rambin); e il patriarca Caleb (Will Patton).

Dopo essere sopravvissuti con successo allo Sfogo, credono erroneamente di essere al sicuro quando suona finalmente il cessate il fuoco. È allora che apprendono che i “patrioti” di un grande movimento politico hanno deciso di continuare l’epurazione notturna. Il caos regna da una costa all’altra degli USA, viene dichiarata la legge marziale e molti cittadini che non sono d’accordo con gli anarchici si dirigono verso il Messico e il Canada. Adela, Juan, T.T. e i Tucker si aggregano allora per il loro viaggio verso Sud, che sembra essere l’unica meta possibile in cui far nascere un bambino lontano dall’odio e dalla violenza.

L’analisi:

Il film diretto da Everardo Gout ha diverse lacune e alcuni problemi a livello di sceneggiatura e regia abbastanza compromettenti in un film che dovrebbe fare degli scontri, delle lotte e la politica, i pilastri su cui dipanare la narrazione.

Difetto n°1: I Jumpscare inutili

Il primo difetto veramente grosso ed evitabile è la costante presenza di inutilissimi “Jumpscare”, creati senza alcun tipo di tensione ma con un semplice incremento del sonoro in poco tempo e con una figura che si pone in primo piano nel campo. Tutti i Jumpscar seguiranno sempre lo stesso schema sintetizzabile cosi: “Ombra” – “Personaggio che va a controllare”- “Musica di tensione”- “Jumpscare”. Alcune volte vengono addirittura creati falsi jumpscare per poter giungere due secondi dopo con lo stesso metodo al vero jumpscare, in questo modo lo spettatore rimane impassibile e nel momento in cui lo schema della sorpresa viene riproposto reiteratamente si resta addirittura infastiditi. Ci si aspettava sicuramente di più da un film prodotto dall’efficiente Blumhouse.

Difetto n° 2: Caratterizzazione dei personaggi:

In un Blockbuster, un prodotto intrinsecamente commerciale e fruibile a tutti, quando si decide di narrare le vicende di un gruppo di persone, è importante conferire ai protagonisti delle caratteristiche peculiari in modo da portare lo spettatore ad empatizzare ed essere vicino a loro. in “The Forever Purge” assistiamo nella prima metà a due nuclei famigliari differenti: i “Tucker” arroccati nella loro fattoria e i tre messicani. Il montaggio parallelo unisce in maniera formale i due nuclei che sono distanti tra di loro per cultura, tradizione e passato. Grazie al montaggio parallelo passiamo costantemente dal ranch al fortino improvvisato dai messicani. Attraverso questa impostazione possiamo seguire più personaggi contemporaneamente, tuttavia nessuno di loro è memorabile, sono tutti monodimensionali e stereotipati. Abbiamo: Dylan che è il primogenito, con un sentimento razzista latente e una dose di ignavia rispetto a tutto ciò che non riguarda e/o esterno al suo ranch. Sua sorella Harper che per tutti i 103 minuti di film compie azioni da film americano-medio: urla, piange e spara. Cassie, la moglie di Dylan è il personaggio femminile più inerme sia sul piano dell’azione, poiché incinta, sia sul piano verbale: si limita semplicemente a proferire qualche nobile ma dozzinale messaggio di solidarietà e pace. Adela e Juan, i personaggi messicani sono quelli scritti un pò meglio, sicuramente quelli privilegiati sull’aspetto umano dal regista: Adela crede fortemente nel melting pot, passa il tempo a cercare di imparare l’americano per integrarsi meglio, Juan invece è dello stesso avviso di Dylan ma leale verso il suo amico T.T. che muore a metà del film nell’indifferenza generale proprio per una mancata caratterizzazione che ci facesse affezionare a lui.

Difetto n°3 la regia:

La regia è forse l’elemento meno tragico del film, Everardo Gout non è un regista virtuoso ma decide in una scena centrale, di girare in piano sequenza, la macchina da presa prima precede, poi segue i personaggi senza stacchi di montaggio, mentre sono immersi nella bolgia delle città veniamo immersi con loro all’interno della narrazione, gli spari, le urla che fanno da contorno ci suggeriscono che questa è la vera colonna sonora dell’America: una nazione nata dal sangue e che morirà nel sangue. Al di là di questo episodio di virtuosismo che annaspa in mezzo a tutto il resto del film, Everardo Gout non spicca per niente nelle scene di lotta.

Durante gli scontri corpo a corpo gli stacchi di montaggio sono troppo invadenti e gli scavalcamenti di campo disorientano lo spettatore a tal punto da non fargli capire “chi ha tirato il cazzotto a chi”. La violenza più brutale (come ad esempio un machete che spacca un cranio) è sempre giocata in controcampo, uno stratagemma abbastanza comune.

Difetto n°4: La sceneggiatura

Non che mi aspettassi grandi colpi di scena o dialoghi elevati da un film come “The forever Purge”. Pur entrando in sala con l’ottica di vedere un film di puro intrattenimento, a livello di sceneggiatura ci sono dei buchi grossi che sembrano solo un pretesto per mettere in scena omicidi e violenza. La sceneggiatura si perde quindi in inutili cliché e meccanismi che ormai lo spettatore ha rigurgitato, poiché proposti fino alla nausea.

Conclusioni:

In conclusione posso affermare che “La notte del giudizio per sempre” è un blockbuster con più ombre che luci, un film che chiude un franchise che già dal primo capitolo, nonostante delle buone premesse e un soggetto convincente non ha mai brillato su diversi aspetti tecnici. Questo ultimo capitolo è il rovescio della medaglia che chiude un cerchio in maniera più o meno dignitosa. Il Messico diventa un luogo di rifugio mentre gli Stati Uniti sono martoriati da lotte intestine, il muro tanto caro ai “veri” cittadini Americani finisce per essere una barriera che contiene lo sfogo e il suo intrinseco alito di morte, Al di là del muro, oltre gli Stati Uniti c’è un nuovo equilibrio. Il capovolgimento dialettico del dogma “America”= “Civiltà” , “Messico”= “Crimine” è ulteriormente suggerito dal primo piano della bandiera del Messico che sventola.

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