Recensione The Whale di Aronofksy: un lacrima-movie ben costruito

locandina del film

The Whale” è il nuovo film di Darren Aronofksy. Sicuramente in questi giorni state vedendo un sacco di video sulla standing ovation di 7 minuti per Brendan Fraser che possiamo dire sia stata il momento più alto ed emozionante della mostra. Ma com’è quindi questo “The Whale“?

Un lacrima-movie ben costruito:

Cos’è un lacrima-movie? E’ quella tipologia di film strappalacrime sapientemente costruiti per provocare reazioni di pianto in chi li guarda. Quali sono gli ingredienti di un lacrima-movie? Ogni film ascrivibile in questo insieme, ha bisogno necessariamente di una morte, non per forza umana, anche gli animali vanno bene, ancora meglio se a seguito di una malattia. Insomma, il lacrima-movie utilizza come escamotage una condizione al limite (in negativo o positivo) per sopperire l’assenza di qualsiasi brillantezza narrativa.

Il giudizio di valutazione di un film per un pubblico poco scaltro è quasi sempre conseguenza dell’emozione che la pellicola riesce ad innescare in chi guarda. “Bello il film, mi ha fatto piangere”. Come se la componente emotiva fosse garanzia oggettiva di valutazione. Spoiler: No. Le emozioni provate durante la visione di un prodotto visivo sono sempre frutto di una costruzione precedente.

Quindi The Whale è un lacrima-movie? Certo che sì, è consapevole anche Aronofksy di aver realizzato il tipico film ruffiano e retorico che fa man bassa di premi solo perché cavalca l’onda di alcune tematiche importanti.

Non fraintendetemi, The Whale NON è un film brutto. E’ semplicemente un film furbo e con questa recensione cercherò di farvi capire il perché.

La trama:

Charlie (Brendan Fraser) è un uomo di 270 chili. Cammina a fatica con un deambulatore, tiene dei corsi online di scrittura creativa e passa le sue giornate mangiando pizza, panini con le polpette e barrette di cioccolato. L’obesità avanzata implica danni cardiaci irreversibili e per questo si occupa di lui Liz (Hong Chau), sorella del compagno di Charlie morto suicida. E’ proprio la morte di quest’ultimo che ha innescato in lui la tendenza a chiudersi in casa e a mangiare senza contegno. Consapevole di avere ormai pochi giorni da vivere a Charlie non resta che un disperato tentativo di riallacciare i rapporti con la figlia Ellie (Sadie Sink), che lui ha abbandonato quando aveva solo 8 anni.

La recensione:

Solo dalla trama del film si possono già notare tutti gli ingredienti inseriti per creare il prototipo del lacrima-movie: un uomo obeso, omosessuale e depresso per il suicido del compagno che negli ultimi giorni di vita cerca di recuperare i rapporti con la figlia adolescente. Se Aronofksy era riuscito brillantemente in “The Wrestler” a narrare una vita al margine, con un attore dimenticato, la formula di “The Whale” è la stessa ma con più forzature. Girato con un formato classico di 4:3, l’ultimo film del regista di Mother, Requiem for a Dream, sembra voler riproporre la stessa minestra cambiando l’ordine e qualche ingrediente, servendo cosi un piatto dal sapore forte ma “preconfezionato”.

L’accanimento narrativo nei confronti di Charlie è ciò che rende possibile l’attivazione delle lacrime. Le inquadrature di The Whale sono letteralmente occupate tutte da Brenda Fraser che restituisce allo spettatore una performance unica e sincera, ma il film pecca di una retorica debordante. Aronofksy non lavora con il linguaggio della macchina da presa, non riesce con le immagini a farci entrare nella psicologia di Charlie e a farci vivere l’inferno della sua condizione, tutto deve essere dichiarato esplicitamente con i dialoghi, per rendere meno faticosa la visione allo spettatore e quindi più facile il suo coinvolgimento emotivo e di conseguenza le lacrime.

Conclusioni:

The Whale” può essere considerato un “The Wrestler” 2.0, un aggiornamento di sistema che regredisce la forza espressiva di un regista che è riuscito a regalare grandi soddisfazioni alla settima arte. Lo ripeto, il film non è brutto ma superata la coltre delle emozioni ci si rende conto di essere stati silenziosamente soggiogati da un’abile costruzione che scricchiola pesantemente nella sua impostazione eccessivamente drammatica, tipica dei lacrima-movie più indigesti.

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