Scream 6: la saga dopo Wes Craven

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La saga di Scream sta affrontando una nuova fase: finita la gestazione di Wes Craven con il quarto film nel 2011, sono Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett a prenderne in mano le redini, articolando quella che pare dover diventare una nuova trilogia. Se il passaggio di mano già era evidente con il quinto capitolo, uscito appena un anno fa, lo è ancor di più in Scream 6, in merito ad una rottura più o meno consapevole nei confronti del canone della saga, ma in entrambi i casi ormai fisiologica.

Il passato

I film di Wes Craven usavano i vari Ghostface e comprimari per guardare con occhio divertito alle pieghe che il cinema, horror e non solo, stava prendendo in quegli anni: nel 1996 si giocava con gli stilemi del genere in un momento storico, gli anni ’90, in cui l’horror era in stato dormiente, rilanciandolo; nel 1997 si guarda al rapporto spesso problematico tra sequel e originale, alla necessità di rilanciare. Necessità portata all’estremo con il terzo film del 2000, che in quanto conclusione di una trilogia ideale doveva portare la posta in palio a delle proporzioni “epiche”, almeno nell’ottica di quello che Scream è sempre stato, introducendo suggestioni inattese e colpi di scena improbabili.

Trilogia che non sarebbe rimasta tale a lungo perché, prendendosi uno scarto generazionale di un decennio di cinema per sondare le nuove tendenze, Craven torna un’ultima volta nel 2011 con Scream 4, rivolto al fenomeno allora imperante dei remake, in tensione tra il dovere di omaggiare la tradizione e la necessità delle nuove generazioni di prendere il posto delle vecchie icone.

Con la scomparsa di Wes Craven, sembrava che la saga avesse raggiunto un punto fermo, esaurendo peraltro tematicamente la narrazione delle tendenze che avevano investito il cinema e il genere horror nell’arco di quei quindici anni. Così come nel 2011, tuttavia, nel 2022, dopo altri undici anni, Ghostface torna al cinema con il sesto film, sotto il titolo di Scream, privo di numerazione.

Il presente: 2022

Nonostante la saga non si sia mai mantenuta al livello del primo capitolo, l’eredità che i due giovani registi si sono ritrovati a raccogliere è importante e richiede consapevolezza di quel che è stata la creatura di Craven e, soprattutto, delle dinamiche che investono l’industria cinematografica e il genere, sapendole osservare con occhio critico: non paternalistico, ma attento.

Il risultato non è particolarmente convincente: autori già di pellicole di buon intrattenimento, come Southbound, Finché morte non ci separi e di un episodio del film antologico V/H/S, danno quantomeno conferma di saper intrattenere il pubblico, ma non molto di più. Il loro Scream tutto è fuorché una visione sgradevole, ma non riesce ad offrire alte soddisfazioni. Nel mirino troviamo stavolta i cosiddetti “requel”, i rilanci di saghe più o meno storiche che si trovano ormai costrette ad un passaggio generazionale.

La trattazione è però talmente blanda che il film sembra poco più che una ripetizione tematica di Scream 4, diventando piuttosto proprio ciò che pretende di criticare: un requel medio in piena regola, applicandone nella pratica tutti gli stilemi e le superficialità, senza però la consapevolezza autodistruttiva di un Matrix Resurrections. I protagonisti storici sono ridotti a delle comparsate obbligate, trattati malamente da una sceneggiatura che, nel mentre, non riesce a proporre un nuovo cast di personaggi degno dell’eredità Scream, simpatici ma generici.

Sorprende una violenza più caricata di quanto non fossimo stati abituati da Craven, ma non rimane molto di più: il quinto film non può dirsi un brutto film, ma tutto sommato Scream poteva aver trovato la propria conclusione tematica nel 2011. A solo un anno di distanza arriva Scream 6.

Il presente: 2023

Quest’ultimo capitolo non lascia molto di cui discutere, se non di un generale passo avanti rispetto al precedente: tralasciando la misera presenza scenica di Courteney Cox e il ritorno di un personaggio dei film di Craven, i richiami sono limitati al film dei Radio Silence, cercando una maggiore autonomia rispetto al resto della saga. Si alleggerisce così di tutte quelle dinamiche obbligate che nel 2022 risultavano affettivamente ricattatorie e il risultato finale è sicuramente più gradevole, più divertente e meno pedante.

Torna ad accogliere l’assurdità che nelle conclusioni è sempre appartenuta a Scream, la violenza è ancora più caricata, si prende meno sul serio, i protagonisti rimangono più simpatici, e così via. Il miglioramento è evidente su tutta la linea e Scream 6 è uno slasher dignitoso. Ma è anche un buon Scream?

Rimane una grande perplessità, forse l’unico vero elemento di interesse della pellicola: la componente meta cinematografica, ad eccezione di una scena di dialogo didascalica e decisamente fine a se stessa, è pressoché assente. Niente di inaspettato: era prevedibile dato che i due registi si sono presi appena un anno tra un film e l’altro, un arco di tempo troppo misero per individuare nuove tendenze o fenomeni cinematografici su cui giocare.

Una mancanza di cui Scream 6 non soffre se considerato come slasher generico, ma, appunto viene meno la sua specificità e, in ultima battuta, sembra confermarsi un sospetto indotto già dal film dell’anno scorso: se già allora la componente meta cinematografica era a dir poco blanda e superficiale, limitata a battutine occasionali su Rian Johnson e il suo Star Wars, nel 2023 non ce n’è traccia e, forse, ai Radio Silence neanche interessa che sia altrimenti.

Il futuro

Alla fine della visione, al di là del divertimento, rimane una domanda: è un sacrificio tollerabile per avere uno slasher dignitoso? Se sì, fino a che punto? Per quanto potrà essere sacrificata la specificità della saga prima che si giunga alla conclusione che Scream non riesce più a trovare qualcosa di cui parlare? Forse Scream ha già smarrito quella scintilla che lo distingueva da un qualsiasi altro slasher, forse ha già dato tutto quello che aveva da dire.

Scream 6 potrebbe dare conferma del fatto che Scream poteva chiudersi con la gestione del suo creatore, senza il quale, pur proseguendo dignitosamente da quasi trent’anni, non riesce più a distinguersi da altri franchise similari, se non per il ricordo di quello che è stato.

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