Speciale Pride Month: la comunità LGTBQ+ e la sua storia attraverso il cinema

Mercoledì 1 giugno è iniziato il Pride Month. Il pride è una ricorrenza fondamentale per la comunità LGBTQIA+ che in tutta Italia scende in strada e nelle piazze, per fare sentire la propria voce e rivendicare quei diritti negati e sottovalutati. Il seguente articolo è un viaggio e un omaggio al cinema LGBTQ+ e ai suoi capolavori. Attraverso le pellicole, ripercorreremo la storia di questo movimento, per dimostrare quanto questa lotta sia necessaria e doverosa. Buona lettura.

1) Paragraph 175 di Rob Epstein e Jeffrey Friedman (2000):

«paragrafo175 Fornicazione contro natura. La fornicazione contro natura, cioè tra persone di sesso maschile ovvero tra esseri umani ed animali, è punita con la reclusione; può essere emessa anche una sentenza di interdizione dai diritti civili.»

Codice penale tedesco in vigore dal 1871 al 1994

Negli anni 2000 Rob Epstein e Jeffrey Friedman decisero di girare “Paragraph 175“, raccogliendo direttamente le testimonianze di cinque persone che furono arrestate a causa della loro omosessualità. I due registi realizzarono un documentario che ripercorreva le storie di quattro uomini omosessuali e di una donna lesbica durante il regime nazista. Ricordi durissimi e dolorosi vengono rievocati in maniera diretta, senza filtri. L’aspetto più angosciante del documentario è che nessuno degli intervistati sia riuscito a trovare la vera salvezza, neanche dopo la fine del terzo reich. Alcuni di loro, una volta liberati, sono tornati alle proprie vite, senza raccontare a nessuno cosa avevano subito, poiché sarebbe stato come affermare la propria omosessualità, e quindi l’essere “contronatura”, dal momento che il paragrafo 175 rimase in vigore fino al 1994.

Nel corso degli anni, la comunità LGBTQ+ ha lottato duramente per cercare di far luce sulla persecuzione degli omosessuali sotto regime nazista. Solo a partire dagli anni ’80 infatti, si è iniziato a parlare anche di OMOCAUSTO e questo documentario ne è una dolorosa ma efficace esemplificazione.

2) Wings di William Wellman (1927) e il “Codice Hays”:

locandina del film

Non sarà prodotto nessun film che abbassi gli standard morali degli spettatori. Per questo motivo la simpatia del pubblico non dovrà mai essere indirizzata verso il crimine o comportamenti devianti il male o il peccato. La legge, naturale, divina o umana non sarà mai messa in ridicolo

-Will H. Hays

Il primo bacio della storia del cinema risale al 1896. Un cortometraggio della durata di 18 secondi. La rappresentazione di questo gesto destò subito scandalo a tal punto da far intervenire la censura, con la chiesa cattolica che considerò il gesto osceno. Nel 1927 invece, il regista William Wellman realizzò “Ali”, un lungometraggio muto ambientato tra gli aviatori della I guerra mondiale. La pellicola è famosa per due motivi principalmente: è stato il primo film ad essere vincitore del premio Oscar come migliore film ed è il primo film ad avere una scena di un bacio tra due uomini.

La scena del primo bacio Gay della storia del cinema

Protagonisti di questo film muto sono Jack Powell (Charles Rogers) e David Armstrong (Richard Arlen) due rivali in amore perché entrambi innamorati di Sylvia Lewis (Jobyna Ralston) che vengono arruolati come piloti da combattimento. Durante l’addestramento i due diventano molto amici e vengono mandati in Francia a combattere contro i tedeschi durante la Prima Guerra Mondiale. Nella battaglia di Saint – Mihiel David viene colpito e, dopo un atterraggio di fortuna, ruba un biplano tedesco e si dirige verso le linee alleate, ma erroneamente viene abbattuto da Jack schiantandosi contro il muro di una chiesa.

Negli anni ’30 Hollywood è nel pieno di una gloriosa proliferazione artistica, se per il resto dell’America quegli anni sono “ruggenti”, per Hollywood sono sfrenati. In poco tempo però tre scandali compromisero l’immagine dello star system e di Hollywood, fu allora che si decise di utilizzare il Production Code, meglio conosciuto come Codice Hays.

Il codice Hays:

La scritta introduttiva per i film approvati dal Production Code

Redatto nel 1930 ma entrato in vigore nel 1933, il production Code, creato dal conservatore William H. Hays, conteneva le linee guida etiche che regolavano ciò che si poteva o non poteva mostrare sullo schermo. E’ l’inizio di una feroce censura che non interveniva sul girato con tagli, ma direttamente sulla sceneggiatura, fino al 1968.

Ovviamente le aree più colpite dal Codice furono quelle relative al crimine e al sesso e in breve tempo ogni tipo di atto considerato deviante fu rimosso o, nel caso dell’omosessualità, si iniziò a creare dei legami attraverso il cinema tra orientamento sessuale e comportamento. Gli omosessuali in questo modo non sparirono ma vennero descritti come pericolosi maniaci e assassini, sadici psicopatici. Negli anni 50-60 iniziarono poi a circolare dei filmati anti-homo finanziati direttamente dal governo americano.

Blue di Derek Jarman (1993) e il problema dell’AIDS:

Jarman è un regista gay che ha fatto della sua malattia, l’AIDS, che lo ha colpito nel 1986 e reso cieco in poco tempo, un vessillo della poesia. Così si presenta Blue: un lungometraggio di 75 minuti con la musica di Simon Fisher Turner per tutta la durata di questo passaggio monocromatico. Nessun’altra immagine, solo le parole di Jarman con la partecipazione della musa-attrice Tilda Swinton e la collaborazione di Brian Eno, Coil e James Mackay.Il film è il più grande testamento cinematografico, nonché un efficace esempio di come, anche una grave malattia può essere impiegata per scopi artistici. Per tutta la durata del film ascolteremo Jarman e le sue confessioni, le sue paure, la sua idea di arte, il suo rapporto con la malattia, infatti poco meno di un anno dopo l’uscita di Blue, Derek Jarman morirà.

Se il compito del regista è quello di mostrare allo spettatore il proprio sguardo, Derek Jarman in questo film, amplifica questo concetto poiché il suo sguardo sta svanendo verso la cecità e attraverso questo blu perenne noi spettatori percepiamo quello che (non) vede il regista. Triste, crudele certo, ma tremendamente poetico.

<<Baciami sulle labbra, sugli occhi. Il nostro nome sarà dimenticato con il tempo, nessuno ricorderà il nostro lavoro, la nostra vita passerà come le tracce di una nuvola, e si dileguerà come foschia braccata dai raggi del sole. Perché il nostro tempo, il passaggio di un ombra e le nostre vite corrono come scintille tra le stoppie.
Metto una pervinca blu sulla tua tomba
>>.

“Beach Rats”di Eliza Hittman (2017) , Il new Queer cinema e il Coming out:

Il new Queer cinema è una corrente cinematografica che tratta con audacia le tematiche LGBTQ+ senza incontrare necessariamente il favore di nessuno poiché vengono analizzate da un punto di vista inedito e non edulcorato.

Eliza Hittman, con il suo secondo lungometraggio “Beach Rats” dimostra di essere in grado di aggiornare storie di vita già conosciute, come quelle della vita “in the closet” (la closet theory di Sedgwik Kosofsky). Beach Rats racconta la parentesi estiva di un adolescente di Brooklyn che si divide tra la compagnia di amici e quella di uomini più maturi con cui parla di nascosto in chat.

Il film analizza il dualismo della vita di Frank, quella fatta di incontri furtivi con uomini molto più grandi di lui, per non rischiare di avere amici in comune. E’ la classica storia di formazione in cui il conflitto principale è rappresentato dal contesto sociale e la regista è abilissima nel rappresentare la sessualità repressa e nascosta di un giovane adolescente che ha bisogno del branco per sentirsi accettato. L’incomunicabilità diventa così una fase necessaria per la presa di coscienza che sfocerà nel “Coming Out“.

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