Recensione Spider-Man: No Way Home e il peso della cultura dell’hype

Finalmente è uscito e finalmente se ne può discutere. E tutto sommato, parlarne è molto più semplice di quanto non ci si potesse aspettare.  Spider-Man: No way home è un film che, come testimoniato dai mesi scorsi, vive della cultura dell’hype, la asseconda e la soddisfa. Il problema è che fa altrettanto con lo scetticismo.

Si tratta di centoquarantotto minuti di un fan service incessante e insistente che si costruisce su una premessa tanto pretestuosa da cadere nel ridicolo: molte debolezze nella costruzione della trama sono da ricondurre ad essa e, nonostante in una prima parte venga fornita una spiegazione credibile di quanto accaduto e una base relativamente solida per gli eventi che seguono, lo sviluppo rimane approssimativo e lacunoso in quanto a coerenza narrativa, lasciando più domande in sospeso che risposte.

Si sarebbe potuto conseguire lo stesso risultato in maniera più funzionale senza complicare la vicenda con elementi come l’ormai famigerato multiverso e mantenendo piuttosto l’attenzione sul ben più interessante evento scatenante (non a caso la sezione iniziale ha alcune delle sequenze migliori dell’intero film).

In altre parole, il tutto avrebbe funzionato meglio se il film non fosse stato brutalmente piegato ad un fan service così esasperato e al limite del pornografico. È stucchevole e soprattutto è accessorio: nel secondo tempo vengono fatte tutte le citazioni e pronunciate tutte le singole parole che il grande pubblico voleva, quando la storia poteva giungere alle stesse estreme conseguenze senza strizzare continuamente l’occhiolino ai nostalgici.

Tutto ciò che funziona nel film e che in una certa misura può anche essere meritevole riguarda l’arco evolutivo di Spider-Man: qui va incontro ad una maturazione insospettabile, l’eroe percepisce finalmente il peso delle proprie azioni e la narrazione lo rispecchia in una genuina pesantezza emotiva. Se negli anni precedenti si accusava giustamente l’arrampicamuri di Tom Holland di accontentarsi di essere una banale macchietta comica priva di carattere, qui si guadagna finalmente una propria identità forte e si appresta a muovere i propri passi in autonomia. Dopo tanti anni si rinnova l’interesse per il futuro di Spider-Man, il quale potrebbe tornare ad essere al cinema quello che è sempre stato: il personaggio simbolo della Marvel.

E dopo un finale amaro e malinconico (che richiama in maniera intelligente uno dei cicli di storie più controversi del personaggio), si ha l’impressione che quanto visto fino ad ora fosse nient’altro che una lenta preparazione alla vera natura del celebre supereroe: parlando per chlichè, è la fine dell’inizio, si conclude la narrazione delle vere origini di un personaggio ormai più maturo rispetto a quando l’abbiamo conosciuto nella sua ultima incarnazione e che adesso si apre ad un nuovo capitolo della sua storia.

Questa nuova macro-fase del Marvel Cinematic Universe si impegna a guadagnarsi una propria autonomia rispetto agli ultimi dodici anni di film, continuando ad intavolare trame di peso e ad alzare inaspettatamente l’asticella rispetto al dittico di Infinity War ed Endgame. Tuttavia, proprio a causa di questa ambizione ricercata a tutti i costi in una pellicola che non gli si presta, quest’ultimo film di Spider-Man ripropone ed esaspera tutte le insufficienze proprio dei film pocanzi citati, facendosi forte banalmente di un trasporto emotivo ben più radicato.

Tra i comprimari che giocano maggiormente con questo subdolo effetto nostalgico, alcuni appaiono più o meno macchiettizzati o alterati nella caratterizzazione rispetto ai loro debutti nei precedenti franchise e hanno in più momenti una gestione poco chiara, tra azioni forzate e prese di posizione immotivate.

Quello che ne esce meglio è quasi prevedibilmente il Goblin di Willem Dafoe: un villain spaventoso e malato, un incubo che disorienta rispetto agli standard a cui ci ha abituato questo universo narrativo. Si sforza a mantenere la dignità della sua prima incarnazione del 2002, pur non potendo ovviamente sostenere un confronto qualora ci soffermassimo sulla profondità dei concetti incarnati dal personaggio scritto da Raimi. Rappresenta comunque una minaccia concreta per il protagonista e il suo mondo, costringendolo per mezzo di  una crudeltà per lui inedita a prendere decisioni forti e mettere in discussione la propria bussola morale. D’altro canto, inutile dirlo, è lapalissiano che gran parte del suo carisma e del suo impatto sia da ricondurre all’interpretazione di Dafoe, superbo e misurato come sempre e iconico nonostante la ridotta presenza scenica.

Si potrebbe discutere di passaggi di trama più o meno forzati, uno svolgimento spesso sbrigativo e lacunoso, una struttura narrativa più videoludica che cinematografica, scene d’azione registicamente caotiche sul finale e infine di una CGI  non sempre di buona fattura, ma non verrebbe toccato il vero problema dell’intero progetto, un problema di natura ben più macroscopica: Spider-Man: No way home è l’emblema di un cinema ruffiano e che di coraggioso non ha niente, in quanto si preoccupa di regalare al pubblico tutto quello che vuole piuttosto che costruire una storia valida e con delle premesse solide.

Ci sono emozioni forti, molto pathos e la nostalgia va bene, ma c’è quasi solo quella. È un grosso tributo all’esperienza cinematografica di Spider-Man ma, per quanto miracolosamente non manchi una discreta (e non di più) sostanza narrativa, si abbandona quasi passivamente ad una dozzinale e goffa celebrazione dei film passati.

Vanno bene le reazioni di pancia, ma sconta una valutazione più consapevole e a mente fredda. E alla fine basta parlarne perché il giocattolo si rompa.

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