Supersex: Rocco Siffredi fa cilecca

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Timore, attesa, e senza dubbio curiosità. Queste le sensazioni predominanti prodotte dall’annuncio di uno dei più ambiziosi e controversi esperimenti della storia recente di Netflix: una serie tv su Rocco Siffredi. Francesca Mainieri, creatrice e sceneggiatrice, ed Alessandro Borghi, nei panni dell’attore porno più famoso di sempre, si sono imbarcati un una traversata rischiosa: una serie sulla vita di un personaggio così divisivo ed, inevitabilmente, ambiguo non poteva non destare scalpore e perplessità. Se, da un lato, si poteva intravedere la possibilità di raccontare una storia ai più sconosciuta e forse anche sorprendente se vissuta dal punto di vista del suo protagonista, dall’altro era palpabile il grande rischio di un prodotto trash, superficiale o inutilmente volgare.

Invece Supersex si è dimostrata un’opera molto più seria di quanto ci si potesse aspettare. Rispetto al panorama seriale italiano è un prodotto che indubbiamente spicca per qualità ed addirittura per autorialità, benché la sceneggiatura tenda a perdersi in molteplici punti della narrazione. A partire dal quarto episodio, infatti, la serie tende a risultare ridondante ed inconcludente, soprattutto considerando che certi aspetti fondamentali della personalità di Rocco Siffredi vengono a malapena sfiorati.

Una certezza di nome Alessandro Borghi

Il grande valore aggiunto di Supersex è indubbiamente il suo protagonista, interpretato magistralmente da Alessandro Borghi. Il lavoro fatto da Borghi è evidente e sfiora la maniacalità, soprattutto nella cura per il dettaglio messa nelle microespressioni e nella mimica facciale. Lui stesso, in un’intervista fatta a Netflix, ha raccontato il suo tentativo di emulare l’iconico “sorriso nasale” della star del porno, che l’avrebbe reso immediatamente riconoscibile.

Apprezzabile anche il lavoro di Borghi sulla cadenza abruzzese molto pesante, tipica dell’attore a luci rosse di Ortona. Rocco Siffredi è credibile sullo schermo e questo è indubbiamente un obiettivo raggiunto a pieni voti da Supersex, che invece pecca nella ricostruzione delle figure che hanno circondato il protagonista nel corso della sua vita.

I personaggi secondari

I personaggi secondari rappresentano un grosso punto debole sia per la narrazione che per la scrittura. Il rischio delle serie che non nascono come corali, ma che poi portano su schermo molteplici personaggi è proprio quello che la narrazione si discosti troppo dalla storyline principale. Un meccanismo di questo tipo porta i personaggi secondari a rappresentare quasi degli ostacoli per l’incedere della trama, dal momento che ogni spazio dedicato esclusivamente al loro sviluppo può essere percepito come un riempitivo.

Se a questo si aggiunge una caratterizzazione approssimativa e superficiale il prodotto può risentirne non poco. Il personaggio di Tommaso, fratellastro di Rocco, interpretato da Adriano Giannini spesso risulta di intralcio per lo sviluppo della serie. La sua scrittura, inizialmente interessante, si arena perdendosi in una ripetizione costante delle stesse situazioni con il rischio di causare insofferenza nello spettatore.

Funziona meglio il personaggio di Lucia, interpretata da Jasmine Trinca, che riesce a mantenere il suo fascino o nel corso degli episodi e assume un valore soprattutto simbolico, in quanto la donna che porta indirettamente Rocco a scoprire il desiderio è anche la stessa che lui non potrà mai avere. Il rapporto tra i due è indubbiamente ben scritto ed offre qualche spunto interessante.

Cenni tecnici

Dal punto di vista tecnico Supersex si distingue rispetto alla maggior parte delle altre produzioni seriali italiane. In particolare la fotografia spicca e favorisce la creazione di composizioni visive suggestive e simboliche, tramite l’uso di luci al neon e colori atipici che contribuiscono alla creazione di un’atmosfera surreale, dai toni quasi onirici. La regia è nella norma, le interpretazioni sono buone e merita un plauso il montaggio intelligente ed una colonna sonora ricca e mutevole. Decisamente meno convincente è, invece, il sonoro: i dialoghi risultano spesso troppo bassi rispetto alle musiche e questo non aiuta la comprensione degli stessi, costringendo lo spettatore a seguire la serie con un dito sul tasto del volume. La sceneggiatura è altalenante, non aiuta le interpretazioni e spesso non offre dialoghi che abbiano uno spessore sufficiente per essere ricordati.

Una serie su Rocco Tano? Magari…

E allora dov’è che Supersex si perde se le interpretazioni convincono e il comparto tecnico non sfigura? Lo scopo era chiaramente quello di creare una serie che raccontasse la storia di Rocco Tano, e non di Rocco Siffredi, con l’obiettivo di sviscerare aspetti della vita di un personaggio noto a tutti, ma forse non nella sua sfera più privata. Tale intento si evince dalla scelta di dedicare quasi interamente il primo episodio all’infanzia di Rocco e il secondo alla fase immediatamente successiva alla sua adolescenza.

Questo proposito, però, viene raggiunto solo a metà perché se, da un lato, la vita di attore di Rocco rappresenta solo una parte dei fatti narrati all’interno della serie, dall’altro, nessuno degli aspetti potenzialmente più interessanti della vita di Rocco Tano vengono analizzati al meglio, ad esempio tramite una caratterizzazione che esplorasse il peso della dipendenza nella vita di quest’uomo, insieme con le sue difficoltà psicologiche, relazionali ed empatiche. Lo stesso avviene per la narrazione del curioso rapporto di Rocco con sua moglie (presente solo nell’ultimo episodio).

La speranza era quella di poter assistere ad un prodotto che ricordasse “Shame”, l’incredibile film con Michael Fassbender sul satirismo, la dipendenza maschile dal sesso. L’aspetto della dipendenza, però, in questa serie di Netflix viene a malapena sfiorato. Rocco è un uomo vittima dei suoi impulsi, provato e dilaniato dalla sua stessa natura che se, da un lato, ne ha propiziato il successo, dall’altro gli ha reso difficilissimo creare rapporti umani veri, soprattutto da parte sua più che delle persone che lo circondano. Lui stesso definisce questo suo lato schiavo della sua dipendenza dal sesso, “l’Animale”.

Conclusioni

In conclusione, Supersex nasce con delle potenzialità, è confezionata bene e diretta bene, ma la forma resta forma, senza diventare sostanza. La serie vorrebbe raccontare la vita di Rocco Tano, ma non riesce ad andare davvero in profondità, quasi evitando i temi più caldi e rimanendo molto in superficie. Molto bene Borghi nella parte del protagonista, ma anche lui non viene aiutato da una scrittura ispirata e fa quel che può con un personaggio scritto a metà. Apprezzabile il tentativo di Netflix di osare, ma paradossalmente Supersex non convince fino in fondo proprio perché non osa, ma si accontenta di fare il compitino.

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