The card counter: la colpa collettiva dell’antieroe schraderiano

Torna in concorso a Venezia Paul Schrader, dopo First Reformed nel 2017, con Il collezionista di carte.

Oscar Isaac – qui nella sua miglior prova attoriale dai tempi del magnifico A proposito di Davis – è un giocatore di poker che viaggia solitario di casinò in casinò, alloggiando di notte in motel in cui non lascerà alcuna traccia del proprio passaggio. Differentemente da quanto suggerito dal titolo italiano, le carte non le colleziona ma le conta, assicurandosi molte vincite ma sempre contenute, in modo da non attirare attenzioni scomode, perché il senso del suo vagare e, ancor di più, della sua dedizione al poker non ha niente di familiare per le masse esaltate che affollano le sale che frequenta: William Tell – questo il nome del protagonista, condiviso con l’eroe nazionale svizzero – gioca “semplicemente“ per rallentare i propri pensieri e per silenziare momentaneamente i ricordi dei propri peccati.

Il modello dell’antieroe schraderiano è ben riconoscibile anche in quest’ultimo film, con cui il celebre regista e sceneggiatore propone nuovamente il ritratto di una vita sospesa tra la solitudine e l’espiazione.

Il senso di colpa, tema distintivo dell’opera schraderiana, è ormai da intendere secondo il modello calvinista, ovvero come uno stato fondante della vita umana: l’uomo nasce peccatore e il suo arco vitale sarà condotto scontando le proprie colpe nella speranza di una salvezza divina che mai è data per certa.

Tuttavia, al posto dell’elezione incondizionata, riportata tra i Cinque punti del Calvinismo, Schrader pone  come chiave di volta del percorso di espiazione l’incontro con la donna: l’uomo, a lungo svuotato di uno scopo e schiacciato dal proprio debito esistenziale, trova in essa l’occasione del riscatto e della purificazione, dovendo conquistarla però con un ultimo atto di violenza, l’inevitabile estremo conclusivo del proprio arco narrativo.

In questo caso, la riflessione non è più semplicemente di interesse individuale, e si sposta su un piano collettivo, facendo coincidere la colpa di William Tell con quella di un governo, in riferimento allo scandalo di Abu Ghraib: il protagonista sarebbe stato uno dei soldati che nel 2003 si sono resi artefici degli abusi a carico dei detenuti della prigione, inserendosi in uno scenario inquietantemente più ampio, che rivelò una condotta brutalizzante  generalizzata in molteplici strutture americane in terra estera e approvata dai vertici più alti della gerarchia militare. Il “collezionista di carte” ne sarebbe uscito come uno dei capri espiatori che hanno dovuto rispondere a dei crimini di ben più ampio interesse, risparmiando ai mandanti la pena che avrebbe dovuto accomunarli.

La colpa individuale, pur non venendo in alcun modo assolta, viene quindi messa in rapporto con una colpa collettiva, riflettendo sull’autorevolezza altrui e la propria naturale tensione alla violenza come le due facce di una stessa medaglia. Ed inevitabilmente, il tutto si proietta in un mondo grigio, in cui la luce del sole è celata da un cielo perennemente cinereo mentre viene annientata dai soffitti riabbassati e dalle luci al neon delle sale da gioco, qui affollati e rumorosi santuari dell’esaltazione di una comunità annichilita.

The card counter – e non Il collezionista di carte – si pone in via conclusiva come l’ennesima conferma per la carriera di un animale sacro, inserendosi nella tradizione del cinema sul gioco d’azzardo e rimandando la memoria ai film più celebri di Paul Schrader, su tutti Lo spacciatore. Avvalendosi di un notevole gusto estetico, con stimolanti intuizioni registiche, e di prove attoriali di alto livello da parte di Oscar Isaac e di un Willem Dafoe – ormai attore feticcio del regista – dal minutaggio ridotto ma sempre misuratissimo e di grande potenza scenica, ecco che Schrader offre uno dei migliori esempi di cinema dell’anno in corso.

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