The Walking Dead 10×19 “One More”: Recensione.

Il trailer di The Walking Dead 10×19

Le persone malvagie non sono l’eccezione che conferma la regola. Sono la regola. 

“The Walking Dead” torna a sorprendere con un cioccolatino di episodio che affronta i vecchi temi cari alla serie e ci immerge in un viaggio crudo e violento all’interno della psiche umana.

Un racconto estremamente intimo, un viaggio che scava nell’anima di due personaggi, raccontato attraverso le tinte cupe e malinconiche del genere postapocalittico. Potremmo definire così “One More”, l’episodio 19 della decima stagione di The Walking Dead. Quaranta minuti di focus sui personaggi di Aaron (Ross Marquand) e Padre Gabriel (Seth Gilliam), assoluti protagonisti di un filone narrativo estremamente minimalista eppure ricco di contenuto. Esatto, contenuto. Perché “One More” riporta finalmente al centro della scena le tematiche storiche della serie postapocalittica: la desolazione e la solitudine, ma anche il costante dualismo tra morale e sopravvivenza, il ruolo della fede e della bontà in un mondo morto da tempo, imbarbarito, un mondo in cui i veri mostri non sono gli infetti. Un vero e proprio trailer della serie stessa, che non può che suscitare una certa nostalgia ripensando ai bei tempi in cui lo show di AMC rappresentava l’élite del panorama seriale.

Aaron e Gabriel alle prese con un’orda dromiente.

Una sconfitta dietro l’altra…

L’episodio stesso nasce con l’obiettivo della sconfitta. Il passare dei minuti e la vana ricerca di provviste a cui si dedicano i due sopravvissuti sono un lento incedere dei personaggi verso l’ennesimo fallimento, sempre più giù in un baratro di disperazione e morte, rappresentato meravigliosamente dal contrasto tra gli scorci di natura che si fa strada anche nei paesaggi urbani e la presenza malata e fredda dei non morti, i cui versi fanno da colonna sonora a ciò che resta del mondo. Il percorso di Aaron e Gabriel è triste, spietato, ma tremendamente coerente, perché in perfetta sintonia con il messaggio che The Walking Dead porta avanti fin dalle prime stagioni:

“Evil people aren’t the exception to the rule. They are the rule”

Questa frase di Gabriel, la perfetta sintesi di ciò che il mondo è diventato. Il personaggio di Mays, interpretato da un Robert Patrick in grande spolvero, la personificazione di questo concetto. L’incontro tra i due protagonisti e quest’uomo consumato dall’apocalisse, un lungo e teso confronto finalizzato alla dimostrazione della teoria di Mays: l’umanità, non esiste più. Siamo tutti mostri. L’intera sequenza in cui i tre interagiscono è realizzata in maniera egregia e la crescente tensione è favorita sia dal mai troppo elogiato sistema della roulette russa (a cui Mays costringe a giocare i due malcapitati, con la variante della possibilità di puntare la pistola l’uno contro l’altro), sia dai continui tentativi di Padre Gabriel di convincere l’uomo che c’è ancora del buono, che l’umanità non è morta, che è solo il bisogno di sopravvivere che porta chiunque a perdere se stesso. 

Mays e la roulette russa.

Homo Homini Lupus

Ed è proprio quando Mays appare convinto e rinsavito che The Walking Dead sovverte nuovamente le carte in tavola, nel momento in cui Gabriel gli fracassa il cranio, sotto lo sguardo attonito di Aaron, dopo che lo stesso Mays aveva messo giù le armi. Nello sguardo gelido del prete, l’indifferenza di chi non ha soltanto perso la fede, ma di chi ha smesso di credere nell’esistenza stessa del bene. C’è solo la sopravvivenza. E questo deve bastare. C’è l’anima del vecchio the Walking Dead in questo episodio. Perché finiamo di vederlo e siamo inevitabilmente scossi, divisi e spaventati, perché la scelta di Gabriel è probabilmente la più prudente e forse perfino la più giusta, in un mondo del genere.

Gabriel osserva il cadavere di Mays dopo averlo ucciso.

Performances di alto livello.

L’episodio ricorda le vecchie stagioni sotto molti altri aspetti, a partire dal ritmo, inizialmente lento e poi soggetto ad un costante climax ascendente, per arrivare alla scrittura attenta e curata dei dialoghi e dei personaggi stessi. Il risultato è un racconto estremamente introspettivo, ma che non risulta stucchevole. Ottima la chimica che si crea tra Ross Marquand e Seth Gilliam, entrambi autori di due grandi prove attoriali. Altrettanto interessante la performance di Robert Partick che, oltre a calarsi perfettamente nelle vesti di un eremita al limite della follia, si toglie anche lo sfizio di interpretare il gemello tenuto imprigionato (e poi morto suicida), arrivando a vestire i panni di due personaggi diversi e a morire con due personaggi diversi, nell’arco di 20 minuti (probabilmente un record).

Il gemello imprigionato di Mays.

Cenni tecnici…

Piacevoli sorprese la regia, caratterizzata da scelte coraggiose e allo stesso tempo interessanti e soprattutto la fotografia, che presenta una cura e una ricerca quasi maniacali del dettaglio e del simbolismo. I resti di una famiglia bruciata sui quali iniziano a spuntare dei fiori, i corpi di una coppia abbracciata su un materasso con la scritta “save us”, la sensazione che i tetri paesaggi attraversati da Gabriel e Aaron siano ormai privi di ogni forma di vita, di speranza, sono l’espressione più pura di un mondo crudo, vero e spietato come quello di The Walking Dead; una realtà in cui non c’è pietà per nessuno. Tutto questo è terribilmente poetico.

Meravigliosa composizione che mostra il fratello di Mays, morto accanto alla sua famiglia.

In conclusione…

La creatura creata da Frank Darabont, tra gli alti e i bassi degli ultimi anni, aveva già dimostrato di poter ancora offrire episodi di qualità molto alta, ma con questo piccolo gioiello si è davvero superata. “One More” è così squisitamente disturbante perché richiama in maniera molto reale la situazione che stiamo vivendo in questo momento. Solitudine, isolamento, debolezza psicologica, ansia. Elementi centrali di un episodio che fa quasi da specchio velato alla nostra realtà. Sono 10 anni che The Walking Dead racconta un mondo sfigurato, in cui uscire può essere fatale e da questa prospettiva, assume ancor più valore l’iconica frase pronunciata da Rick Grimes nella 5a stagione della serie

“We are the Walking Dead”

ma grazie a Dio senza zombie. Per adesso…

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