Tom à la ferme: tagliente come il grano ad ottobre

È strano a pensarci, ma Xavier Dolan può vantare nella sua filmografia un film di stampo hitchcockiano. È Tom à la ferme, il suo quarto lavoro, realizzato, a soli venticinque anni, traducendo in forma cinematografica la pièce di Michel Marc Bouchard, che, per altro, ha contribuito alla stesura della sceneggiatura.

Tom, interpretato da un efebico Dolan, va  ad una fattoria, nella piatta campagna canadese coperta da un velo di nebbia. A destinazione lo aspettano Agathe e Francis, rispettivamente la madre e il fratello del fidanzato, morto recentemente in un incidente automobilistico. La prima è all’oscuro della loro relazione, così come è all’oscuro della stessa omosessualità del figlio defunto: Francis la protegge da questa innocua verità – una verità che lei non potrebbe capire e che lui respinge – e, nel mentre, Tom dovrà muovere con cautela i suoi passi fino al funerale. Dopo se ne potrà andare.

Il lutto non trova spazio per essere elaborato, ciò che è stato perduto viene sostituito in breve tempo da una danza di intimidazione, menzogne e violenza: Tom viene trattenuto alla fattoria finché non sarà lui stesso a trattenervisi, ormai rassegnatosi alle umiliazioni perpetrate costantemente nei suoi confronti da Francis e ritrovando in esse la tenerezza di cui aveva bisogno.

Nello sfondo abbiamo una periferia canadese crepuscolare e sospesa in un doloroso tedio, in cui si ritagliano un piccolo spazio dei luoghi simili agli ambienti dipinti da Edward Hopper: un microcosmo di inadeguatezze, risentimento, odio e solitudine, ma soprattutto di attesa. Francis vuole scappare, abbandonare quella campagna in cui la vita sembra paralizzata, ma sa di dovervi restare. Lo stesso vale per Tom e, in entrambi i casi, l’uno è convinto di avere bisogno dell’approvazione dell’altro per salvarsi dalla propria stasi.

Mentre le inquadrature si restringono per mezzo di lenti ed improvvisi cambi di formato (dai 4:3 ai 16:9), costringendo Tom in uno spazio sempre più stretto, il filtro del thriller dagli evidenti echi hitchcockiani (che si faccia riferimento a Intrigo Internazionale o a Psycho, evocati perfino dalla passeggera colonna sonora) serve a comunicare una tensione che non trova la propria esplosione finale come ci si aspetterebbe da un classico film di genere, conducendo piuttosto ad una conclusione semplice, in linea con il languore che permea l’intera pellicola. Niente viene risolto, le delusioni e le incertezze persistono.

La mano dell’enfant prodige canadese è riconoscibile, e di conseguenza lo sono i temi che ricorrono ciclicamente nella sua filmografia, suggerendone sempre di più un carattere autobiografico. Tom à la ferme è però, a conti fatti, una mosca bianca nella produzione di Dolan, distinguendosi nell’elaborazione dei contenuti: viene raccontato un melodramma stavolta morboso e privo di nostalgia per il passato, il cui ricordo viene lentamente guastato rendendo ancora più incerto il futuro. Proprio per questo, potrebbe essere il lavoro più affascinante del giovane regista, dal momento che propone una lente nuova e inattesa per un contenuto già visto, il quale ne risulta inevitabilmente arricchito.

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