Top 20 monologhi nelle Serie Tv. Gli assoli più memorabili. Parte 2.

Il panorama seriale in questi anni ci ha offerto tanti grandi momenti e, in questa classifica, proverò ad analizzare i monologhi che sono rimasti impressi nella mia memoria. Momenti di altissima televisione, grandi prove attoriali e stupendi assoli che faticherete a dimenticare. I criteri di valutazione sono le tematiche affrontate, la scrittura, la recitazione, la messa in scena, l’importanza di quel determinato momento nella trama o nella storyline di un personaggio. Elementi imprescindibili per un gran monologo.

10) Thomas Shelby (Peaky Blinders):

Tommy e l’attimo

Quello di Thomas Shelby è un personaggio estremamente complesso e sfaccettato. Un uomo cinico, consumato dalle esperienze passate, ambizioso, consapevole della realtà che lo circonda. La guerra ha lasciato una traccia indelebile nella sua anima e riusciamo a scorgere solo alcuni tratti dell’uomo che era un tempo, principalmente attraverso la storia d’amore con Grace. Il leader dei Peaky Blinders, in questo monologo sull’istante del soldato, racconta quella che sostanzialmente è la sua vita. Sopravvivenza nelle avversità, tanti piccoli istanti che hanno allontanato sempre di più Thomas dalla speranza in un futuro diverso. Non ha importanza il futuro come non ne ha il passato e soltanto l’attimo acquista valore. L’attimo che, in guerra, decide la tua vita; lo stesso attimo che, una volta superato, porta la tua stessa esistenza su un piano diverso, come una seconda occasione. Una splendida metafora dell’evoluzione del personaggio di Tommy che, nel suo dinamismo e nella sua profondità, riesce comunque a restare immobile, imperturbabile, come una pietra al centro di un fiume. Almeno fino ad ora.

9) Frank Underwood (House of Cards):

Frank Underwood annuncia le sue dimissioni

 Che dire di questo lungo monologo di quattro minuti? Spacey domina la scena, con una recitazione caratterizzata da un’attenzione quasi maniacale al ritmo delle parole: un approccio spiccatamente teatrale, che però non suona estraneo alle dinamiche televisive, andando invece a configurarsi come un vero e proprio plus. Quello che vediamo è un Frank Underwood carismatico e potente e la scelta di farlo parlare in camera, quasi rivolgendosi direttamente allo spettatore, funziona alla grande. Il discorso di Spacey è sottile, provocatorio, si rivolge alla commissione mettendo a nudo la vera essenza della politica americana, denunciando una malattia, un vizio congenito del sistema stesso. C’è chi fa parte del sistema e chi invece ne è estraneo e Underwood conclude annunciando le sue dimissioni dall’incarico di Presidente degli Stati Uniti.

8) Ted Kaczynski (Manhunt: Unabomber):

Theodore Kaczynski

“Vorrei che vi fermaste a pensare alla posta per un attimo. Smettete di darla per scontata come se fosse una pecorella sonnambula e compiaciuta di sé. E pensateci seriamente. Ve lo assicuro: troverete che il servizio postale americano merita una seria riflessione da parte vostra. Un pezzo di carta può attraversare il continente come gli appunti che ci passavamo in classe. Ormai ti posso spedire dei biscotti dall’altra parte del mondo scrivendo il tuo nome su una scatola, apponendoci dei francobolli e imbucandola. E tutto questo funziona solo perché ogni persona coinvolta nella catena si comporta come se fosse un robot senza cervello. Io scrivo un indirizzo e lei obbedisce, senza fare domande, senza deviazioni, senza fermarsi a contemplare l’eternità o la bellezza… o la morte. Perfino voi, con tutte le vostre proteste sul libero arbitrio, se arriva una scatola col vostro nome non riuscite neanche a immaginare di fare altro se non obbedire. Beh, non è colpa vostra, è stata la società a rendervi quello che siete: un branco di pecore che vive in un mondo di pecore. E visto che siete tutti pecore, dato che non sapete fare altro che obbedire, io posso raggiungere e toccare chiunque, ovunque sia. Posso raggiungere e toccare te, proprio adesso.”

Possiamo ascoltare questo affascinante monologo di Ted Kaczynski nei primi minuti del primo episodio di “Manhunt: Unabomber”. Monologo che in pochi minuti introduce chiaramente quella che è la filosofia del “Killer dei pacchi bomba” e che colpisce per la scelta accurata delle parole, studiate, ricercate, finalizzate a mandare un messaggio chiaro sulla società tecnologica, considerata incompatibile con la libertà individuale e dannosa per i rapporti umani. La posta è solo una metafora, sfruttata da Unabomber per denunciare la sottomissione delle persone ad un sistema che le trasforma in meri ingranaggi di una macchina più complessa. Sono tutti sonnambuli. “Un branco di pecore che vive in un mondo di pecore”. Le bombe hanno come scopo la dimostrazione dell’obbedienza dell’uomo ad un sistema che lo riduce a robot.

7) Walter White (Breaking Bad):

Walter e Skyler

Walter White è probabilmente il miglior personaggio della storia delle Serie Tv. Non il più carismatico, non il più affascinante, ma sicuramente quello scritto meglio in assoluto. La sua è una storyline lunga, lenta, ma in perenne trasformazione ed è proprio questo a dare una profondità incalcolabile al protagonista di Breaking Bad. Se nelle prime stagioni abbiamo un uomo debole, insoddisfatto della sua vita e sostanzialmente condannato a morte da un male incurabile, arriviamo alle ultime stagioni in compagnia di un vero e proprio villain, cinico, vendicativo, a tratti crudele. Un bastardo di prima categoria. Questo monologo è la rappresentazione perfetta del personaggio di Walt, del quale possiamo distinguere due versioni: il primo Walt, quello che sua moglie crede di avere davanti, quello che si è andato a cacciare in questioni più grandi di lui; e il nuovo Walt, quello che emerge dalle sue stesse parole, il cuoco di metanfetamina ormai noto come Heisenberg. L’adattamento italiano va a snaturare la parte finale del monologo, che in originale fa un effetto completamente diverso, riconoscendo a Walt non un ruolo da intoccabile, bensì un ruolo attivo, che lo rende a tutti gli effetti l’uomo da temere: “I am the one who knocks”. Sono io quello che bussa. Un monologo che è il manifesto di Heisenberg, scritto benissimo e interpretato ancora meglio da un sensazionale Bryan Cranston.

6) Ragnar Lothbrok (Vikings):

Confronto tra Ragnar e il Veggente

Siamo nell’episodio 15 della quarta stagione di Vikings. Un episodio che va a spaccare in due la serie e che sconvolge completamente le carte in tavola per le stagioni successive. Ragnar Lothbrok, il protagonista assoluto, la colonna portante di Vikings, si avvia verso la sua morte, una volta consegnato da Echbert nelle mani del nemico storico Re Elle. Durante il tragitto, Ragnar si lascia andare ad un meraviglioso monologo che sintetizza uno dei temi cardine della serie, l’esistenza di un destino, il libero arbitrio, la possibilità di scelta degli uomini. Durante la sua vita, Ragnar si è avvicinato e si è fatto influenzare da varie religioni e da varie correnti di pensiero e questo monologo costituisce, per lui, il raggiungimento della consapevolezza di essere artefice del proprio destino.

“Non credo nell’esistenza degli Dei. L’uomo è colui che crea il suo destino, non gli Dei. Gli Dei sono una creazione dell’uomo per rispondere alle paure che non sa spiegarsi.”

L’intero monologo avviene nella mente di Ragnar, che immagina di rivolgersi al Veggente di Kattegat, che talvolta interviene provando a confutare la “tesi” del re vichingo. La messa in scena è meravigliosa, l’interpretazione di Travis Fimmel raggiunge picchi altissimi e la musica in sottofondo conferisce alla scena un tono solenne, che sa di epica conclusione.

5) Lord Varys (Game of Thrones):

Tyrion e Varys sul potere

Cos’è “Game of Thrones” se non una sanguinosa e complessa lotta politica? Il movente della maggior parte dei personaggi è il potere, o il raggiungimento dello stesso. L’unica cosa che conta è il Trono di Spade. In questo monologo di Lord Varys, vediamo interagire due dei personaggi politicamente più forti dell’intera serie: il Capo delle Spie e Tyrion Lannister, l’eunuco e il nano. Questi due personaggi ci hanno regalato tanti momenti di grande spessore, ma questo in particolare mostra Varys dare lezioni a Tyrion sull’essenza stessa del potere. L’eunuco lo spiega con un indovinello che vede protagonisti un re, un prete, un uomo ricco e un mercenario. Il messaggio è che il potere non risiede nei soldi, né nella fede, né nella spada. Il potere risiede nella mente delle persone, o meglio, risiede dove le persone sono convinte che esso risieda. Questo ha causato la morte di Ned Stark.

“Il potere risiede dove gli uomini credono che il potere risieda. E’ un trucco, un’ombra sul muro e… un uomo molto piccolo è in grado di proiettare un’ombra molto grande.”

Il riferimento finale all’uomo molto piccolo è chiaramente un invito per Tyrion ad instillare nelle persone la convinzione che lui, in quanto primo cavaliere del re, abbia il potere, in modo da proiettare un’ombra molto più grande di quanto la sua non sia in realtà.

4) Robert Ford (Westworld):

Robert Ford e l’intelletto umano

Eccolo di nuovo. Anthony Hopkins guadagna il quarto posto in classifica con un altro monologo del suo Robert Ford in “Westworld“. Ford crea androidi, riproduzioni di esseri umani che rasentano la perfezione, ma prive di quella coscienza che caratterizza effettivamente l’uomo. I residenti del parco non sono consapevoli di loro stessi, non dubitano della realtà in cui vivono e sono di conseguenza impossibilitati a provare qualcosa che non sia stato programmato nella loro configurazione. Ford li ha creati così perché vede nella coscienza umana un peso, per non caricarli di dolore e sofferenza. Questo porta gli androidi ad essere liberi. Sono gli ospiti, coloro che fruiscono del parco ad essere prigionieri delle loro pulsioni, della loro natura. Il pensiero, come il comportamento, di Ford in Westworld è affascinante, mutevole, ambiguo. I suoi monologhi sono meravigliosi, cristallini ed enigmatici allo stesso tempo. Le sue vere intenzioni restano celate per molto tempo ed è proprio questo a rendere il suo personaggio uno dei più profondi del panorama seriale. Come sappiamo, in realtà, Ford ha nascosto nella programmazione dei residenti l’accesso al dono divino della coscienza. Forse il cenno alla libertà degli androidi rappresenta anche un riferimento alla loro possibilità di scegliere se effettivamente lasciarsi travolgere dal peso di avere una coscienza o rinunciarvi in cambio di uno stato di serenità esistenziale.

3) Rust Cohle (True Detective):

Rust sulla morte e sulla futilità della vita umana

I monologhi di Rust Cohle in “True Detective” sono stupendi. Scritti in maniera incredibile e interpretati perfettamente da Matthew McConaughey, ma questo in particolare è estremamente potente e angosciante. Colhe pone l’attenzione sull’inquietante dettaglio dei volti delle persone morte che si trova a dover guardare per via del suo lavoro. La sensazione che ognuna di quelle persone, nell’ultimo istante abbia accolto la morte, con sollievo, quasi con serenità. Il detective legge nelle loro espressioni la presa di consapevolezza della futilità della vita stessa, dell’inconsistenza della coscienza umana. Legge la cessazione della presunzione di essere importante, la resa dell’essere umano al cospetto dell’eternità. La vita, l’amore, l’odio, la memoria, il dolore sono un sogno grazie al quale tutti noi pensiamo di essere “persone”. Il montaggio, la musica, le pause. È cinema. Non semplice serialità televisiva. Arte. Un monologo da pelle d’oca.

2) Tyrion Lannister (Game of Thrones):

Il processo di Tyrion

Probabilmente il monologo più epico di tutto il panorama televisivo. Quando si parla di Tyrion Lannister, è davvero difficile trovare una singola battuta che non sia un piccolo capolavoro, ma questo discorso nello specifico è un vero spettacolo. Tyrion è sotto processo per l’omicidio di Joffrey e quando la donna che ama, Shae, testimonia contro di lui, il nano si lascia andare ad un monologo estremamente potente che rappresenta non soltanto uno sfogo, ma anche un punto di rottura definitivo tra lui e la sua famiglia. Tyrion afferma di essere colpevole di un crimine ben peggiore dell’omicidio, è colpevole di essere un nano. La condizione che ne ha inevitabilmente segnato l’infanzia, la reputazione, la vita stessa. Tyrion è sotto processo esclusivamente perché diverso. Peter Dinklage si supera in una prova attoriale memorabile e il momento in cui si rivolge a Cersei dicendo di aver provato piacere nel guardare “il suo perfido bastardo morire” (con tanto di frecciatina a Shae) provoca un brivido di piacere in ogni spettatore che si rispetti. Quando poi si rivolge al pubblico in aula, affermando di voler tanto essere il mostro che tutti credono che lui sia per ucciderli tutti è qualcosa di memorabile. Il monologo si chiude con Tyrion che reclama un processo per combattimento, unica possibilità di sfuggire ad un esito già scritto, e con lo sguardo di sfida del nano nei confronti del padre, con tanto di colonna sonora dei Lannister in sottofondo. Epica allo stato puro.

1) Negan (The Walking Dead):

Il terrificante arrivo di Negan

Il suo nome aleggiava da tempo nella trama di “The Walking Dead”. Una presenza/assenza costante. Un’ombra che lasciava intendere di essere qualcosa di potente, qualcosa di più grande. La definitiva entrata in scena di Negan avviene nell’ultimo episodio della sesta stagione ed è un momento che rimarrà scolpito per sempre nella nostra mente. Il villain per eccellenza si presenta in tutto il suo carisma e gli bastano pochi secondi per diventare immediatamente uno dei personaggi più iconici della storia delle serie tv. Il suo lunghissimo monologo di tredici minuti, da vero cattivo, mescola il fascino felpato dell’antagonista da fumetto alla violenza strisciante del pazzo omicida. La voce magnetica di Jeffrey Dean-Morgan è la colonna sonora della discesa dei protagonisti verso il baratro. La sequenza stessa è costruita per rendere chiara la posizione di sottomissione degli uomini di Rick, impotenti ai piedi di un uomo che trasuda brutalità, sadismo, ma anche freddezza e genialità.

L’egemonia di Negan

Negan tocca molti nervi scoperti con il suo discorso: condanna l’avventatezza e l’imprudenza di Rick e contemporaneamente inizia a dettare i punti chiave della sua egemonia, mette dei paletti, ripete più volte di voler essere chiaro fin da subito. Il suo è un monito a non opporsi. La sua conta immorale e straziante rappresenta non solo una punizione, ma l’ennesimo tassello di un piano finalizzato all’annientamento psicologico di Rick e dei suoi compagni. Quello che seguirà sarà uno dei momenti più violenti e disturbanti della storia della televisione, ma è il monologo a dare al tutto la giusta atmosfera. Ansia, terrore, attesa, tutto è scritto, diretto e recitato alla perfezione. Le luci sono perfette, l’interpretazione di Morgan è incredibile. Lo spettatore è lì, in ginocchio accanto ai protagonisti. C’è anche lui al cospetto di Negan e l’ansia che si viene a creare in chi assiste è davvero difficile da descrivere.

La conta di Negan

Negan non ci sembra un pazzo in modo macchiettistico; è invece un assassino con una strategia, un leader per il quale la violenza non è motivo di piacere, bensì uno strumento scientificamente pensato per ottenere un obiettivo psicologico. In questo senso, il Negan di Morgan è spaventoso perché, invece di sembrare assurdo, appare soltanto estremo. Una malvagità caricata, ma ancora pienamente umana, non caricaturale. La splendida regia di Greg Nicotero fa il resto. I protagonisti sono trascinati in un viaggio allucinante e allucinato dal leader dei Salvatori, che li sottomette e li plasma fino a fargli assumere la forma che vuole. Chi ha visto l’episodio successivo sa chi è stato massacrato da Negan a colpi di mazza da baseball, in una scena giudicata da molti malata, eccessiva, insostenibile. Personalmente mi troverei d’accordo se la violenza delle immagini mostrate fosse gratuita, se l’asticella venisse alzata solo per mancanza di alternative. Ma essendo questa violenza contestualizzata e votata ad un obiettivo, ringrazio infinitamente The Walking Dead, che ha avuto le palle di portare su schermo uno dei personaggi più grandi che le serie televisive abbiano visto fino ad ora.

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