Wendell e Wild: il ritorno di Henry Selick

Reading Time: 3 minutes

Erano anni che si sentiva la mancanza di una mano registica con la stop-motion al livello di Henry Selick, inattivo dal 2009, anno di Coraline e la porta magica. Non siamo rimasti certo a digiuno di perle in stop-motion, tra Fatastic Mr. Fox e L’isola dei cani di Wes Anderson, Anomalisa di Charlie Kaufman, Frankenweenie di Tim Burton, perfino il recente film antologico The House distribuito su Netflix, per citarne alcuni, e ancora ne vedremo in un prossimo futuro tra il Pinocchio di del Toro e Mad God di Phil Tippet. Ma mancava di vedere all’opera un regista il cui cinema fosse strettamente connesso a questa tecnica d’animazione.

Henry Selick

Selick torna dopo tredici anni adattando un suo omonimo libro scritto insieme a Clay McLoyd Chapman e mai pubblicato. Wendell e Wild si identifica immediatamente come un film del suo regista, riproponendo stilemi ed espedienti del suo cinema tanto nella grammatica narrativa quanto in quella formale, tra piani sequenza, soggettive e ribaltamenti dell’asse di campo.

Proseguendo sul solco della sua esperienza registica, Selick torna a proporre un racconto macabro che si muove sul confine di due mondi, come sempre nel suo cinema tanto in termini narrativi (Nightmare before Christmas, Coraline) quanto meramente estetici (James e la pesca gigante, Monkeybone), tra avidi preti non-morti, demoni con la fissa dei luna park, crudeli capitalisti che rievocano nei connotati l’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump, e via discorrendo.

Nel lugubre e vivace circo animato da queste figure, i problemi che affliggono i vivi non sono circoscritti alla mortalità e al rapporto con i cari estinti: si arriva a parlare delle contraddizioni etiche del sistema carcerario e assistenzialista americano e, oltre a quelli doppiati da Keegan-Michael Key e Jordan Peele, i demoni del film sono quindi quelli sociali, politici, istituzionali e religiosi.

Jordan Peele

Al suo ritorno, pur continuando a giocare con una fotografia alla Mario Bava cui i film d’animazione tendenti all’horror sono ormai abituati, Selick si allontana dalla consueta estetica gotica e ne sperimenta una più tendente al punk-rock, proprio quando tra i produttori, al posto di Tim Burton, figura il nome di Jordan Peele.

Peele prende parte alla genesi della pellicola anche nelle vesti di sceneggiatore al fianco di Selick, e il suo contributo non passa inosservato, tra un evidente tocco grafico di cultura afroamericana e l’impegno in termini socio-politici della narrazione. Contributo che si fa sentire tanto nel bene quanto nei frangenti in cui viene meno la misura.

La prima impressione è che Wendell e Wild metta troppa carne al fuoco: i molti personaggi seguono percorsi non sconnessi tra di loro ma rapportati disordinatamente e l’avanzamento narrativo, pur senza perdersi, appare artificioso in più passaggi. Ma la sceneggiatura è di Jordan Peele, e le storie di Peele, ad eccezione di Get Out, non sono mai ordinate, tendono piuttosto a sacrificare l’organicità dell’intreccio in favore della loro dimensione più teorica e delle loro tesi di interesse socio-politico (vedasi il finale di Us). Si tratta di precise scelte espressive sotto le quali le opere di Peele non hanno mai finito per perire e Wendell e Wild non è da meno, ma chiaramente si può discutere se tali priorità siano adeguate ad un film d’animazione per bambini o se al contrario il risultato finale possa risentirne.

Conclusioni

Quello che invece è dovuto è il credito da riconoscere a Henry Selick, che torna a dare una grande prova della propria arte con uno dei film d’animazione quantomeno più interessanti fino ad ora dei nuovi anni venti, fosse anche solo per il gusto estetico e un divertimento per il macabro riesumato da un’esperienza dell’animazione che sembrava ormai terminata.

Fin da subito sono evidenti entrambe le menti creative che hanno dato alla luce la pellicola, e il connubio tra le due è assolutamente riuscito: l’approccio dell’uno è funzionale a quello dell’altro e, pur prediligendo il messaggio e le suggestioni al netto di una narrazione tendenzialmente disordinata, Wendell e Wild regala soddisfazioni sia per il cinema di Selick, per il cui ritorno c’è solo da gioire, che per il cinema di Peele, la cui esperienza da sceneggiatore si sta rivelando interessante tanto quanto quella da regista.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *